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Omofobia. Il nuovo muro che divide l’Europa

Andrea Tarquini
La Repubblica, 29 gennaio 2013

Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca: una generazione dopo la fine dell’Impero del male, discriminazioni e ostilità contro le comunità gay aumentano alimentate da minoranze populiste che attizzano l’odio per ottenere consensi. Nel silenzio delle istituzioni europee e spesso anche della Chiesa. Se passeggi a Nowy Swiat o sulla Krakowskie Przedmiesce, nel bel centro storico di Varsavia, vedere giovani gay o lesbiche baciarsi o tenersi per mano è normale, ma più a Est, in villaggi e campagne della Polonia profonda, feudi di naziskin, cattolici integralisti e nazionalpopulisti di Kaczynski, “loro” hanno paura a passeggiare da soli la sera.

A Budapest, la Corte costituzionale, in una delle ultime sfide a Orbàn ha bocciato la sua legge sulla famiglia che riconosceva solo l´unione consacrata tra uomo e donna per crescere figli. Eppure gli ultrà violenti della Guardia magiara odiano gli omosessuali come i rom e gli ebrei. Minacciano e provocano, pur essendo teoricamente fuorilegge: «Se persino gli schifosi froci possono manifestare, il diritto di sfilata è anche nostro». Persino nella civilissima Praga, le leggi sono più avanzate, ma i vip che hanno scelto il coming out sono rari, e il presidente uscente, l´euroscettico Vaclav Klaus, è stato a lungo l´omofobo più potente della Repubblica, e tuonava spesso contro «il vederli apparire in pubblico».

Europa centro-orientale, inizio del 2013: una generazione dopo la fine dell´Impero del Male, c´è un Muro che non è ancora caduto. Il muro dell´omofobia, delle discriminazioni, pregiudizi e ostilità contro i diversi. Minoranze contro cui a troppi populisti conviene attizzare l´odio, e purtroppo la Chiesa cattolica, orfana di quel genio lungimirante e aperto al mondo che fu Karol Wojtyla, è spesso complice o ispiratrice dei veleni. «Non siamo nella Russia della repressione omofoba brutale, differenziamo bene», avverte Krystian Legierski, uno dei più autorevoli attivisti gay in Polonia, dell´organizzazione per i diritti Lgbt (www.lgbt.pl). Eppure certe coincidenze fanno male: nello stesso giorno in cui a Mosca passava la legge infame sul «divieto d´ogni propaganda gay», il premier liberal polacco Donald Tusk incassava una dura sconfitta. Il Parlamento bocciava tre disegni di legge per il riconoscimento delle coppie di fatto, omosessuali o no.

Pochi mesi prima, l´arcivescovo di Varsavia, Kazimierz Nycz, aveva lanciato un appello comune col patriarca ortodosso russo Kirill, contro «il rifiuto dei valori tradizionali, che mette sempre più in discussione i princìpi etici». Nemiche per secoli, le due chiese si sono riconciliate contro i gay. «È stato sconcertante, in Parlamento», racconta Krystian, «tutti i deputati conservatori o reazionari hanno detto no ai diritti dei gay richiamandosi alla religione, alla dottrina cattolica. Secondo cui la legge metterebbe in pericolo la famiglia. Alla fine anche 46 deputati del partito del premier, nonostante lui volesse la legge, hanno votato contro».

Nelle campagne, nel lontano Est della “Polonia profonda”, il clima è ben peggiore, Varsavia è un altro mondo, continua. «In città come Bialystok gli skinhead imperversano, le autorità non indagano, non muovono un dito. Gli ultrà attaccano noi gay, o gli stranieri, impuniti. Una volta un giovane ceceno, sportivo di lotta libera, è riuscito a difendersi da sei skinhead che volevano pestarlo a morte, il tribunale ha condannato lui e non loro per violenza. In generale, torna viva qui la convinzione che se dai diritti a ebrei, gay o altre minoranze perdi qualcosa». Ha un volto brutto, squallido e inquietante, l´ultimo Muro dell’Est.

«L´altra minaccia», prosegue Legierski, «sono i tifosi violenti: spesso vengono a Varsavia per spedizioni anti-gay, specie per tentare assalti ai cortei del gay pride». Almeno, nella capitale i corpi speciali della polizia fanno il loro lavoro. La discriminazione, narra Yga Kostrzewa, attivista lesbica di www. Lambdawarszawa.org, comincia a scuola. «La maggioranza dei libri di testo sulla morale sono omofobi. Da qui al mobbing il passo è breve, e poi specie nelle campagne gli omosessuali anziani sono i più discriminati, ma anche tra giovani, se solo hai amici gay, ti danno subito del “fagot”.
Una delle nostre associazioni, la Ilga, ha pubblicato nel suo rapporto annuale la mappa del coefficiente di omofobia in Europa. Il confine Est-Ovest era tracciato chiaro, voto negativo alla Polonia, già positivo alla Repubblica cèca, e voti migliori in Occidente. Eppure lentamente la situazione migliora – spiega Yga – ora abbiamo programmi tv pubblici e privati che narrano di coppie di fatto gay con figli come realtà normale». Una spina nel fianco per l´episcopato, che condanna gli «aberranti messaggi del Peccato contro natura».

