Home Politica e Società Dall’università alla speculazione dell’aeroporto. Tutti gli sprechi targati Monte dei Paschi

Dall’università alla speculazione dell’aeroporto. Tutti gli sprechi targati Monte dei Paschi

Alberto Statera
http://www.repubblica.it/economia/ 28 gennaio 2013

Lasci via Luciano Bianchi, antico presidente del Monte dei Paschi, e ti dirigi verso Piazzetta Artemio Franchi, cui è dedicato anche lo stadio cittadino, attraverso un quasi ininterrotto circuito toponomastico massonico.

È tracciato con cura in un libro del Gran Maestro toscano Stefano Bisi, e vi incontri da Giovanni Amendola a Silvio Gigli, da Goffredo Mameli a Camillo Benso di Cavour. Non c’è ancora Giovanni Cresti, provveditore generale e dominus assoluto della banca dal 1975 al 1983, che favorì la prima ascesa da palazzinaro di Silvio Berlusconi, suo confratello nella Loggia massonica P2, concedendogli fidi sconfinati per costruire Milano 2 e Milano 3. La ragione è che Cresti è morto da poco, il 6 febbraio del 2012, e forse non si è fatto in tempo a dedicargli una strada cittadina. Sua figlia Lucia Cresti, grande collezionista d’arte contemporanea, era assessore alla Cultura di Siena, ma è decaduta pochi mesi fa con le dimissioni del sindaco del Pd Franco Ceccuzzi. Dalla P2 alla P4 il passo è breve e nelle carte dell’inchiesta più recente, per la quale il piduista Luigi Bisignani ha patteggiato una pena di un anno e sette mesi, chi ti compare tra i possibili Bisignani boys? Alessandro Daffina della Banca Rotschild che fu advisor di un prestito per coprire l’acquisto di Antonveneta a un prezzo spropositato.

Ecco un piccolo test di portanza, come si dice, del pilastro massonico. Che tuttavia è soltanto uno di quelli che sorreggevano la “boriosa autosufficienza” di Siena, come la definì Ceccuzzi, prima che al Monte irrompessero Alessandro Profumo e Fabrizio Viola a tentare di scardinare il Sistema, permettendo di svelare lo scandalo dei derivati. Sbaglierebbe chi pensasse soltanto a una storia di grembiulini, perché nel fango che viene giù da Rocca Salimbeni e da Palazzo Sansedoni e invade ormai Piazza del Campo c’è una sorta di “ritratto di famiglia italiana” che non esclude quasi nessuno: dalla Massoneria alla Chiesa, dall’Università alla borghesia industriale, dalla burocrazia fino alla grande finanza nazionale. E naturalmente i partiti: non solo il Pci-Ds-Pd, ma anche il Pdl, che qui qualcuno definisce un Pd con una elle in più.

Denis Verdini, a Rocca Salimbeni è come a casa sua, come lo è ancora il suo capo, che utilizza il Monte dei Paschi per pagare i conti delle olgettine. L’homo verdinanus al Monte è Andrea Pisaneschi, portato alla presidenza di Antonveneta, il boccone costoso e indigesto che ha terremotato i conti di Siena. Praticamente è lui il bancomat personale del coordinatore nazionale del Pdl, non solo per le inesauribili esigenze familiari, ma anche per quelle aziendali degli amici. Come quel Riccardo Fusi dello scandalo dei Grandi eventi della Protezione civile, titolare di una società praticamente fallita, cui fu fatto pervenire un grazioso prestito di 150 milioni di euro. Soltanto 110 milioni è costata invece la Imco di Salvatore Ligresti, di cui sono stati rilevati i debiti. Tutti sapevano e tutti tacevano. Perché nessuno dei tanti chiusi nella “boriosa sufficienza” poteva dire di essere fuori dalle colate di fango del potere.

Giuseppe Mussari, che l’assise dei banchieri volle suo presidente per la seconda volta, è sotto processo con un’altra decina di persone anche per Ampugnano. Che cosa è? Immaginate la pista di tre chilometri di un aeroporto internazionale piazzata a Roma tra Piazza Venezia e Piazza del Popolo. Questo è più o meno il progetto Ampugnano, da realizzare, dopo la privatizzazione e l’assegnazione al Fondo Galaxy, alle porte del centro cittadino di Siena, per il quale l’ex presidente del Monte è accusato di turbativa d’asta. Presidente dell’aeroporto fu nominato, con l’assenso di Ceccuzzi, Enzo Viani, tesoriere del Grande Oriente d’Italia, la maggiore osservanza massonica in Italia, di cui è Gran Maestro l’avvocato ravennate Gustavo Raffi, che con il Monte ha rapporti professionali di antica data. Ex dipendente del Monte, Viani alle primarie per il sindaco di Firenze si schierò contro Matteo Renzi e a favore di Graziano Cioni, ex assessore fiorentino finito in una brutta storia sui terreni di Ligresti. I terreni, le speculazioni immobiliari, il cemento: dov’è che non fanno la storia? La fanno anche ad Ampugnano. La privatizzazione e il progetto sciagurato dell’aeroporto internazionale sono legati a un altro progetto faraonico. Quello sulla tenuta di Bagnaia, di proprietà della famiglia Monti-Riffeser, dove convolarono a nozze Pierferdinando Casini e Azzurra Caltagirone, che colà sta realizzando decine di ville per una clientela internazionale di golfisti, che ha bisogno dell’aeroporto sotto casa per arrivare da ogni parte del mondo. Operazione targata Mussari-Mps-Pd? Ma per carità, come al solito dentro ci sono tutti. Tanto più che Riffeser è padrone del gruppo editoriale che controlla La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno, di cui nessuno vuole perdere l’amicizia. Per appoggiare l’operazione aeroporto internazionale al ministero e all’Enac viene assoldato il senatore del Pdl Franco Mugnai, molto amico dell’allora ministro dei Trasporti Altero Matteoli.

