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Tutti contro tutti verso l’ennesima transizione

Adriano Gizzi
www.confronti.net

In questa campagna elettorale non vale la logica secondo cui «il nemico del mio nemico è mio amico». Le forze politiche – moltiplicatesi negli ultimi mesi – tendono infatti a differenziarsi, accentuando i motivi di scontro. E dopo le elezioni torneranno a nuove disgregazioni e riarticolazioni, come accade da vent’anni.

Ricordate l’esplosione di giubilo, i cori da stadio, i clacson, i caroselli di auto, i brindisi in piazza e i trenini di quel 12 novembre 2011, quando Silvio Berlusconi era salito al Quirinale per rassegnare le dimissioni? Avevamo scherzato: non era il «25 luglio» tanto atteso da molti, non era affatto finita un’era. Il leone di Arcore è ancora vivo e vegeto e oggi non solo sta vendendo cara la pelle, ma – forse al di là delle sue stesse aspettative – rischia addirittura di vincere le elezioni per la quarta volta. O almeno di perderle per poco. 1994, 2001 e 2008: queste le tre vittorie piene di Berlusconi. Nel 1996 invece perde, ma solo perché va alle elezioni senza la Lega nord (che da sola prende il 10%), mentre nel 2006 perde per 24mila voti… quasi una vittoria morale, dal momento che tutti i sondaggi lo avevano dato per spacciato. Proprio come all’inizio di questa campagna elettorale per le elezioni del 24 e 25 febbraio.

Al di là dell’opinione sul personaggio che ogni italiano ha potuto farsi in questi 19 anni, il problema è che da quando nel 1994 ha deciso di «scendere in campo» è quasi scomparso dalla politica il dibattito sulle idee e sui progetti da realizzare. Ogni argomento ruota infatti attorno alla sua persona: ai suoi interessi, ai suoi affari pubblici e privati, alle sue dichiarazioni, alle sue promesse e alle sue barzellette… da allora, ogni elezione diventa inevitabilmente un referendum pro o contro Berlusconi.

Quando poco più di un anno fa se ne andò via con la coda tra le gambe, lasciando il posto a Monti, erano davvero in pochi a rimpiangerlo e comunque quasi tutti erano convinti che il berlusconismo fosse finito. Sembrava che finalmente ci si potesse tornare a dividere sulle questioni politiche, sociali ed economiche: pro o contro l’austerità, pro o contro l’articolo 18, pro o contro i matrimoni omosessuali, pro o contro questa o quell’altra tassa… ma comunque in modo civile e sano, ossia senza che ogni polemica politica fosse inquinata dalla contrapposizione «berlusconismo contro antiberlusconismo», che per due decenni ci ha distratto – tutti: berlusconiani, antiberlusconiani e cerchiobottisti – da tutte le altre questioni importanti.

Anche se siamo una repubblica parlamentare, le elezioni per Camera e Senato di fatto servono anche a decidere il presidente del Consiglio. Votiamo per una lista, contribuendo quindi a farne eleggere i candidati, ma in realtà stiamo votando automaticamente anche per la coalizione di cui quella lista fa parte, che a sua volta corre per raggiungere il premio di maggioranza del 54% dei seggi alla Camera. Quindi, verosimilmente, il capo della coalizione che prenderà anche un solo voto in più esprimerà il prossimo presidente del Consiglio. Berlusconi nega di essere interessato a quella carica in caso di vittoria, ma una delle cose che abbiamo imparato in questi 19 anni è che cambia spesso idea. Con l’attuale legge elettorale non c’è un limite minimo di voti da raggiungere, quindi – soprattutto in una situazione non più bipolare, ma ormai pentapolare – è abbastanza verosimile che una coalizione possa vincere magari anche solo con il 35% dei voti validi. In teoria anche con molto meno.

Sarebbe quasi un’elezione diretta «de facto» del presidente del Consiglio, se non fosse per un elemento che complica un po’ le cose. Alla Camera ci sarà comunque una coalizione che vincerà e sarà premiata in termini di seggi, ma non è detto che essa ottenga la maggioranza assoluta di seggi anche nell’altro ramo del Parlamento. Questo è dovuto al fatto che al Senato il premio di maggioranza è assegnato a chi prende più voti in ciascuna regione, per cui ogni regione fa storia a sé. Ci potremmo quindi trovare in una situazione di stallo, nella quale una coalizione ottiene il premio di maggioranza in alcune regioni e un’altra coalizione in altre, ma alla fine nessuna ha la maggioranza assoluta in Senato.

