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Matrimonio gay. La battaglia perduta della Chiesa

Danièle Hervieu-Léger*
Le Monde, 13 gennaio 2013 — traduzione di www.finesettimana.org

Il discorso ostile della Chiesa sul “matrimonio per tutti” conferma la sua incapacità di adattamento alle nuove vie della famiglia. Nel dibattito sul matrimonio per tutti, non sorprende che la Chiesa cattolica faccia sentire la sua voce. Sorprende di più che eviti con cura ogni riferimento ad una proibizione religiosa.

Per rifiutare l’idea del matrimonio omosessuale, la Chiesa invoca infatti una “antropologia” che la sua “esperienza in umanità” le dà titolo di riferire a tutti gli uomini, e non solo ai suoi fedeli.

Il nocciolo di questo messaggio universale è l’affermazione secondo la quale la famiglia coniugale – costituita da un padre (maschio) e da una madre (femmina) e da figli che essi procreano insieme – è la sola istituzione naturale suscettibile di fornire al rapporto tra coniugi e tra genitori e figli, le condizionidella sua realizzazione.

Assegnando a questa definizione della famiglia una validità “antropologica” invariante, la Chiesa difende in realtà un modello di famiglia che essa stessa ha prodotto. Ha cominciato a dare forma a questo modello fin dai primi tempi del cristianesimo, combattendo il modello romano di famiglia che si opponeva allo sviluppo delle sue imprese spirituali e materiali, e facendo del consenso dei due sposi il fondamento stesso del matrimonio.

Nel modello cristiano del matrimonio – stabilizzato tra il XII e il XIII secolo -, si presuppone che il volere divino si esprima in un ordine della natura, assegnando all’unione il ruolo della procreazione e mantenendo il principio di sottomissione della donna all’uomo. Significherebbe far torto alla Chiesa non riconoscere l’importanza che questo modello ha avuto nella protezione dei diritti delle persone e dello sviluppo di un ideale di coppia fondato sulla qualità affettiva della relazione tra i coniugi. Ma la distorsione operata facendone il riferimento insuperabile di ogni coniugalità umana è così resa solo più palpabile.

Infatti questa antropologia prodotta dalla Chiesa entra in conflitto con tutto ciò che gli antropologi descrivono invece della variabilità dei modelli di organizzazione della famiglia e della genitorialità nel tempo e nello spazio. Nel suo sforzo per tenere a distanza la relativizzazione del modello familiare europeo indotto da questa constatazione, la Chiesa non ricorre solo all’aiuto di un sapere psicanalitico esso stesso costituito in riferimento a quel modello.

Trova anche, nell’omaggio insistente reso al codice civile, un mezzo per dare un sovrappiù di legittimazione secolare alla sua opposizione ad ogni evoluzione della definizione giuridica di matrimonio. La cosa è inaspettata, se si pensa all’ostilità che essa manifestò a suo tempo all’istituzione del matrimonio civile. Ma questa grande adesione si spiega se ci si ricorda che il codice napoleonico, che ha eliminato il riferimento diretto a Dio, ha però fermato la secolarizzazione alla soglia della famiglia: sostituendo all’ordine fondato in Dio l’ordine non meno sacro della “natura”, il diritto si è fatto esso stesso il garante dell’ordine immutabile che assegna agli uomini e alle donne dei ruoli diversi ed ineguali per natura.

Il riferimento preservato all’ordine non istituito della natura ha permesso di affermare il carattere “perpetuo per destinazione” del matrimonio e di proibire il divorzio. Questa estensione secolare del matrimonio cristiano operata dal diritto ha contribuito a preservare, al di là della laicizzazione delle istituzioni e della secolarizzazione delle coscienze, l’ancoraggio culturale della Chiesa in una società nella quale non le era concesso dire la legge in nome di Dio nell’ambito politico: l’ambito della famiglia restava infatti l’unico sul quale poteva continuare a combattere la problematica moderna dell’autonomia dell’individuo-soggetto.

Se la questione del matrimonio omosessuale può essere considerata come il luogo geometrico dell’esculturazione della Chiesa cattolica nella società francese, è dovuto al fatto che tre movimenti convergono in questo punto per dissolvere i residui di affinità elettiva tra la problematica cattolica e quella secolare del matrimonio e della famiglia.