Se è vero quel che dice Mario Monti, che destra e sinistra non esistono più (ma non è vero) Siena è il laboratorio precursore della perdita delle diversità. Prendete la gloriosa Università, che naturalmente è rappresentata nella Fondazione Mps, insieme a Comune, Provincia, Regione e Arcidiocesi. Almeno tre rettori hanno contribuito a mettere insieme un buco di 200 milioni di euro, un dissesto per cui sono state rinviate a giudizio per peculato una ventina di persone, tra cui gli ex rettori Piero Tosi e Silvano Focardi. Per far fronte al buco sono stati venduti alcuni gioielli, come il complesso di San Niccolò. Indovinate chi lo ha comprato? Franco Caltagirone, fino a qualche mese fa vicepresidente del Monte, per 74 milioni. E lo ha subito riaffittato a 120 milioni per ventiquattro anni.

Ostriche e aragoste consumate in gran quantità con denari pubblici sono diventate un po’ l’icona degli scandali seriali che l’Italia sta affrontando negli ultimi mesi. Potevano mancare in uno scandalo universitario? Figurarsi. E infatti negli atti d’accusa figura l’acquisto con soldi dell’ateneo di 360 chili di aragoste destinate alla contrada della Chiocciola. I magistrati, gentili, hanno scritto che sembra “materiale non pertinente”. Intanto le rette sono diventate le più alte d’Italia. Tanto per gradire, infine, l’attuale rettore Angelo Riccaboni è al centro di un’inchiesta riguardante presunte irregolarità avvenute nelle votazioni per la sua elezione. Per pietà nei confronti dei lettori tralasciamo altre inchieste a carico di consiglieri d’amministrazione e semplici professori, come quella per rimborsi gonfiati per l’organizzazione di master e corsi di aggiornamento.

Giuseppe Mussari, prima di essere trasformato in banchiere, era un avvocato penalista. E di recente è rientrato nel ruolo per difendere un prete, don Giuseppe Acampa, accusato di una sulfurea vicenda: un incendio dentro la Curia vescovile per far sparire documenti relativi alla vendita di lasciti alla Chiesa e, in particolare, del complesso immobiliare del Commendone all’industriale delle scarpe padovano René Caovilla. Come penalista Mussari ha vinto e il suo assistito è stato assolto. Ma nella Chiesa senese gli strascichi sono devastanti, tra voci, sospetti, trame e scontri. “Una desolante caduta all’interno della comunità ecclesiale e in particolare del presbiterio”, ha scritto al settimanale diocesano don Andrea Bechi, ex segretario dell’arcivescovo Antonio Buoncristiani.

Lo scandalo del Monte spariglia ogni gioco. Nel paradiso denso di celestiali armonie, ora sono tutti contro tutti.

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Mps, perché è in palio la nazionalizzazione

Vincenzo Comito e Enrico Grazzini
il manifesto, 31 gennaio 2013

Sono ormai in molti a pensare che il Monte dei Paschi di Siena dovrà essere probabilmente nazionalizzato. Non è una questione di scelta politica ma di aritmetica finanziaria.
Nel complesso lo stato italiano metterà in MPS, fra Tremonti e Monti bond, circa 3,9 miliardi, senza contare le garanzie concesse sulle obbligazioni emesse da MPS per decine di miliardi. Le risorse complessivamente impiegate dalla Fondazione MPS che controlla la banca sono ormai diventate meno di un terzo di quelle erogate dallo stato. La Fondazione MPS è già minoritaria.

E non sarà facile per la banca guidata dal presidente Alessandro Profumo restituire la montagna di soldi prestata dallo stato ad un tasso che va dal 9 al 15%. Senza contare che ancora è difficile capire quale è l’ampiezza vera del buco nei conti della banca. La nazionalizzazione potrebbe diventare una necessità per non far fallire la terza banca italiana e salvaguardare (come è indispensabile) il risparmio dei suoi sei milioni di correntisti. E, senza fare inutili allarmismi, non è neppure detto che l’intervento dello stato non debba estendersi ad altre banche, dal momento che i bilanci degli istituti bancari sono, per usare un eufemismo, abbastanza opachi.