Inizialmente, a molti sembrava proprio questo lo scenario più probabile: la coalizione di centro-sinistra vince alla Camera ma non al Senato ed è costretta a chiedere il sostegno della coalizione centrista di Monti. Anche se al momento non si possono escludere scenari diversi, Monti e Bersani sembrano però convinti che alla fine il risultato sarà quello e hanno già provveduto a lanciarsi segnali di dialogo, prefigurando una collaborazione che molti danno ormai per scontata.

Carnevale di Rio o di Weimar?

La cosiddetta Prima repubblica era quasi al tramonto, quando il segretario del Psi Bettino Craxi definiva con disprezzo «carnevale di Rio» le oltre venti liste che si stavano presentando alle elezioni, tra Movimento politico difesa automobilisti, Partito dell’amore e Lega casalinghe e pensionati. Oggi abbiamo ancora più liste di allora e – neanche a farlo apposta – per la prima volta si vota proprio a febbraio… ma questa volta sembra più il carnevale di Weimar. Senza gli sbocchi tragici degli anni ‘30, si spera, ma il prossimo Parlamento ha buone probabilità di eguagliare il record di quella Germania che viene sempre portata ad esempio di frammentazione partitica estrema, dove si arrivò a 15 partiti rappresentati al Reichstag. E le analogie non finiscono qui, perché all’epoca, così come oggi da noi, alla crisi economica si rispondeva con l’austerity. Come ripete spesso il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, molto critico verso «la follia dell’austerità europea», i tedeschi odiano profondamente l’idea dell’inflazione perché si ricordano l’iperinflazione degli anni ‘20, ma stranamente non ricordano invece le politiche deflazionistiche dell’inizio degli anni ‘30, che prepararono il terreno all’ascesa di Hitler.

Dal partito-Chiesa al partito-persona

Certo, la presenza di tante liste potrebbe anche essere considerata un elemento positivo, sintomo di pluralismo, se non fosse che in molti casi le divisioni non si basano su differenze ideali, ma su rivalità personalistiche. Un tempo si era liberali, socialisti, comunisti, democristiani o missini per tutta la vita, o quasi: il «cambio di casacca» era un fenomeno rarissimo. Sì, ogni tanto c’era una scissione – soprattutto a sinistra – ma i partiti duravano decenni, mentre oggi vengono fondati, si scindono e si sfasciano a getto continuo: appena un parlamentare non condivide qualcosa del gruppo di cui fa parte, ne esce subito per fondarne un altro (e sempre più fioriscono partiti personali, incentrati sulla figura del leader). Tanto per avere un’idea delle proporzioni: alla Camera quasi un deputato su sei non ha concluso questa legislatura nello stesso gruppo in cui l’aveva cominciata. Sotto elezioni, poi, c’è un altro simpatico fenomeno, che si può sintetizzare così: il partito a cui appartengo non mi candida? E io mi faccio candidare da un altro. Ormai il giudizio di un politico sul proprio partito può cambiare nel giro di pochi minuti, anche solo sulla base della sua propensione a candidarlo.

Per quasi mezzo secolo si è data la colpa della frammentazione al sistema proporzionale. In effetti, fino alle elezioni del 1992, si poteva entrare in Parlamento con una relativa facilità. Ma poi abbiamo votato per tre volte (1994, 1996 e 2001) con un sistema per tre quarti uninominale maggioritario e il numero dei partiti presenti in Parlamento non è diminuito un granché. Per riuscire a vincere, infatti, le coalizioni dovevano aggregare più partiti possibile, garantendo a tutti seggi sicuri. Lo spirito del sistema uninominale anglosassone non è stato molto recepito da noi: molti candidati venivano collocati in un collegio non tanto sulla base del legame con il territorio e della conoscenza delle sue problematiche, quanto per calcoli elettorali legati alla necessità di garantire la rielezione alle classi dirigenti dei partiti. In un certo senso, si invertiva la logica dell’uninominale: generalmente, nei paesi anglosassoni, è il politico di prestigio che fa guadagnare voti al proprio partito nel collegio in cui si candida. Nel caso dell’uninominale all’italiana, invece, sono i partiti che devono garantire ai propri leader la rielezione in collegi sicuri.

