Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia L’essenza del matrimonio è l’amore

L’essenza del matrimonio è l’amore

Aldo Zanca
www.italialaica.it

«Lasciamo che le chiese e le altre istituzioni religiose continuino a proporre cerimonie matrimoniali; lasciamo che lo facciano i grandi magazzini e casinò, se lo vogliono […]. Lasciamo che le coppie celebrino la loro unione in qualunque maniera preferiscano e si considerino sposate quando ritengono che così sia […]. E poi, se capita che vogliano sposarsi in tre, oppure che una persona voglia sposare se stessa, e qualcun altro voglia celebrare un rito e dichiararli sposati, che lo facciano pure».

Questa idea del libertario americano Michael Kinsley può avere il sapore della provocazione, ma non è del tutto infondata per superare le infinite polemiche, quasi sempre dettate dal pregiudizio ideologico e religioso, scatenate dal fantasma del matrimonio gay. Aboliamo il matrimonio in quanto istituzione civile. Si faccia una legge che regolamenti le convivenze, affrontando i problemi economici, previdenziali, relativi all’allevamento dei figli, naturali o adottati, all’eredità e a quanto altro appaia necessario. Lo Stato prende atto pubblicamente che si costituisce un’unione civile, un legame di convivenza domestica, e il matrimonio diventa un fatto privato. Ma forse è una proposta un po’ troppo forte, anche per molti che si dicono laici.

Allora sottoponiamo ai nemici del matrimonio tra persone dello stesso sesso un argomento che prenda di petto l’essenza stessa dell’istituzione matrimoniale, chiedendo quale sia la dignità sociale e il valore pubblico che si attribuisce, o si dovrebbe attribuire, al matrimonio, a quest’atto privatissimo che viene però celebrato con un massimo di pubblicità.

Come ci suggerisce Michael Sandel nel suo libro intitolato Giustizia, prendiamo allora in esame il ragionamento che ha fatto nel 2003 la giudice Margaret Marshall, presidente della Corte suprema del Massachussets, quando ha dovuto risolvere un caso riguardante il matrimonio fra persone dello stesso sesso. La presidente Marshall esordisce dichiarando di non volere prendere partito pro o contro le unioni omosessuali perché, dice, «Il nostro dovere è definire la libertà di tutti, non imporre il nostro personale codice morale» (che sicuramente essa aveva).

La presidente Marshall prosegue osservando che il criterio liberale dell’autonomia personale non risulta sufficiente per giustificare il diritto di contrarre matrimonio tra persone dello stesso sesso, perché in questo caso un atteggiamento di pura neutralità dovrebbe coerentemente approvare anche le unioni poligame, purché siano consensuali.

La domanda di fondo è: il matrimonio omosessuale è degno del riconoscimento della comunità? Realizza il fine sociale per il quale il matrimonio è stato istituito? Ovviamente, per rispondere a questa domanda, come per ogni questione di rilevanza costituzionale, si deve tener conto del grado di evoluzione civile della comunità stessa. La presidente Marshall afferma con grande vigore la rilevanza sociale del matrimonio, senza il quale «si distruggerebbe un principio organizzativo vitale per la nostra società». Il matrimonio non è tanto un accordo privato fra due adulti consenzienti, accordo che si può sempre realizzare senza scomodare lo Stato. «Il matrimonio civile, dice la giudice, è nello stesso tempo un impegno profondamente privato assunto verso un altro essere umano, e una celebrazione altamente pubblica di ideali quali la reciprocità, l’amicizia, l’intimità, la fedeltà, la famiglia».

L’argomento fondamentale di chi è contrario al matrimonio gay è che lo scopo primario del matrimonio è la procreazione. Alla luce del grado di maturazione civile della nostra società, questo è un pregiudizio, è una visione tremendamente riduttiva del matrimonio, più vicina all’ethos degli animali che a quello di esseri morali. Secondo la presidente Marshall, l’essenza del matrimonio è un esclusivo impegno d’amore che lega i due coniugi, etero o omosessuali che siano.