Un´ora di volo a Sudovest, a Praga, la debolezza della Chiesa e il laicismo maggioritario moderano l´omofobia. Ma politici di primo piano l´hanno usata con demagogia sfacciata: da Klaus, che insultò il gay pride come “sfilata oscena”, all´ex premier Mirek Topolanek, un tempo ospite dei party di Berlusconi a Villa Certosa. Attaccò un rivale come omosessuale ed ebreo, ma pagò perdendo il posto. E la legge sulle coppie di fatto almeno esiste. Il quadro più allarmante viene dall´Ungheria di Orbàn. «Sta coltivando i nuovi Breivik, fa presa incolpare di tutto ebrei e omosessuali, rom e stranieri», ha scritto di recente il New York Times. Il fatto più triste, spiega Tamàs Dombos, leader della ong “Hàttér” per la difesa dei gay, «è che prima di Orbàn avevamo leggi all´avanguardia all´Est, anche sui diritti d´eredità e fiscali delle coppie di fatto, omo o no.

Il nuovo governo non le ha ancora cancellate, ma l´inversione di tendenza c´è tutta. La nuova Costituzione esalta solo le radici culturali cristiane e l´unione tra uomo o donna per far figli, non menziona più i diritti delle minoranze. La legge sulla famiglia bocciata dalla Consulta proteggeva solo la famiglia ufficiale etero. Temo che, come fece il dittatore stalinista Ràkosi, vogliano adottare la “tattica del salame”: via i diritti una fetta alla volta. Alla Fidesz non parlano ancora contro di noi, ma la loro omofobia traspare: nelle nuove leggi di diritto civile parlano di protezione della sola famiglia ufficiale etero, non più delle coppie di fatto».

Ombre e minacce sui diritti dei gay sono insidiose, nella Budapest dell´autocrate. L´organizzazione giovanile del piccolo partito democristiano (Kdnp, alleato della Fidesz di Orbàn) sfila in piazza al grido di “contro i buzi” (termine volgarissimo e ingiuriante). La Magyar Garda chiede ogni giorno «al bando i froci». Orbàn non appoggia, ma carezza certi umori, spiega Dombos. «Quando un deputato degli ultrà di Jobbik, apertamente omofobi e antisemiti, ha proposto una legge alla russa, 3 anni di detenzione per propaganda omosessuale, la Fidesz ha rifiutato dicendo ambigua “quel che volete punire è già punito dalle leggi”. Per gli ultrà, violenti, il gay pride è bersaglio preferito, dice Gàbor Kuszing. «E per due anni la polizia ha vietato la marcia, solo il ricorso alla magistratura ci ha permesso di sfilare».

I racconti dell´orrore non finiscono qui, ascoltare Dombos e Kuszing fa rabbrividire. «Lontano da Budapest, la paura cresce. E ovunque, anche nella capitale, giustizia e polizia minimizzano. Quando un commando neonazi assaltò un club gay pieno di avventori con le molotov li indagarono per vandalismo, non per la tentata strage che commisero. Peggio che mai, Jobbik è forte soprattutto tra i giovani, l´omofobia può conquistare una generazione». «Da noi idee tradizionali dei ruoli di uomo e donna e dell’ordine sociale sono l´humus dell´omofobia, non la religione», sottolinea Dombos. Le statistiche fanno paura: 58 ungheresi su cento non vorrebbero un vicino gay, 49 su cento rifiutano un collega gay.

«La discriminazione delle minoranze purtroppo può avere molti volti: contro etnìe, gruppi sessuali, disabili, e dice molto dello stato psichico e morale di una società», constata triste Kàroly Voeroes, ex direttore del quotidiano liberal Népszabadsàg, tra le migliori “grandi penne” indipendenti. «Il problema pesa anche in Francia, figuriamoci qui da noi dove le tradizioni democratiche sono scarsissime.
Lord Dahrendorf ci disse una volta che una dittatura politica si può smontare in sei mesi, un´economia di Stato in sei anni, ma per cambiare la mentalità occorrono tre generazioni».

«Il silenzio della Ue – contro le discriminazioni e contro autocrati alla Orbàn – certo non aiuta», nota Dombos, «dovrebbero monitorare di più i diritti umani, anche i nostri». Ma altri attivisti gay non si fanno illusioni: «Al massimo – dice il polacco Legierski – va bene l´appoggio di Ong europee. Purtroppo, la Commissione e il Parlamento europeo spesso all´Est sono percepiti come un arrogante oppressore straniero».

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