Home Europa e Mondo Siria, l’aggressione di Tel Aviv

Siria, l’aggressione di Tel Aviv

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Nonostante i ripetuti avvertimenti da parte di alcuni dei paesi confinanti con la Siria circa il pericolo di possibili incursioni nei loro territori di un regime ormai disperato, alla fine a rendersi protagonista di un’aggressione deliberata nell’ambito del conflitto in corso da quasi due anni nel paese mediorientale è stato, non troppo sorprendentemente, Israele.

Confermando come il governo di Tel Aviv costituisca la vera principale minaccia alla stabilità della regione, alcuni aerei israeliani hanno infatti condotto un bombardamento in territorio siriano nella giornata di mercoledì, anche se l’obiettivo dell’attacco rimane tuttora avvolto nel mistero.

Secondo quanto affermato da fonti interne al governo americano, il quale era stato informato in anticipo dell’operazione, i velivoli israeliani avrebbero colpito un convoglio che trasportava equipaggiamenti militari destinati a Hezbollah, in Libano.

Per il regime di Bashar al-Assad, invece, l’obiettivo sarebbe stato un altro. L’agenzia di stampa ufficiale SANA, citando il comando delle forze armate siriane, ha descritto la distruzione di un “centro di ricerca scientifico” situato a Jamraya, alle porte di Damasco, dove si lavorava per “innalzare i livelli di resistenza e auto-difesa”.

Secondo questa versione, condivisa anche dai vertici di Hezbollah, oltre ai danni all’edificio sarebbero state uccise due persone che vi lavoravano, mentre cinque sarebbero i feriti. Durissima, com’è ovvio, è stata la condanna proveniente da Damasco, da dove l’incursione è stata definita “una palese violazione della sovranità e dello spazio aereo siriano”.

L’attacco israeliano sembra aver fatto aumentare, forse volutamente, il rischio di un allargamento del conflitto, come è apparso evidente anche dal commento preoccupato della Russia. Il Ministero degli Esteri di Mosca ha affermato giovedì di voler fare chiarezza sull’accaduto, bollando il bombardamento come “una seria violazione della carta delle Nazioni Unite”. Nello scorso fine settimana, inoltre, l’altro principale alleato internazionale di Assad – l’Iran – aveva a sua volta lanciato un avvertimento tramite Ali Akbar Velayati, consigliere dell’Ayatollah Ali Khamenei sulle questioni di politica estera, sostenendo che “un attacco contro la Siria verrebbe considerato come un attacco contro l’Iran”.

Israele, come di consueto, non ha rilasciato alcun commento in proposito, poiché farlo avrebbe comportato l’ammissione di un atto palesemente illegale e non provocato. I governi di Tel Aviv, d’altra parte, non sono nuovi a questo genere di operazioni.

Sempre in Siria, Israele aveva bombardato una presunta installazione nucleare nel 2007, mentre lo scorso ottobre, sempre senza alcuna conferma ufficiale, l’obiettivo era stata una fabbrica di armi a Khartoum, la capitale del Sudan.

In ogni caso, il più recente attacco sembra essere stato preparato da alcuni giorni, visto che l’esercito del Libano ha affermato mercoledì che aerei israeliani nell’ultima settimana avevano aumentato sensibilmente le loro attività nello spazio aereo di questo paese. Inoltre, da svariati giorni il governo Netanyahu stava suonando l’allarme sulla sorte dell’arsenale di armi chimiche a disposizione di Assad, minacciando di intervenire direttamente in Siria nel caso fosse emersa prova che queste armi potessero finire nelle mani di terroristi islamici o di Hezbollah.

Il pretesto delle armi chimiche è stato di nuovo riproposto in quest’ultimo periodo anche da Washington e da altri governi occidentali, verosimilmente per tornare ad offrire all’opinione pubblica internazionale un motivo per un possibile intervento esterno in Siria, visto da molti sempre più necessario per sbloccare la situazione alla luce dell’incapacità dei “ribelli” di dare la spallata finale al regime di Damasco.

Secondo l’opinione di vari commentatori citati dai media occidentali in questi giorni, Israele avrebbe agito in particolare per il timore che Assad stesse inviando a Hezbollah, oltre ad armi chimiche, sofisticati missili anti-aereo SA-17. Questa eventualità, infatti, ostacolerebbe non poco l’attività di Israele nei cieli del Libano, anche se ad alcuni appare improbabile che un regime sotto assedio decida di privarsi di un sistema così efficace in un simile frangente.

Se così fosse, Tel Aviv avrebbe commesso mercoledì un atto di guerra illegale e non provocato contro un paese sovrano ufficialmente per evitare che un altro paese sovrano – il Libano – venisse in possesso di strumenti di difesa volti a impedire sempre a Israele di invadere a piacimento il suo spazio aereo o di lanciare eventuali attacchi aerei in maniera indisturbata.

Per quanto riguarda poi il pericolo dei jihadisti attivi in Siria, gli scrupoli israeliani appaiono quanto meno insoliti, dal momento che questi ultimi sono da tempo già armati e finanziati più o meno direttamente proprio dall’alleato americano, ma anche da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Ugualmente, non sembra del tutto da escludere che questi gruppi possano già avere a disposizione anche armi chimiche, provenienti dall’arsenale di Gheddafi e giunte nel paese mediorientale assieme ai guerriglieri che hanno combattuto in Libia con il sostegno della NATO.

Il bombardamento di Israele, al di là del bersaglio colpito, sembra dunque avere più probabilmente come possibile scopo il tentativo di provocare una reazione da parte di Damasco, così da aprire un nuovo fronte in cui impegnare il regime e allargare il conflitto in corso, in modo da ridare fiato alle forze di opposizione e fornire una giustificazione ad un intervento diretto nel paese ai loro sponsor occidentali e nel mondo arabo.

Assieme ai continui attacchi suicidi dei gruppi estremisti presenti in Siria, inoltre, un ulteriore segnale di debolezza dei ribelli è giunto sempre mercoledì proprio dal leader della cosiddetta Coalizione Nazionale delle Forze della Rivoluzione Siriana e dell’Opposizione, Moaz al-Khatib, ex dipendente della Shell e già imam della famosa moschea degli Omayyadi di Damasco.

Dal suo profilo su Facebook, Khatib ha infatti per la prima volta mostrato una certa disponibilità al dialogo con rappresentanti di Bashar al-Assad in vista di una nuova fase di transizione, a condizione però che il regime liberi qualcosa come 160 mila detenuti e rinnovi il passaporto dei dissidenti da lungo tempo in esilio all’estero. L’inaspettata uscita di Khatib ha suscitato le immediate critiche di altri esponenti dell’opposizione, costringendolo a correggere il tiro e ad affermare che quelle così espresse erano solo opinioni personali.

Alla luce del massiccio impegno messo in atto dagli Stati Uniti e dagli altri governi che si adoperano per abbattere il regime di Damasco, appare al momento improbabile che un qualche negoziato tra Assad e i ribelli possa essere avviato. Tuttavia, le aperture di Khatib dimostrano le inquietudini e la frustrazione diffusa tra i vertici dell’opposizione per un conflitto in continuo stallo e per il ruolo sempre più importante che stanno assumendo nel paese le milizie integraliste.

In questo inquietante scenario, perciò, appare più che plausibile che alcuni membri dell’opposizione stiano iniziando a pensare ad una soluzione di compromesso che, pur mantenendo sostanzialmente inalterato il sistema di potere dell’attuale regime, dia almeno una parvenza di cambiamento e, soprattutto, assicuri loro un ruolo di primo piano nel futuro sempre più incerto della Siria.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.