Il primo di questi movimenti è l’estensione della rivendicazione democratica al di fuori della sola sfera politica: una rivendicazione che raggiunge la sfera dell’intimità coniugale e della famiglia, che fa valere i diritti imprescrittibili dell’individuo rispetto ad ogni legge data dall’alto (quella di Dio o quella della natura) e rifiuta tutte le disuguaglianze fondate in natura tra i sessi. Da questo punto di vista, il riconoscimento giuridico della coppia omosessuale si inserisce nel movimento che – dalla riforma del divorzio alla liberalizzazione della contraccezione e dell’aborto, dalla ridefinizione dell’autorità genitoriale all’apertura dell’adozione alle persone celibi/ nubili – ha fatto entrare la problematica dell’autonomia e dell’uguaglianza degli individui nella sfera privata.

Questa espulsione progressiva della natura fuori dalla sfera del diritto è essa stessa resa irreversibile da un secondo movimento, che è la rimessa in discussione dell’assimilazione, acquisita nel XIX secolo, tra l’ordine della natura e l’ordine biologico. Questa assimilazione della “famiglia naturale” alla “famiglia biologica” si è iscritta nella pratica amministrativa e nel diritto.

Da parte della Chiesa, lo stesso processo di biologizzazione è sfociato, in funzione dell’equivalenza stabilita tra ordine della natura e volere divino, nel far coincidere, in maniera molto sorprendente, la problematica teologica antica della “legge naturale” con l’ordine delle “leggi della natura” scoperte dalla scienza. Questo schiacciamento rimane al principio della sacralizzazione della fisiologia che segna le argomentazioni pontificie in materia di proibizione della contraccezione o della procreazione medicalmente assistita. Ma, all’inizio del XXI secolo, è la scienza stessa che contesta l’oggettività di tali “leggi della natura”.

La natura non è più un “ordine”: è un sistema complesso che unisce azioni e retroazioni, regolarità e incognite. Questo nuovo approccio fa andare in frantumi i giochi di equivalenza tra naturalità e sacralità di cui la Chiesa ha armato il suo discorso normativo su tutte le questioni riguardanti la sessualità e la procreazione. Le resta quindi, come sola legittimazione esogena e “scientifica” di un sistema di proibizioni che ha sempre meno senso nella cultura contemporanea, il ricorso intensivo e disperato alla scienza degli psicanalisti, ricorso più precario e soggetto a contraddizioni, ce ne rendiamo conto, delle “leggi” dell’antica biologia.

La fragilità dei nuovi montaggi sotto cauzione psicanalitica attraverso i quali la Chiesa fonda in assolutezza la sua disciplina dei corpi viene messa in luce dalle evoluzioni della famiglia coniugale stessa. Perché l’avvento della “famiglia relazionale” ha, in poco più di mezzo secolo, fatto prevalere il primato della relazione tra gli individui sul sistema di posizioni sociali fondate sulle differenze “naturali” tra i sessi e le età.

Il cuore di questa rivoluzione, nella quale il controllo della fecondità ha una parte immensa, è la separazione del matrimonio dalla filiazione, e la correlativa pluralizzazione dei modelli familiari composti e ricomposti. Il diritto di famiglia ha omologato questo fatto importante e ineluttabile: ormai non è più il matrimonio che fa la coppia, è la coppia che fa il matrimonio.

Questi tre movimenti – uguaglianza dei diritti fin nell’ambito intimo, decostruzione del supposto ordine della natura, legittimità dell’istituzione ormai fondata sulla relazione degli individui – si cristallizzano insieme in una esigenza irreprimibile: quella del riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso, e del loro diritto, tramite l’adozione, di formare una famiglia. Di fronte a questa esigenza, le argomentazioni sostenute dalla Chiesa – fine della civiltà, perdita di punti di riferimento fondativi dell’umano, minaccia di dissoluzione della cellula familiare, indifferenziazione dei sessi, ecc. – sono le stesse che furono usate, a suo tempo, per criticare l’impegno professionale delle donne al di fuori del focolare domestico o per combattere l’instaurazione del divorzio consensuale.

È poco probabile che la Chiesa possa, con questo tipo di armi, arginare il corso delle evoluzioni. Oggi, o domani, l’evidenza del matrimonio omosessuale finirà per imporsi, in Francia come in tutte le società democratiche. Il problema non è sapere se la Chiesa “perderà”: essa ha già perduto – molto al suo interno, e anche nella gerarchia lo sanno.

Il problema più cruciale che essa deve affrontare è quello della propria capacità di produrre un discorso che possa essere ascoltato sul terreno stesso degli interrogativi che si pongono sulla scena rivoluzionata della relazione coniugale, della genitorialità e del rapporto familiare. Quello, ad esempio, del riconoscimento dovuto alla singolarità irriducibile di ogni individuo, al di là della configurazione amorosa – eterosessuale o omosessuale – nella quale è impegnato.