Di fatto, in tutti i paesi civili a nessuno viene richiesta la capacità di procreare. La fecondità non è né una condizione per contrarre matrimonio né un motivo per divorziare. La fecondità è solo uno dei tanti capziosi e cavillosi argomenti usati dal tribunale della Sacra Rota per compiacere ricchi clienti che desiderano che il loro matrimonio venga dichiarato nullo. «Possono sposarsi, dice la giudice, e rimanere sposati, persone che non hanno mai consumato il loro matrimonio e non hanno intenzione di farlo. Possono sposarsi persone che non sono in grado di lasciare il letto nel quale stanno morendo. […] sono molte, forse la maggioranza, le coppie sposate che generano figli insieme (con o senza assistenza esterna), la condizione sine qua non del matrimonio civile è l’impegno esclusivo e permanente che ciascuno dei coniugi assume verso l’altro, e non la procreazione dei figli».

Limitando il matrimonio ai soli eterosessuali «si conferisce un sigillo ufficiale di approvazione al distruttivo stereotipo secondo cui i rapporti fra persone dello stesso sesso sarebbero intrinsecamente instabili, di qualità inferiore rispetto a quelli fra persone di sesso opposto, e indegni di rispetto».

La presidente Marshall ha brillantemente dimostrato che l’argomento sottostante al rifiuto del matrimonio gay è l’omofobia. Altrimenti, oltre alle solite pappardelle cattoliche senza la tonaca, vorremmo ascoltare argomenti laici contro il matrimonio gay.

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7 commenti

Platone10:
Che ci debba essere una definizione di matrimonio, lo constatiamo dal fatto che esiste. Ma poi bisogna saper descrivere tale realtà: biologica, culturale, storica, affettiva o religiosa? O altro? Non suoni come un burocratico sillogismo. Infatti nella nostra civiltà si è affermato il valore portante della monogamia, ma non è sempre stato così. I nostri antenati scimmieschi, gli antenati delle scimmie, i precettori mammari, i cugini volatili, gli insetti, i rettili, gli anfibi, i pesci, per non parlare di funghi, piante, batteri, virus, obbedivano e obbediscono a un’unica legge, la sopravvivenza del DNA egoista attraverso la riproduzione e la morte degli individui. Ma la riproduzione non avviene in un solo modo: quella predominante è asessuata perché garantisce il successo immediato, mentre quella sessuata ha il vantaggio di indirizzare l’evoluzione attraverso la scelta dei geni sessualmente attraenti invece di affidarsi al caso darwiniano; a sua volta, il sesso può essere poligamo, poliandrico, monogamo, bisessuale, e così via… Mi sono dilungato con l’elenco perché la questione fondamentale, sul piano evolutivo, è: come si è arrivati alla monogamia umana? Dopotutto, nella storia dell’homo sapiens ci sono state altri tipi di unione: tra gli esquimesi la moglie viene condivisa con l’ospite o il vicino di casa; in Tibet più fratelli sposano una donna; la poligamia musulmana è conosciuta; nel nostro medioevo sentimento e dovere coniugale erano separati (il primo con l’amante anche dello stesso sesso, leggasi le poesie di Catullo il romano). I due fattori necessari all’unione non sono necessariamente convergenti: l’attrazione e la procreazione. Ma l’homo sapiens è un animale sociale e culturale, nel caso del matrimonio ha avvertito il bisogno di razionalizzare e giustificare con la religione. La cura della prole è affidata ai genitori per un periodo di tempo abbastanza lungo, quindi la solidità dell’unione è una garanzia; la certezza del diritto porta poi a formalizzare il percorso sentimentale. Quello che però non può essere ignorato è che il matrimonio sia una libera scelta di cittadini nella loro piena individualità: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” recita l’articolo 2 della nostra Costituzione. La ratio di tale “riconoscimento” e “garanzia” è pienamente biologica: quando si ribadisce il dovere di curare la prole, lo si fa con la consapevolezza che ogni figlio è un individuo con pieni poteri. Se il diritto di famiglia cancellasse l’autonomia dei coniugi, allora rimuoverebbe anche l’autodeterminazione dei figli come accadeva fino ai tempi del fascismo! Il vulnus della laicità si trova qui: in linea di principio non c’è contrasto tra diritti, la famiglia e l’individualismo possono coesistere, ma se effettivamente dovessero emergere contrasti allora a prevalere sarebbe l’individuo, con l’ovvia precisazione che vadano tutelati il coniuge più debole e la prole (è per questo che il divorzio si accompagna all’assegno di mantenimento a favore di chi subisce la rottura, e i figli vengono affidati alla madre: con le opportune eccezioni). Per capire come possa evolversi il diritto di famiglia dal punto di vista di uno Stato pienamente laico, bisogna partire dalla comparazione con i diritti delle persone: la poligamia lede l’uguaglianza degli individui di fronte alla legge, invece l’unione tra due persone attiene alla sfera dell’identità sessuale. Significa che lo Stato non può sostituirsi alla “formazione sociale ove si svolge la personalità” del cittadino. L’esempio concreto, che la giurisprudenza ha già dovuto affrontare, è quello del cambio di sesso: se il coniuge da maschio diventa femmina, allora come dovrebbe essere considerato il matrimonio? Il giudice laico risponde: l’identità sessuale (individuale) predomina sul dovere coniugale (comunitario), quindi è anticostituzionale porre un divieto esplicito di matrimonio gay.

