Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Elettori LGBT: votare o emigrare?

Elettori LGBT: votare o emigrare?

Alessandro Baoli
http://cronachelaiche.globalist.it

La lotta alle diseguaglianze sociali è un tema che torna spesso nei programmi elettorali dei partiti e movimenti che aspirano a governare il paese, ma in questa lotta, come sempre, i cittadini LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) non vengono considerati.

A questa classe politica – con le eccezioni che stiamo per vedere – l’uguaglianza che interessa è solo quella fiscale, nel senso che i cittadini LGBT contano unicamente come produttori di reddito e fonte di entrate fiscali.

Concedere i diritti loro garantiti dalla Costituzione non si deve, prendere i loro soldi invece si deve: per questo in fondo, non c’è nemmeno bisogno di nominarli, li si può seguitare ad ignorare. Qui si realizza l’unica forma di eguaglianza coi cittadini eterosessuali (cattolici), gli unici che hanno ancora tutte intere le loro libertà.

In questa breve analisi degli impegni presi verso i cittadini LGBT, a meno di un mese dal voto, non vorremmo nemmeno prendere in considerazione tutto lo schieramento di centro e di destra: tolti pochi cani sciolti, è troppo forte la sudditanza psicologica e politica nei confronti della Chiesa gerarchica cattolica per avere l’interesse e la convenienza di tentare di fare dell’Italia un paese un po’ più civile.

Tuttavia, solo per completezza di informazione, ecco cosa dice il programma del PDL: «La persona e la famiglia sono al centro del nostro programma. La difesa e il sostegno alla famiglia, comunità naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la promozione della dignità della persona e la tutela della vita, della libertà economica, educativa e religiosa, della proprietà privata, della dignità del lavoro, la solidarietà e la sussidiarietà saranno i punti di riferimento della nostra azione legislativa». Amen.

La “Scelta Civica” di Monti, invece, prevede che la famiglia abbia preminentemente funzione riproduttiva: «L’Italia deve tornare ad avere fiducia nel futuro e a fare bambini», sostiene il trio Monti-Casini-Fini. Bisogna dare figli alla patria come ai bei tempi, quando i treni arrivavano in orario. D’altra parte, il presidente del Consiglio uscente su questo tema si era già espresso con sufficiente chiarezza.

Anche la Lega Nord, da parte sua, sottolinea l’urgenza di un incremento demografico. Tuttavia, sorpresa! Nei verdi pascoli della padania ci si richiama esplicitamente all’articolo 3 della Costituzione, caso più unico che raro. Ma – qui sta la beffa – solo per i cittadini eterosessuali: leggiamo dal programma che «pur restando la famiglia naturale la formazione privilegiata alla base della società», non ci si può esimere dal «predisporre alcune tutele anche per le forme di unioni eterosessuali che non hanno contratto il matrimonio, soprattutto nell’interesse dei figli, che rappresentano la parte più debole e più bisognosa di assistenza del corpo sociale». Et voilà, anche al nord i gay sono serviti.

Restano il Partito Democratico e Sinistra Ecologia e Libertà, alleati in questa tornata elettorale, Rivoluzione Civile e il Movimento 5 stelle. Sintomatico di questa fase storica è che in nessuno dei programmi esaminati la “questione omosessuale” (e dei diritti civili in generale) viene non diciamo al primo posto, ma nemmeno al secondo. C’è sempre qualcosa di più urgente o importante delle libertà dei cittadini, a prescindere dal momento storico.

Partiamo dal movimento di Beppe Grillo: il movimento che ha un non statuto ha anche un non programma nel quale di diritti civili – non solo dei gay – non si parla nemmeno di striscio, mentre il suo non leader non disdegnerebbe di avere in lista esponenti fascisti dichiarati, risultato paradossale della sua pretesa di essere non ideologico, di non abbracciare nessuna ideologia che non sia quella dell’anti-sistema a tutti i costi.

Rivoluzione Civile, guidata da Antonio Ingroia, è l’unica che ha nel programma un riferimento chiaro e preciso ai temi cari al grosso dell’elettorato LGBT, ma è un movimento troppo giovane per meritare da subito una patente di affidabilità, e la sua durata nel tempo (nella prossima legislatura) è un’incognita. Dal programma, alla voce “Per la laicità e le libertà”, leggiamo: «Affermiamo la laicità dello Stato e il diritto all’autodeterminazione della persona. Siamo per una cultura che riconosca le differenze. Aborriamo il femminicidio, contrastiamo ogni forma di sessismo e siamo per la democrazia di genere. Contrastiamo l’omofobia e vogliamo il riconoscimento dei diritti civili, degli individui e delle coppie, a prescindere dal genere. Contrastiamo ogni forma di razzismo e siamo per la cittadinanza di tutti i nati in Italia e per politiche migratorie accoglienti».