E ancora quello dell’adozione che, da parente povero della filiazione qual era, potrebbe diventare al contrario il paradigma di ogni genitorialità in una società in cui, indipendentemente dal modo in cui lo si fa, la scelta di “adottare il proprio figlio”, e quindi di impegnarsi nei suoi confronti, costituisce la sola difesa contro le perversioni possibili del “diritto ad avere un figlio”, che minacciano le coppie eterosessuali non meno delle coppie omosessuali.

In questi diversi ambiti, ci aspettiamo una parola rivolta a persone libere. Il matrimonio omosessuale non è certo la fine della civiltà. Ma potrebbe costituire una pietra miliare drammatica quanto lo fu l’enciclica Humanae Vitae nel 1968 nel cammino verso la fine del cattolicesimo in Francia, se il discorso della Chiesa rimane solo quello della proibizione. E questa non è un’ipotesi solo teorica.
* Danièle Hervieu-Léger. Sociologa, Directrice d’études alla EHESS (Ecole des hautes études en sciences sociales). Ha diretto dal 1993 al 2004 il Centro di studi interdisciplinari dei fatti religiosi (CNRS/EHESS) e ha presieduto l’EHESS dal 2004 al 2009. Ha pubblicato, tra l’altro: “Vers un nouveau christianisme” (éd. Cerf, 2008), “Le Retour à la nature” (éd. de l’Aube, 2005) e “Catholicisme, la fin d’un monde” (Bayard, 2003)

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Un matrimonio per tutti, una Chiesa per tutti

Jean-Pierre Mignard e Bernard Stéphan*
Le Monde, 9 gennaio 2013 — traduzione di www.finesettimana.org

L’opposizione manifestata (ndr in FRancia) dagli organismi delle Chiese al progetto di legge sul diritto al matrimonio per tutti fa pensare che i cristiani vi siano unanimemente contrari. Eppure, nel luglio 2012, il 45% di cattolici praticanti (francesi) si dichiaravano favorevoli al matrimonio per tutti. Chi li rappresenta, dove sono spariti?

Come si ritrovano in queste ingiunzioni di ingrossare la fila del corteo in cui le Chiese appaiono fortezze assediate invece di favorire un dibattito di società legittimo, secondo le raccomandazioni del Consiglio famiglia e società della Conferenza episcopale francese, che riconosce all’omosessualità una “potenzialità di fecondità sociale”?

Ormai, nelle posizioni ufficiali della Chiesa l’unica voce espressa è quella del rifiuto del progetto. Questa strategia è adottata, mentre le comunità cristiane, nella stragrande maggioranza, non hanno cominciato dall’inizio, come invita a fare Gesù nei Vangeli davanti ad ogni persona incontrata. Innanzitutto, ascoltare le persone omosessuali e le persone vicine a loro testimoniare le loro aspirazioni, le loro condizioni di vita, le discriminazioni di cui soffrono nella società e nella Chiesa, non tollerare che alcuno sia allontanato dalla comunità per il suo orientamento sessuale. Tutti sanno che in questo ambito, molto, quasi tutto, resta da fare.

Infine, riflettere, alla luce dei Vangeli, delle parole dei battezzati e degli insegnamenti delle Chiese, su ciò che rivela l’amore che unisce due persone dello stesso sesso. Ad esempio, si può continuare, come fa il magistero cattolico, a sostenere la loro accoglienza nel rispetto, ma escludendo qualsiasi relazione sessuale? Si può riconoscere la verità della relazione che unisce due persone omosessuali e contestare una dimensione essenziale del loro amore?

Il semplice enunciato di queste constatazioni e domande dimostra il carattere inutilmente vendicativo e sentenzioso degli appelli della gerarchia cattolica a manifestare per il mantenimento di una legislazione di un matrimonio immutabile che invece non ha mai cessato di evolvere per far posto, in lotte ostinate, al rispetto dei diritti delle donne e dei figli.

Invece di diffondere dei discorsi apocalittici sul diritto di unirsi di migliaia di persone dello stesso sesso, diritto che si ritiene distrugga le basi della società, le Chiese dovrebbero dedicarsi a pronunciare una parola credibile rispetto alle evoluzioni delle forme della vita umana.

Gli irriducibili oppositori al progetto di legge sostengono ad esempio che l’omogenitorialità metterebbe in pericolo il bambino. Ci sono dai 30 000 ai 40 000 bambini allevati in famiglie omogenitoriali. Questi bambini sono forse infelici, maltrattati o depravati? No. Prendiamone atto.