Dall’uninominale all’italiana al porcellum proporzional-maggioritario

Il sistema elettorale successivo (il cosiddetto «Porcellum», applicato nel 2006, nel 2008 e ancora oggi) non è riuscito a produrre una maggiore semplificazione, ma ha mescolato in modo maldestro il principio proporzionale con quello maggioritario. Ogni sistema elettorale ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, non ne esiste uno perfetto, però questo è riuscito nel capolavoro di prendere solo il peggio dei due sistemi principali, senza prenderne almeno qualche vantaggio. È proporzionale, ma ci sono le liste bloccate. È maggioritario nell’effetto distorsivo (perché regala il 54% dei seggi a chi prende anche un voto in più), ma non ha i vantaggi del collegio uninominale, dove l’elettore può scegliere tra due o più candidati di cui – almeno in teoria – ha avuto la possibilità di ascoltare idee e programmi.

Questo non significa nemmeno che la soluzione di tutti i problemi possa venire dall’introduzione delle preferenze. Si cita spesso il fatto che favoriscono il voto di scambio e le clientele: se devi convincere la maggioranza relativa degli elettori di un collegio, non puoi corromperli tutti, ma se invece ti bastano poche migliaia di voti per essere eletto – come accade con il sistema delle preferenze – è più facile ottenerli anche con mezzi poco nobili. C’è poi anche un altro fattore importante, solitamente poco considerato. Con il sistema uninominale, se un partito vuole vincere deve selezionare bene ogni candidato, perché la maggioranza va conquistata collegio per collegio (anche se abbiamo visto che questo principio, nel caso italiano, ha funzionato poco). Nel sistema proporzionale con le preferenze, invece, ogni partito presenta una lista di candidati e tra loro ce ne saranno senz’altro alcuni di grande onestà e prestigio, che serviranno da specchietti per le allodole per attirare voti. Ed è proprio grazie a quei voti che la lista nel suo complesso guadagnerà più seggi e quindi vedrà eletti anche altri candidati, magari molto meno «presentabili». Per questi ultimi, è decisamente più facile farsi eleggere «a rimorchio» della popolarità dei primi piuttosto che in un collegio uninominale, dove ognuno di loro dovrebbe vedersela con un candidato dello schieramento avversario in uno scontro diretto. Ma il Porcellum è ancora peggiore, perché gli specchietti per le allodole e le foglie di fico continuano ad esserci, con l’aggravante che oggi l’elettore non può neanche decidere chi votare. Le primarie per i parlamentari, pur con tutti i loro limiti, hanno dato almeno una parziale possibilità di scelta.

Le molte poste in gioco di queste elezioni

Quando c’era il proporzionale puro, ogni partito si presentava per conto proprio e non esistevano coalizioni predeterminate e premi di maggioranza. Bei tempi, dirà qualcuno… sta di fatto che in questi due decenni Berlusconi non è mai riuscito a mettere insieme la maggioranza assoluta dei voti: con il vecchio sistema elettorale, quello della Prima repubblica, non avrebbe mai vinto. Oggi, invece, teoricamente potrebbe presentarsi una situazione paradossale: poniamo che 38 milioni di elettori non vogliano che Berlusconi diventi presidente del Consiglio e 12 milioni invece sì. Per come si presenta il quadro elettorale attuale, potrebbero anche prevalere questi ultimi. Perché quella schiacciante maggioranza (38 milioni) è suddivisa in tanti modi diversi di esprimere la disapprovazione per Berlusconi: astensionisti, schede bianche e nulle, centro-sinistra, montiani, Movimento 5 stelle, Rivoluzione civile e tante altre liste minori. Ovviamente, lo stesso discorso si potrebbe fare per qualsiasi altro potenziale vincitore delle elezioni.