Ma la nazionalizzazione è un bene o un male? Risolve i problemi o li aggrava? E quali altre possibili soluzioni possono esistere?
Le risposte non sono semplici. Per gli ultra-liberisti la nazionalizzazione è sempre un male: gli economisti liberisti vorrebbero che lo stato stesse lontano dalle banche quando guadagnano, ma che mettesse i soldi quando perdono, però senza cambiare proprietà e management. Ma in generale è invece un bene che chi mette i soldi, cioè in questo caso lo stato con il denaro dei contribuenti, comandi. Del resto l’intervento dello stato nelle banche non è certamente un fenomeno nuovo in questa crisi.

L’ultraliberista Gran Bretagna ha di fatto salvato e nazionalizzato le banche in crisi, come il gigante Royal Bank of Scotland, sborsando miliardi di sterline. E la Germania ha nazionalizzato Commerzbank, la seconda banca tedesca. Operazioni di salvataggio da parte dello stato sono state effettuate in tutti paesi, in Francia e in Belgio come in Gran Bretagna, in Germania e negli Stati Uniti, dove è stata nazionalizzata AIG, la principale assicurazione del mondo. Del resto economisti premi Nobel come Joseph Stiglitz e Paul Krugman hanno invocato la nazionalizzazione delle grandi banche sistemiche in via di fallimento.

L’esempio più notevole di nazionalizzazione è quello della Svezia all’inizio degli anni 90. Le banche erano in grave crisi, lo stato intervenne diventandone il proprietario, cacciando il management che aveva fallito, ristrutturando le banche e riportandole al profitto, e quindi rivendendole ai privati con lauti guadagni. Ma non è detto che lo stato italiano debba per forza rivendere le banche risanate ai privati come detta il credo liberista. La proprietà potrebbe anche restare pubblica. Molti però obietterebbero allora che la proprietà pubblica è per sua natura inefficiente: del resto questo è il ritornello che l’economista Tito Boeri ripete attaccando le fondazioni come longa manus del potere politico.

La verità è invece che il potere pubblico può essere migliore di quello privato: del resto i clamorosi fallimenti di tutte le principali banche private americane – e di numerose banche private europee – in questi anni hanno ampiamente dimostrato che il privato non è proprio sinonimo di efficienza. Il vero problema del Monte dei Paschi di Siena non è solo quello di essere stato condizionato pesantemente dalla politica, ma piuttosto – al di là delle eventuali responsabilità personali dei manager per reati e frodi – di avere giocato con i derivati per coprire i suoi debiti dovuti a ambizioni di gigantismo (cioè all’acquisizione di Antonveneta), proprio come hanno fatto le maggiori banche private d’affari che hanno provocato questa drammatica crisi globale: ma questo Boeri non lo dice.

Del resto le «vecchie» banche pubbliche italiane, come per esempio la Comit, non erano certamente peggiori di banche private come Intesa e Unicredito (che pure derivano dalle pubbliche Comit e Credito Italiano). E Raffaele Mattioli, il mitico banchiere della pubblica Comit, forse non era meno brillante di Corrado Passera, già dirigente della privata Intesasanpaolo.

Il vero problema è di trovare gli strumenti adatti per eliminare la lottizzazione e la corruzione partitica e mantenere l’autonomia della gestione pubblica: non è facile ma non è neppure impossibile. Una delle soluzione potrebbe essere quella di spingere per la democratizzazione degli istituti bancari, con la possibilità da parte dei lavoratori (dei lavoratori, e non dei sindacati) di eleggere dei loro rappresentanti nel board, come avviene nel sistema tedesco di governo delle imprese.

Quasi sicuramente la presenza dei lavoratori nel board aumenterebbe la trasparenza del business bancario, che è centrale per il rilancio degli investimenti, e quindi per l’occupazione. Una banca pubblica sana potrebbe competere con le banche private ma soprattutto potrebbe rendere un servizio fondamentale alla società: potrebbe finalmente ricominciare a dare credito alle aziende e alle famiglie per rilanciare l’economia.

Il problema attuale è che le banche private incamerano centinaia di miliardi di euro da parte della Banca europea e da parte degli stati ma non li ridistribuiscono all’economia reale, che resta soffocata. Invece una banca pubblica potrebbe facilmente fare arrivare il denaro direttamente alle aziende alle famiglie. Un sistema bancario policentrico e diversificato, basato su banche pubbliche, banche private nazionali e internazionali, banche di territorio cooperative e popolari, potrebbe più facilmente affrontare la crisi e rilanciare l’economia. Occorrerebbe poi naturalmente cambiare le regole, per esempio separare nettamente le attività di banca commerciale da quelle di banca d’affari, e mettere fuorilegge i contratti derivati speculativi, come quelli che hanno rovinato MPS, che sono il 95% del totale.

Cina e India, per fare solo due esempi, non ammettono contratti derivati, e sono rimasti fuori dalla crisi finanziaria che è partita dall’America ma che è diventata più grave in Europa sia per la folle politica d’austerità sia perché le banche europee hanno acquistato più derivati di quelle americane. Ma non è necessario aspettare l’Europa per mettere fuorilegge i derivati speculativi. Si può fare anche in Italia, ma il governo Monti certamente non lo farà, e non è neppure detto che lo farà il governo Bersani. Però sono queste le chiavi per uscire dalla crisi.

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