Alberto Bencivenga:
Ma è mai possibile che nessun pensatore politico moderno riesca a fare l’osservazione che, di solito, è la Chiesa che ficca il naso nelle cose dello Stato qui in Italia, ma che, nelle questioni matrimoniali, è accaduto il contrario, quando lo Stato si è messo a celebrare matrimoni, dimenticando la razionale filosofia secondo cui lo Stato ha bisogno di sapere quanti nuclei di convivenza esistono per i suoi scopi fiscali, di pianificazione sociale e di organizzazione dei servizi pubblici e che, quindi, occorre una legislazione che obblighi i cittadini ad informare il loro municipio di residenza per lettera raccomandata quando si viene a costituire un nucleo di convivenza (come è meglio chiamare ciò che, tradizionalmente, abbiamo sempre chiamato ‘famiglia’), cioè un nucleo di persone che convivono e mettono insieme le loro risorse e le loro spese. Se alcuni di questi nuclei sono formati da un uomo ed una donna che decidono di solennizzare l’inizio della loro convivenza con una cerimonia religiosa in sinagoga, in chiesa, in moschea, in un tempio qualsiasi o di fronte ad uno stregone maasai, questi sono fatti privati che allo Stato non debbono interessare minimamente. Nè allo Stato deve interessare il sesso dei singoli membri di questi nuclei. In questo modo nessuno, per quanto bigotto possa essere, riuscirebbe a far diventare un problema una convivenza omosessuale, nè il matrimonio poligamico di immigrati musulmani! E, per quanto riguarda le adozioni di minori, una commissione di competenti esperti (formata da psicologi, pedagogisti e psicanalisti) deciderà, studiate a fondo le singole situazioni di fatto, quando e se autorizzarle o rifiutarle.

Martina Franca:
La libertà di vivere, convivere con chi si vuole, non coincide con quella di vivere come si vuole che, se non è regolamentata, può facilmente scadere in arbitrio e diventare fonte di sfruttamento, violenza, maschilismo. Io non ho nulla in contrario se persone adulte, “libere consapevolmente”, decidono di vivere in coppia, in trio, in poligamia maschile o femminile, eccetera. Voglio però che ci sia la garanzia della vera scelta libera, della mancanza di violenza, sia essa fisica che psicologica. Ci sono in tutte le culture, ma parliamo di quella nostra italiana un po’ provinciale e bigotta, condizionamenti che neanche sappiamo di avere. Per questi è difficile intervenire (se non con un acculturamento e con un allenamento all’esercizio-esercitazione della libertà), ma per le conquiste già diffuse una normativa che regoli le convivenze è necessaria proprio per evitare gli abusi di ogni tipo.

