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Deve la scuola pubblica insegnare la morale laica?

Paolo Bonetti
www.italialaica.it| 02.02.2013

Qualche mese fa i nostri lettori hanno discusso con passione, e con opinioni spesso radicalmente divergenti, la possibilità che nella scuola pubblica venga introdotto l’insegnamento di storia delle religioni in sostituzione dell’attuale insegnamento della sola religione cattolica.

Adesso vorrei che si aprisse una nuova e libera discussione su un altro tema ancora più appassionante, quello dell’insegnamento obbligatorio, nella scuola di stato, della morale laica che, come spiega il ministro francese dell’Educazione, il socialista Vincent Peillon, è qualcosa di molto più impegnativo della semplice educazione civica, sulla quale mi pare che i nostri lettori, credenti e non credenti, siano tutti d’accordo. In un colloquio con Gloria Origgi, pubblicato sull’ultimo numero della rivista MicroMega, Peillon, che è anche un filosofo ed è fortemente impegnato, in mezzo a molte polemiche, nella riforma del sistema scolastico francese, dichiara apertamente che la tradizionale tolleranza liberale, nelle nostre società multiculturali e multireligiose, ormai non basta più. Occorre proporre ai giovani non una laicità neutrale rispetto ai valori, ma una laicità attiva che offra un sicuro orientamento morale e che sia fondata su un etica universale del rispetto e dell’uguaglianza. La proposta è suggestiva, ma pone immediatamente alcuni problemi attorno ai quali occorre riflettere con la maggiore imparzialità possibile.

Come già detto, la proposta del ministro francese non è una questione di pura educazione civica con l’apprendimento di quelle norme giuridiche che costituiscono il fondamento dell’ordine costituzionale e che consentono una pacifica convivenza fra cittadini di diverso orientamento morale e religioso. Nella proposta di Peillon la morale laica è un insieme di valori che debbono essere interiorizzati nel profondo delle coscienze per dare alla società democratica quella solidità morale che non può essere garantita dalla religione, dal diritto o dall’ideologia. Il riferimento del ministro filosofo è in primo luogo a Kant e alla sua morale del rispetto, un’etica ben più universale di quanto possa esserlo una qualunque etica religiosa compreso lo stesso cristianesimo. Ma, noi italiani in particolare, potremmo anche ricollegarci alla morale civile dei doveri dell’uomo di cui parlava Giuseppe Mazzini.

A questo punto però si aprono alcune questioni sulle quali sollecito l’intervento dei lettori: è possibile parlare di una morale laica universale o non dobbiamo, anche in questo caso come in quelle delle religioni, parlare di una molteplicità di morali laiche per cui, tanto per fare un esempio, la morale del positivismo è diversa da quella del kantismo che Peillon ci propone? E anche ammesso che una morale laica universale esista, sarà lecito imporla come materia di insegnamento nella scuola pubblica? Non rischiamo di ricadere nell’etica autoritaria dello Stato etico di gentiliana memoria? E ancora : è lecito che lo Stato si sovrapponga, con la sua morale, all’educazione ricevuta nella famiglia o nella confessione religiosa di appartenenza?

Non si rischia di violare in questo modo il principio della libertà di coscienza fondamento di una società aperta? Non si apre la strada al conformismo morale? La laicità forte che Peillon ci propone non implica un indottrinamento delle coscienze che finirebbe col distruggere quegli spazi di libertà personale che sono fondamentali in una società che pretende di definirsi libera? Mentre l’educazione civica ci insegna le regole di una convivenza ben ordinata, la morale laica non rischia di trasformarsi in un nuovo dogmatismo pericoloso quanto quello delle religioni tradizionali, seppure privo del loro fondamento fideistico?

Peillon è convinto che questa morale laica non costituisce un pericolo per la libertà di coscienza e non è, pregiudizialmente, antireligiosa, ma la sua funzione è quella di rendere possibile la coesistenza di tutte le libertà, a cominciare proprio da quella religiosa. Per arrivare a questo risultato non basta, però, il semplice diritto, occorrono valori che siano in grado di coinvolgere la nostra persona nella sua interezza. La scuola non può restare neutrale su tutta una serie di questioni che riguardano fondamentali scelte di vita, deve saper rispondere ai problemi che i ragazzi si pongono e pongono drammaticamente agli adulti. Afferma Peillon: “perché la pubblicità, il marketing, le Chiese, i genitori, il mondo dell’economia, i guru avrebbero il diritto di instillare valori e la scuola dovrebbe sospendere il giudizio sulle questioni fondamentali della vita, su ciò che è bene e ciò che è male, su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, sulla vita felice, sul piacere, sulla morte?”.

Molte volte, anche nella cultura italiana, il laicismo è stato accusato di essere eticamente vuoto e indifferente ai valori. Personalmente non condivido questa opinione, perché penso che il laicismo si fonda su quella libertà di coscienza che, coerentemente perseguita e difesa, impone necessariamente il rispetto delle altrui libertà. Ma sono anche convinto che occorre educare i giovani al rispetto degli altri, perché questo rispetto non è un dato di natura, ma una lunga e complessa costruzione culturale. L’istinto naturale ci porta spesso alla sopraffazione dell’altro e alla negazione della pari dignità morale di ogni uomo. Questo rischio è insito nella stessa fragilità della natura umana che, come diceva Kant, è un legno storto, mai completamente raddrizzabile. Ma il compito della scuola pubblica dovrebbe essere quello di renderlo almeno un po’ più diritto.

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