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Il dramma africano e il nostro silenzio

Jean-Léonard Touadi
www.confronti.net

La drammatica situazione in cui si trova il Congo non fa eccezione rispetto alla regola generale che riguarda le guerre d’Africa: per la gran parte dell’opinione pubblica occidentale restano del tutto invisibili, «senza volto», dimenticate, perché non raccontate dai grandi mezzi di comunicazione. Come sempre, si intrecciano con questioni riguardanti il controllo delle materie prime – il coltan, nel caso del Congo – e il ruolo delle multinazionali. Touadi è giornalista, scrittore e deputato del Partito democratico.

Il sangue scorre nella Repubblica democratica del Congo (Rdc) in silenzio. Senza copertura mediatica, con una comunità internazionale cinica e distratta e le nostre coscienze assopite dall’alibi della lontananza e dall’estraneità di questa guerra lontana, etnica e quindi «roba loro». Non esiste par condicio nelle sofferenze globali. Alcune diventano per il mondo intero una drammatica e quotidiana colonna sonora delle nostre giornate indaffarate. È il caso dell’agonia dei siriani vissuta in mondovisione al punto da provocare assuefazione. Altri, come quelli delle popolazioni congolesi, sono conflitti catacombali, invisibili, conflitti senza volto, gironi infernali senza telecamere né cronache. Le guerre d’Africa in generale appartengono a questa seconda categoria. Guerre dimenticate, vittime ignorate, sofferenze senza dolori, morti senza storia. Eppure, nel black out informativo che caratterizza le guerre d’Africa, il conflitto congolese è un caso enigmatico di una guerra senza testimoni globali, pur essendo la guerra più contemporanea della storia del continente.

Lo scorso novembre la «prima guerra africana» iniziata nel lontano 1996 ha conosciuto l’ennesima stazione dolorosa quando i ribelli dell’M23 hanno invaso la città di Goma seminando sulla loro strada morte e violenze di ogni genere, stupri di massa usati come arma di guerra, saccheggi sotto gli occhi impotenti dei caschi blu dell’Onu. I ribelli M23 sono disertori delle Forze armate della Repubblica democratica del Congo (Fardc) e sono equipaggiati di mortai e altre armi che non sono in dotazione alle Fardc. Lo scorso luglio, un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato il sostegno dato dal Ruanda alla ribellione congolese. Il Ruanda nega decisamente il suo coinvolgimento. Altri osservatori sul campo puntano il dito anche contro l’Uganda. In realtà i due paesi sono le porte d’uscita e i mercati fiorenti delle materie prime estratte dal ricco suolo e sottosuolo congolese.

La zona del Nord-est della Rdc è frequentata da un numero incalcolabile di multinazionali, di mercenari auto-organizzati, da faccendieri di ogni risma a caccia di diamanti, oro, avorio e coltan che il Congo possiede in abbondanza. Vale la pena soffermarsi su questo prodotto che indica la natura moderna della guerra congolese e che la trasforma in un simbolo drammatico della «geopolitica del cinismo» (secondo la definizione del giornalista Ignacio Ramonet) tipica dei conflitti nell’era della globalizzazione. Il coltan è una specie di sabbia nera leggermente radioattiva formata da minerali di colombite e tantalite. Un minerale impiegato per la costruzione di microcondensatori, utili nella fabbricazione di computer portatili e telefoni cellulari. Come per l’oro e il diamante, il coltan è estratto da minatori che scavano il terreno non solo con pale e picconi, ma anche a mani nude, per tirarne fuori la sabbia e portarla a spalla nei centri di raccolta.

Quella del Congo non è quindi una «guerra etnica», a meno di non voler estendere il significato del termine «etnia» alle multinazionali del diamante e di coltan… Siamo lontani dai conflitti della guerra fredda dove gli attori erano ben identificabili. Gli attori dei nuovi conflitti globali sono corposi interessi che si alleano con i «warlords» in questo turpe scambio tra materie prime, armi e controllo dei territori sottratti all’autorità centrale. In quanto tale sono, dunque, guerre nostre. Poiché un «diamante per la vita» in via Condotti a Roma significa morte precoce per i ragazzi costretti dai Signori della guerra a setacciare il fiume senza scarpe per lunghe ore alla ricerca della pietra rara. Sono vittime che stanno dentro i nostri Gsm, morti che permettono ai nostri aerei di decollare e supportano le memorie dei nostri computer. Sono vittime e guerre che sono dentro di noi e dicono molto di questa nostra globalizzazione senza giustizia.

Non c’è la par condicio che permette d’illuminare con la giusta attenzione tutti gli scenari di conflitto. Perché solo la pressione mediatica spinge i decisori internazionali a darsi da fare per cercare di trovare le soluzioni. Solo la sofferenza rappresentata e mostrata diventa coscienza e si trasforma in azione possibile. Azione diplomatica per costringere i vicini del Congo a smettere di cannibalizzare le sue ricchezze e con esse la sua popolazione stremata da tanti – troppi – anni di guerra; meccanismi severi e controlli per vietare e, all’occorrenza, punire con rigore, il traffico di materie prime «insanguinate»; una gigantesca azione umanitaria non intermittente ma continua, in grado di traghettare progetti di emergenza e processi di sviluppo; una preoccupazione non retorica e ipocrita per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali in grado di conferire senso all’espressione «comunità internazionale».

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