E adesso il PD; dal suo ridondante programma leggiamo: «Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte Costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. È inoltre urgente una legge contro l’omofobia». Bersani si è impegnato, durante le primarie di coalizione, verso una legge sulle unioni civili “alla tedesca”, alla quale il partito è arrivato dopo una lunghissima, estenuante trattativa interna con l’ala cattolica.

Dall’ancora più ridondante programma di SEL, invece, leggiamo: «L’affermazione dei diritti di cittadinanza per tutti e l’universalità dei diritti fondamentali» comporta «la realizzazione piena delle pari opportunità, la sconfitta di ogni forma di razzismo, di xenofobia, di omofobia […] Gli stili di vita, le scelte procreative, gli orientamenti sessuali vanno rispettati e riconosciuti […] le unioni civili vanno riconosciute. La laicità è un cardine della democraticità delle istituzioni ma anche dei diritti dei cittadini». La locuzione “stili di vita” è equivoca, se riferita alle persone LGBT (l’orientamento affettivo e sessuale non ha a che fare con lo “stile”), ma l’intento almeno è chiaro. Questo è quanto.

Resta la domanda fondamentale, il dilemma dei cittadini LGBT che torna puntualmente a ogni tornata elettorale: turarsi il naso e votare per il meno peggio? In questo caso si tratta dell’alleanza PD-SEL, ma sapendo che anche a causa della sua probabilissima alleanza con Monti e Casini (con cattolicisti annessi, come la Binetti) molto probabilmente nemmeno stavolta potranno mantenere le promesse fatte, avendo oltretutto già in partenza la scusa buona (“è colpa di Monti”, diranno), per tacere del solito autolesionismo patologico della sinistra, stavolta sotto le sembianze dello scandalo MontePaschi, che rischia di compromettere quella che sembrava una partita già vinta.

Rischiare con Rivoluzione Civile o col Movimento 5 stelle, praticamente un salto nel buio? Oppure cercare di espatriare verso un paese civile, abbandonando finalmente l’Italia al suo destino di ultima roccaforte occidentale del fondamentalismo religioso 2.0, quello dei vertici del clero che vanno su twitter propugnando una società di stampo medievale? Al lettore la risposta.

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 Italiani progressisti sui diritti, ma i temi etici non entrano in campagna elettorale

 Redazione
Il Fatto Quotidiano | 31 gennaio 2013

Mentre sugli schermi televisivi e sui social network impazza una campagna elettorale a base di contratti, banche e polemiche sulla giustizia, in cui i diritti civili fanno raramente capolino, gli italiani si scoprono dieci anni avanti rispetto alla classe politica che li rappresenta. E decisamente più libertari. Solo che per una volta a dirlo non sono gli opinionisti da salotto, ma una sentenza e una ricerca sociale che, uscite nello stesso giorno, hanno il pregio di mostrare da un lato e dall’altro come l’atteggiamento del Paese sia cambiato rispetto a una pluralità di temi che non trova spazio nell’agenda delle prossime elezioni.

Da un lato, con la sentenza depositata oggi, la corte di Cassazione ha finalmente risolto il conflitto normativo che ruotava attorno al concetto di “consumo di droghe in gruppo”. Traduzione, farsi una canna con gli amici, indipendentemente dal fatto che a comprarla sia il singolo o il gruppo, non è un reato. A dire il vero il caso in oggetto era molto più complesso e legato a un caso di morte per eroina. Ma il concetto che ne scaturisce ricade a cascata sul comportamento dei cittadini italiani, il popolo in Europa con il più alto consumo (reo confesso) di cannabis. Cinque milioni di persone, tra fumatori abituali e non, con una percentuale che sale fino al 18% dei giovani fino a 35 anni.

Italiani popolo di fumatori, quindi, ma non solo. Nella percezione delle persone, infatti, prende sempre più forza un sostanziale favore verso l’allargamento dei diritti. Quelli delle coppie, il diritto alla maternità, il diritto a scegliere la propria morte. A tracciare il quadro è il “Rapporto Italia” dell’Eurispes. Che da un lato dipinge una popolazione impoverita e in bolletta. Dall’altro, fra la nascita di un compro oro e la chiusura di una azienda, vede gli italiani sempre più inclini a una laicità di fondo sui temi “eticamente sensibili”. A cominciare dalla procreazione medicalmente assistita, sulla cui sorte sette anni si consumo il fallimento più bruciante della storia dei referendum, quando il quorum abbatté ogni ipotesi di modifica della legge 40: oggi il 79,4% degli italiani è propenso a individuare ulteriori possibilità per realizzare il desiderio di maternità. Come prevedibile, rispetto alla fecondazione assistita i più favorevoli sono gli italiani che si considerano di sinistra (86,7%) e di centro-sinistra (86,4%). Ma stupisce (e forse non dovrebbe) il dato degli elettori di centro-destra (83,3%) e di destra (72,1%) e centro (71,1%).