Le Chiese affermano che il matrimonio sarebbe la condizione della procreazione. In Francia, il 52% dei bambini nascono al di fuori del matrimonio. Il diritto del bambino non è quindi legato al solo statuto matrimoniale dei genitori.

Gli oppositori al progetto di legge denunciano il diritto al bambino da parte delle coppie, che negherebbe il diritto dei bambini. Il diritto dell’infanzia costituisce il miglior sistema giuridico di tutta la nostra storia. La legge non distingue tra l’origine dei bambini dal 2006 e attribuisce loro dei diritti rigorosamente identici, indipendentemente dallo statuto giuridico dei genitori e delle circostanze della loro nascita.
Cambiamenti considerevoli e positivi sono quindi stati accolti nel diritto dei bambini, protetti dai lavori logoranti, dalla mancanza di istruzione, dalle violenze sessuali e pedofile, e dall’abbandono.

Sarebbe intellettualmente falso pretendere il contrario e sarebbe sospetto vedere nell’apertura del matrimonio a tutti una minaccia per l’infanzia, mentre tutto il nostro diritto la protegge come non mai. Siamo in società laiche e di diritto. Che si rivelano infinitamente più attente alle persone fragili che nel passato. Era forse davvero meglio quando, in una società che pure si diceva cristiana, Vincenzo de Paoli, armato unicamente della sua santità militante, si trovava isolato a salvare i bambini abbandonati sul sagrato freddo delle chiese?

Il matrimonio, per coloro che lo scelgono, è anche – e forse d’ora in poi è diventato – una storia d’amore che non può essere rinchiusa nell’unico scopo di procreare. È sia un incontro di volontà che una istituzione attraverso la quale la società riconosce come benefica una unione durevole tra due esseri insieme uguali e diversi. Non c’è nessun ostacolo ad offrirlo a tutti, dove ciascuno resta libero di accordargli il livello di solennità, anche sacramentale, che desidera.
L’adozione è una forma unica d’amore che può essere espressione di coppie sia eterosessuali che omosessuali. Allevare, educare, nutrire, proteggere, disporre dell’autorità su un bambino, nel rispetto delle leggi, è un atto di altruismo superiore, che può essere aperto a genitori sposati, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Già è aperto ai celibi e alle nubili.

La questione dell’assistenza medica alla procreazione è un altro dibattito. I problemi che affronta riguardano tanto i genitori eterosessuali che omosessuali: la realizzazione del desiderio di un figlio e della creazione di una famiglia deve essere prima di tutto conforme al diritto del bambino a cui è subordinata. Indipendentemente dalla soluzione scelta, non si può transigere sul diritto di ogni bambino di conoscere le sue origini, e non è ammissibile alcuna soluzione che si basi sul commercio del corpo umano.

Per il resto, il cristianesimo, come dice Michel Serres, è “una religione dell’adozione”, che non ha mai rinchiuso l’amore del prossimo nei confini della famiglia biologica o della tribù.

È per lo meno curioso osservare che la volontà di voler riconoscere un legame durevole tra due esseri dello stesso sesso e la loro aspirazione a fondare una famiglia susciti innanzitutto il sospetto all’interno delle gerarchie ecclesiali, nel momento in cui il legame sociale e la genitorialità hanno invece bisogno di essere rafforzati per evitare una società frantumata, precarizzata e minata dalle solitudini.

Invitiamo le nostre Chiese a non riprodurre con il diritto al matrimonio per tutti il controsenso storico commesso, per la regolazione delle nascite e la contraccezione, dall’enciclica Humanae Vitae, nonostante l’esortazione del cardinal Suenens, arcivescovo di Bruxelles-Malines, le invitiamo a non riaprire “un nuovo processo di Galileo”. Quante donne e quanti uomini hanno lasciato la Chiesa, zitti e feriti, davanti al suo rifiuto di approvare l’uso della pillola contraccettiva? A prezzo di quante sedie vuote? Siamo a questo punto.

Témoignage chrétien si farà carico di questa discussione ovunque questo sarà possibile, manderà inviti a tutti affinché sia ascoltata, nella comunità cristiana e oltre, la parola di coloro che, semplicemente chiedendo una legge di riconoscimento e una parola in risposta, si sono trovati di fronte la porta sbarrata delle nostre chiese. Come cristiani, crediamo che il destino di tutti senza eccezioni sia di essere liberi e felici all’interno di istituzioni giuste.

* co-direttore di “Témoignage chrétien”.

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