Come sempre accade quando si va a votare, la posta in gioco non è una sola e ogni elettore può quindi porsi più domande. Per qualcuno la questione principale sarà chiedersi chi desidera che sia (o che non sia) il prossimo presidente del Consiglio, mentre altri saranno più interessati a premiare forze che, pur non aspirando alla maggioranza, magari lottano per conquistare il quorum ed entrare in Parlamento. Poi c’è la situazione del Senato, che come abbiamo visto è molto complessa. I giornali sono pieni di grafici e schemi dove si spiega che la Lombardia, il Veneto, la Sicilia e la Campania sono determinanti per stabilire gli equilibri del Senato, paragonandole alla Florida o all’Ohio… in realtà le analogie con le presidenziali Usa sono improprie, se non altro perché lì chi vince in uno stato prende tutta la posta (cioè tutti i grandi elettori di quello stato), mentre da noi solo un premio di maggioranza regionale che non lascia a bocca asciutta le altre liste. Non è che una coalizione si prende tutti i seggi senatoriali della Lombardia, un’altra tutti quelli della Toscana e così via. In ogni caso, resta il fatto che un elettore può fare le sue scelte prendendo in considerazione i diversi fattori in gioco. E, per quanto riguarda il Senato, può influire anche il fatto di votare in una regione anziché in un’altra.

I moderati scatenati

Il centro-destra, per aumentare le possibilità di vittoria, si presenta come al solito con un’armata Brancaleone ancor più eterogenea della tanto deprecata Unione di Prodi del 2006. È il famoso «spacchettamento del Pdl» suggerito da Berlusconi, che poi però – in quel gioco delle parti che si gestisce in assoluta autonomia – protesta perché ci sono troppi partitini e dice che bisogna semplificare, votando o Pdl o Pd. Quindi c’è la Lega nord «per l’indipendenza della Padania», ma anche Grande sud e l’Mpa di Lombardo. Una volta il mago della Brianza riuscì a mettere nella stessa coalizione monarchici e repubblicani, Forza Roma e Avanti Lazio (quest’ultima operazione, ad onor del vero, è riuscita anche a Zingaretti nel 2008). Poi c’è la Destra di Storace, i Pensionati e tante altre liste, tra cui quella capeggiata dall’ex pidiellino Samorì, che la contraddizione la contiene già nel nome: Moderati in rivoluzione.

I partiti minori che si presentano all’interno di un’alleanza possono anche far finta di litigare con i rispettivi capi della coalizione, ma alla fine chi li vota – che se ne renda conto o no – di fatto aiuta questo leader della coalizione ad avvicinarsi al premio di maggioranza. Pensiamo per esempio al caso di Fratelli d’Italia, il movimento appena fondato da Meloni, Crosetto e La Russa, usciti dal Pdl sbattendo la porta per rientrare in qualche modo dalla finestra. Infatti, gli elettori che li voteranno magari proprio in polemica con Berlusconi (che aveva affossato le primarie già convocate, a cui Giorgia Meloni si era candidata) forse non si rendono conto ma stanno votando per quello stesso Berlusconi che volevano rottamare. E, se dovesse vincere, dovranno aspettare ancora a lungo per realizzare il loro progetto di rinnovamento. Progetto che in quel caso, paradossalmente, avranno loro stessi contribuito a far fallire.

Voto utile o voto dilettevole?

Di fronte a un Berlusconi ringalluzzito, il Partito democratico (che fino a poco fa si sentiva la vittoria in tasca) comincia a preoccuparsi e non sa bene quale sia la strategia migliore da adottare: infondere ottimismo o creare allarmismo? Se si mostra sicuro di vincere favorisce l’effetto «bandwagon», che più o meno significa salire sul carro del vincitore, o di colui che ci viene rappresentato come tale («gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso del vincitore», diceva Flaiano). Indicando all’elettorato il «pericolo Berlusconi», il Pd ottiene invece l’effetto di richiamare al «voto utile» molti elettori di sinistra che altrimenti sceglierebbero il «voto dilettevole» (come diceva Corrado Guzzanti quando imitava Bertinotti).

Nelle elezioni del 2008, l’allora leader del Pd Veltroni era in forte svantaggio sul «principale esponente dello schieramento a lui avverso». Tentò in ogni caso la carta del voto utile, facendo credere agli elettori che il sorpasso fosse a portata di mano e che mancasse solo un piccolo sforzo: si può fare, insomma. Non gli è stato molto utile a vincere le elezioni (dato che è stato staccato di quasi dieci punti), ma gli è stato utilissimo a eliminare dal Parlamento la Sinistra arcobaleno, con la quale aveva rifiutato di allearsi.