Stessa tendenza, con una progressione degna di nota, per chi si dichiara favorevole all’eutanasia: dal 50% del 2012 si passa all’attuale 64,6%. E così anche il testamento biologico registra un aumento di consensi, di oltre dieci punti percentuali: dal 65,8% dello scorso anno al 77,3% del 2013. Questione diversa per il suicidio assistito: rimane contrario il 63,8% degli italiani (lo scorso anno era convinto di questo il 71,6%), ma ottiene comunque il favore del 36,2% (contro il 25,3% del 2012).

Al contrario, il 77,2% degli italiani, finora ignorato dalla politica, è pronto e favorevole alla tutela giuridica per le coppie di fatto. Anche in questo caso il consenso maggiore si registra tra coloro “che hanno preferenze politiche di sinistra (centro-sinistra 85,1%, sinistra 86,1% )”. Una distanza maggiore tra gli italiani che prediligono le forze di centro (67,8%) e quelle di destra (destra 68,9% e centro-destra 71,7%). Quanto al divorzio breve, discusso e accantonato nel passato politico, gli italiani a favore della sua introduzione sono l’86,3%, in aumento rispetto all’82,2% del 2012. “Tra i più convinti, quelli che risiedono nel Centro Italia (90,6%), mentre i più diffidenti – ma con valori che attestano comunque un alto grado di interesse – sono quelli che vivono nelle Isole (80,8%)”, rileva l’Eurispes.

Resta piuttosto da decifrare perché il tema sia così poco sentito tra le forze politiche nella battaglia elettorale. Forse perché con i diritti non si mangia. O forse per non spaventare le alte sfere del Vaticano, il cui sostegno appare sempre determinante per la vittoria, i temi etici sembrano essere stati completamente cancellati. Riapparsi brevemente nel confronto interno delle primarie Pd, le unioni gay sono definitivamente uscite dall’agenda della competizione a tre Bersani-Berlusconi-Monti. Tanto che quest’ultimo, presentando la sua agenda, si è potuto permettere di ammettere come i diritti non fossero “centrali” nel suo programma, senza che questo producesse particolari danni. Il pensiero va automaticamente agli Stati Uniti, dove poche settimane fa Barack Obama ha osato incentrare il suo discorso di insediamento sulla parità dei diritti tra uomo e donna, tra eterosessuali e gay. Pur avendo di fronte a sè una nazione molto più conservatrice, quando non dichiaratamente ostile al cambiamento.

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 Su mensile ebrei italiani dibattito su matrimoni omosessuali. Pezzana risponde a Israel: In Israele possiamo adottare figli

www.ilmondo.it

E’ dibattito nel mondo ebraico italiano sulle nozze gay. Sul numero di dicembre di ‘Shalom’, “mensile ebraico d’informazione e cultura”, Giorgio Israel bocciava i matrimoni omosessuali con un articolo intitolato ‘Si può dire ‘no’ ai matrimoni gay, senza per questo essere accusati di omofobia?’. Nel numero di gennaio gli risponde Angelo Pezzana: ‘Con i matrimoni gay non scompariranno né paternità né maternità’.

“Chiamare a tuo sostegno il gran rabbino di Francia Gilles Barnheim rivela la debolezza delle tue argomentazioni”, scrive l’ex parlamentare radicale a Giorgio Israel. “Qui non c’entrano anatemi e accuse, che semmai arrivano dopo, cioè dopo che si è smontata la grandissima bufala che tu citi come vera, ‘l’eliminazione delle differenze di genere’. Ma chi te l’ha detto, dove l’hai letto? I generi continueranno ad essere due, quello femminile e quello maschile, ciò che invece viene chiesto, e ormai ottenuto in Stati più civili del nostro, è la fine delle discriminazioni nei confronti di lesbiche e omosessuali per quanto riguarda la famiglia. Che un tempo era una e indivisibile, ricordi? Il divorzio non esisteva, uno non poteva, come si diceva, rifarsi una vita, sposarsi un’altra volta, proibito, dalla legge che seguiva gli ordini del Vaticano”.

Prosegue Pezzana: “Perché temi tanto la scomparsa di quelle odiose differenze che ancora oggi separano la condizione giuridica tra gay e etero? Perché a te deve essere concesso quello che a me è proibito? Noi omosessuali abbiamo lottato per decenni per conquistarci il diritto ad una identità riconosciuta, basta doppie vite, matrimoni (quelli sì) fasulli, in sostanza vivere alla luce del sole quello che siamo, persone normali con un orientamento sessuale diverso, ma con il diritto di viverlo pienamente, come deve essere in una società libera e democratica. E poiché scriviamo su un giornale ebraico – scrive Pezzana – lasciami citare l’esempio di Israele, dove è possibile per un gay, persino single, adottare un figlio, basta che ne faccia richiesta alla Corte suprema, che vaglierà la richiesta e, se tutto è in ordine, darà il consenso”.

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