Francesco Crivelli:
Tralasciando il significato emotivo che si può attribuire al matrimonio, esso di fatto è una tutela per le coppie che decidono di fondare una famiglia. Esso accresce sicuramente il suo valore nel momento in cui la coppia procrea e le tutele vengono allargate ai nascituri. Penso che non serva ricordare quanto il ricambio generazionale sia prezioso per la società. Nell’identificare una parte debole della coppia vi è il chiaro riferimento alla persona delle due che si occuperà maggiormente dell’allevamento della prole, magari sacrificando talune aspettative di carriera ergo guadagni maggiori ergo maggior indipendenza personale. Nel tutelare la parte debole vengono solitamente riconosciuti privilegi quali la reversibilità che soccorrerà la donna che ha dedicato la vita all’allevamento dei figli potendo contare sulle entrate del marito improvvisamente scomparso, per esempio. La persona che vuole sposarsi pur in letto di morte e le coppie che decidono di sposarsi ma escludono categoricamente di voler avere figli sono esempi limite che non inficiano il valore assoluto e benefico del matrimonio: di fatto le coppie che procreano e i loro figli traggono giovamento giuridico ed economico nell’istituzione matrimoniale. Tanto basta. Togliere il diritto di sposarsi ad una persona in punto di morte sarebbe discriminazione nei confronti della sua malattia, ossia della sua sventura. Riguardo i coniugi che decidono di non procreare il cavillo sta nell’inopportunità di un’indagine in merito: la “dichiarazione di astensione dalla procreazione” potrebbe celare una sterilità effettiva (sventura, vedi sopra) che si è voluta tenere nascosta e che sarebbe intollerabilmente antipatica da rilevare coercitivamente. Fortunatamente la stragrande maggioranza delle coppie sposate mette al mondo dei bambini e i casi appena menzionati hanno una rilevanza estremamente marginale, tale da non rappresentare un problema in sé. Arrivando alle coppie gay, come ben sappiamo, esse sono indubbiamente sterili, pur non avendo alcun tipo di disfunzione agli apparati riproduttivi individuali. Esse con un’ipotetica equiparazione godrebbero di benefici che non meritano. Questo non tanto perché il loro amarsi sia di serie B, quanto perché la loro unione non porta alla procreazione, valore che sin dalla notte dei tempi ha animato il concetto di matrimonio. Con il matrimonio omosessuale lo stato si ritroverebbe a dover tutelare una parte debole fittizia, debole semplicemente per inferiorità di reddito (costi per lo stato). Sarebbero equiparate le candidature per l’assegnazione di case popolari tra coppie gay e coppie che vorrebbero un tetto per essere tutelate nella propria crescita, magari disperata per questioni legate all’età che avanza (ovviamente in questo caso è impossibile privilegiare la seconda senza discriminare la prima in quanto gay). Sulla successione, sull’aspettativa per l’assistenza al partner malato e su tante altre legittime recriminazioni degli omosessuali ci si può arrivare con l’ampliamento o la modifica di leggi che tutelano l’individuo, non necessariamente la coppia. Riassumendo: si può essere progressisti e ritenere che tutti i rapporti interpersonali vadano equiparati (ammettendo quindi che questo sia un compito dello stato) per non offendere nessuno oppure da conservatori riconoscere l’insindacabile importanza storica del matrimonio tradizionale ai fini della procreazione, non auspicandone la contaminazione ideologica.

Martina Franca:
Non vedo come il riconoscimento dei matrimoni fra persone dello stesso sesso possa influire negativamente sul proseguimento della specie! Oppure c’è qualcuno che pensa che se non è permessa un’unione omosessuale legalizzata il o la omosessuale necessariamente si sposerà con una persona dell’altro sesso e necessariamente procreerà?! Oppure si pensa che un o una omosessuale diventi eterosessuale se non gli si riconosce il diritto al matrimonio!? Per quanto riguarda l’importanza storica del matrimonio nessuno può negarla, nel bene e nel male, così come non si può negare l’importanza storica di ogni fenomeno umano, nemmeno quella delle unioni omosessuali. Anche l’importanza storica della obbligatorietà del matrimonio con i propri figli per i faraoni dell’antico Egitto, o della poligamia in alcune realtà può essere negata, sempre nel bene e nel male, ma la storia va avanti, procede, non si ferma!