La Sinistra arcobaleno partiva con un 10% di voti sulla carta (sommando quelli dei partiti che la componevano) ed è riuscita nella difficile impresa di mancare il quorum del 4%. Non solo per la pressione del voto utile, ma evidentemente anche per cause strutturali dovute sia alla scarsa convinzione unitaria di alcuni componenti sia alla contraddizione intrinseca contenuta nel messaggio del suo leader. L’allora presidente della Camera Bertinotti, a chi gli chiedeva se preferisse la vittoria di Veltroni o quella di Berlusconi, rispose che tra i due avrebbe ovviamente auspicato la vittoria del primo. Il messaggio implicito all’elettorato era questo: siccome comunque Veltroni perderà, potete anche votare per noi. Ma il passo successivo, cioè la logica conseguenza di questo messaggio, diventava automaticamente: qualora fosse possibile la vittoria di Veltroni, dovreste votare per lui e non per noi. Ed è proprio quello che molti suoi elettori hanno fatto, soprattutto perché – come abbiamo visto – quella vittoria a un certo punto è stata fatta apparire come possibile: il messaggio di Bertinotti era stato tradotto di fatto in un invito implicito a votare per il principale esponente dello schieramento a lui contiguo.

Oggi la situazione si presenta con alcune analogie. La lista Rivoluzione civile guidata dal pm Ingroia è un’aggregazione ancora più eterogenea della Sinistra arcobaleno, perché oltre a Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, ne fanno parte anche l’Italia dei valori e il movimento arancione del sindaco di Napoli De Magistris. La soglia del 4% è a portata di mano, ma è messa in pericolo – oggi come cinque anni fa – dalla minaccia di una vittoria di Berlusconi, che per molti elettori fa cadere ogni altro argomento di rivalità a sinistra.

Non ha invece bisogno di raggiungere il 4% Sinistra ecologia e libertà, perché corre in alleanza con il Pd. In questi mesi, Vendola non si è molto dedicato alla costruzione di Sel, puntando piuttosto alla promozione del suo personaggio: in televisione va quasi sempre lui, pochi conoscono gli altri dirigenti. Del resto, anche la corsa alle primarie aveva questo obiettivo e Vendola non nasconde di voler costruire in futuro una nuova forza politica con il Partito democratico (ma potrebbe finire per confluire gradualmente nel Pd, un po’ come fece il Pdup con il Pci quasi trent’anni fa). Vendola sa che oggi, come partito medio-piccolo, può pesare poco all’interno della coalizione. Ma come corrente interna al Pd potrebbe avere più fortuna, perché buona parte della base di quel partito è in sintonia con lui su molti temi. Certamente, molto dipenderà dall’esito delle elezioni. E da cosa farà Sel nell’ipotesi di un governo di coalizione tra Bersani e Monti.

Non dovrebbe avere problemi di quorum neanche il Movimento 5 stelle di Grillo. In autunno i sondaggi lo accreditavano del 20%, ma poi ha cominciato a perdere consensi, in gran parte a causa dell’atteggiamento a volte autoritario del suo leader, che ha deluso molti simpatizzanti. Al netto di qualche personaggio un po’ bizzarro o naif, i candidati del suo movimento sono cittadini comuni – studenti, casalinghe, ingegneri, operai, impiegati, precari, insegnanti… – che potrebbero contribuire a portare una ventata nuova in Parlamento. Qualcuno di loro magari verrà conquistato dal Palazzo e finirà a fare la stampella di qualche altro partito, ma in ogni caso non è da sottovalutare il fatto che nel prossimo Parlamento ci sarà una pattuglia agguerrita di persone che potrebbero andare a «fare le pulci» (speriamo senza eccessi giustizialisti) a tutti i partiti, in una realtà politica dove – come direbbe Di Pietro – cane non morde cane: non capita quasi mai che la denuncia di qualche malefatta venga da un partito avversario. Se non altro, perché si tengono sotto ricatto a vicenda. Se oggi – per opportunismo, certo – le forze politiche si mostrano più attente a non candidare troppi corrotti, a mettere in lista un po’ più di giovani, di donne e di rappresentanti della società civile, questo è dovuto al terrore che le ha pervase quando si sono rese conto che la rabbia crescente dei cittadini (a cui il Movimento 5 stelle aveva cominciato a dare voce) era molto più vasta di quanto non sembrasse e che così i partiti rischiavano davvero di essere spazzati via.

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