Francesco Crivelli:
Martina, qui la dialettica sta a zero. Riconoscere o non riconoscere tutele alla procreazione è una scelta. I dati ci dicono che, considerando tutto il mondo, per ogni coppia sposata c’è almeno un bambino; più del 90% dei bambini nasce all’interno di contesti famigliari riconosciuti o che lo saranno. Questi pochi e banali dati ci fanno capire che matrimonio e procreazione sono concetti strettamente attinenti e sempre attuali. Di fronte ad una società occidentale in rapido e preoccupante invecchiamento, siamo sicuri che allargare un privilegio da sempre destinato a coppie in potenza fertili, anche a forme di famiglia inequivocabilmente sterili sia la soluzione o sia quanto meno una scelta necessaria e non puramente ideologica? Che male c’è, cosa c’è di intollerante a voler tutelare maggiormente le coppie etero in quanto fonte di vita? Che male c’è a tutelare maggiormente le donne incinte rispetto a quelle non incinte?

Aldo Zanca:
Vorrei aggiungere una considerazione che non è una replica né tantomeno una conclusione. Certamente quello del matrimonio gay è un argomento socialmente rilevante, sia perché fa uscire alla luce del sole gli omosessuali rendendoli uguali a tutti gli altri, sia perché contribuisce a modificare in modo non superficiale il volto civile della società. E credo, quindi, che dell’argomento si debba parlare a fondo affinché il legislatore alla fine possa decidere consapevole degli orientamenti del popolo. E qui tocchiamo il punto. Ho voluto riferire il ragionamento della giudice Margaret Marshall per presentarlo come un bell’esempio di ragionamento laico nell’affrontare una questione spinosa, specialmente quando si tratta di una sentenza che, specialmente negli Stati Uniti, è destinata ad avere un peso sulla legislazione. «Il nostro dovere è definire la libertà di tutti, non imporre il nostro personale codice morale», questa è la massima che ha guidato il pensiero della giudice Marshall nel formulare la sua decisione. Quando il legislatore si accinge ad approvare una legge, che, in quanto tale, determina un vincolo per tutti, dovrebbe fare un test di universalizzazione e tentare di rispondere a questa domanda: il provvedimento che si sta per approvare lede i diritti delle singole persone e/o delle formazioni sociali ove si svolge la loro personalità? Usando un’espressione un po’ retorica, si tratta, se vogliamo, di vedere se all’interno dei provvedimenti legislativi palpitano in qualche modo i principi della Costituzione. La legge 40 sulla procreazione assistita, varata così com’era in ossequio servile ai desideri del clericalismo cattolico, è stata un esempio lampante di legge faziosa che, per imporre erga omnes un codice morale non dei cattolici ma dettato dalla gerarchia ecclesiastica, in ogni modo seguito da un’esigua minoranza del popolo italiano. Ed è sintomatico che la magistratura, nazionale e internazionale, si sia incaricata di demolirla pezzo a pezzo. Quando si tratta di diritti, le leggi devono garantirli nel modo più ampio possibile, fino al limite in cui l’esercizio dei diritti di qualcuno non ostacoli l’esercizio dei diritti di qualcun altro. Questo è il laicismo e questo è il liberalismo. Il matrimonio gay non lede affatto i diritti di chi, del tutto legittimamente, crede nel matrimonio monogamico eterosessuale. Lo stesso vale per la procreazione assistita, l’eutanasia, il testamento biologico e via dicendo. Chi si oppone all’affermazione di questi diritti è semplicemente un integralista che vuole imporre il «proprio personale codice morale».

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