Home Politica e Società Che genere di programmi? Percorsi e canoni per una scuola che cambi

Che genere di programmi? Percorsi e canoni per una scuola che cambi

Pina Caporaso
www.womenews.net

Alcuni spunti dal convegno su sguardi di genere e didattica, promosso dal Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone “Sguardi sulle differenze” (Università la sapienza, Roma)

Dal 19 al 21 febbraio 2013 presso Sapienza Università di Roma, con il patrocinio di GIO (Gender Interuniversity Observatory) e della presidenza del Consiglio provinciale di Roma, con il sostegno del DESAI (Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali) e della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma.

Proverò a raccontare questo convegno dal mio punto di vista, quello di un’insegnante di scuola primaria che cerca di interrogarsi su come coniugare la consapevolezza di genere con la propria vita quotidiana: l’educazione dei bambini e delle bambine. Mentre racconto potrei perdermi in una lunga carrellata di interventi, che hanno aggiunto alla mia formazione conoscenze che avevo parzialmente o non avevo affatto. E questo è un primo motivo per ringraziare le promotrici di questa iniziativa. Vorrei, invece, restituirvi un affresco che sta in un movimento molto più circolare, che è ciò che io percepisco della scuola italiana in questo momento rispetto al “tema” del convegno (passatemi il termine, so benissimo che non parliamo di un argomento ma delle nostre vite).

Partiamo dal punto in cui questo evento si è collocato: la scuola pubblica italiana messa in ginocchio da pesanti tagli e svalutazioni della professione docente, non a caso fortemente femminilizzata; l’assenza clamorosa da canoni e programmi ministeriali di qualsiasi riferimento ad autrici e percorsi che valorizzino lo sguardo di genere; la tenace resistenza che molte di noi praticano nello spingere in avanti il pensiero e l’immaginazione, nonostante l’invisibilità istituzionale alla quale sembriamo condannate. In un quadro come questo, proporre un convegno che metta al centro gli sguardi di genere nella didattica di ogni ordine e grado, finalmente, quindi, in una visione unitaria dello stare a scuola di bambini, bambine, ragazzi e ragazze, mi pare un intento coraggioso e altamente significativo.

Il convegno ha avuto un’importante partecipazione, e qui vengo ad un punto cruciale: significa che il “tema” è già nelle corde di chi insegna, anche se ai piani più o meno alti del Ministero sembrano non essersene accorti. Oppure hanno scelto di ignorare la cosa perché non ne capiscono l’importanza, educativa e complessiva aggiungerei. La questione è come vibrano le corde, per rimanere nella metafora.

Ho appuntato alcune osservazioni che hanno attraversato molte relazioni, nelle quali mi ero pienamente ritrovata: che assurda contraddizione c’è tra l’essere insegnanti donne in una scuola con un corpo docente prevalentemente femminile e il trasmettere un sapere universale e neutro (che però non è né l’uno e né l’altro) che coincide con il maschile? La comprensione di un testo letterario può essere, come ci ha suggerito Serena Sapegno, la possibilità di capire il sé, una rappresentazione delle relazioni, anche tra i generi, un’educazione delle emozioni?

Se stiamo su questo piano, ecco che il problema si sposta subito e non riguarda soltanto la questione di includere le donne nel canone; non basta inserire una sorta di “storia delle donne” nelle varie discipline. La vera sfida è attraversare con lo sguardo delle relazioni ciò che i testi suggeriscono, evocano, comunicano. Ma possiamo limitarci solo al testo, ai testi, ai contenuti?

Il convegno ha avuto l’indubbio merito di passare in rassegna tutte le discipline: la letteratura italiana, greca, latina, anglofona, la grammatica, la storia, la filosofia, l’arte, la matematica, le scienze soft e quelle hard, la geografia, l’economia. E ancora: la toponomastica, gli archivi delle donne, gli albi illustrati, i libri di testo, i manuali, i progetti specifici.

Una miscellanea galoppante che mi suggeriva continuamente che sappiamo e facciamo già molte cose e che forse dovremmo accrescere la consapevolezza di come questo fare ci colloca di fronte ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze. Perché, prima ancora di fare progetti, noi siamo donne che entrano in relazione con persone in crescita. Questo, ad esempio, significa che non possiamo affidare ad esperti esterni qualcosa che radica prima di tutto dentro di noi: la nostra identità e il modo in cui aiutiamo le altre e gli altri a costruire la propria. E’ un tema delicato e soggetto ad equivoci questo, perciò merita più di un accenno. Molte ragazze e ragazzi cercano di proporre la loro competenza – costruitasi in originali e validissimi curricula universitari o in esperienze professionali in ambito socio-educativo – all’interno delle scuole, nella formazione e nell’accompagnamento di insegnanti spesso attenti/e e motivati/e ad attivare un’ottica di genere. Ma il rischio è di concepire questo sguardo come un intervento.

Sarebbe stato importante capire dal dibattito, sacrificato da tempi troppo stretti e da modalità troppo lineari, poco interattive, come le insegnanti e gli insegnanti, almeno i presenti, riflettono sui loro modi di essere donne e uomini nella pratica educativa. Ché non basta mostrare gli stereotipi in classe, ma bisogna scardinare ciò che ne è alla base. Mi è piaciuto che proprio da una docente di scienze hard sia venuto un suggerimento in questo senso: dare la parola alle ragazze, perché altrimenti non la prendono, non sempre osano. Oppure capire cos’è che ancora ci fa definire le studentesse “diligenti” e gli studenti “intuitivi”. Chiedersi perché, alle elementari, ci rivolgiamo solo alle mamme e non anche ai papà quando ci confrontiamo sugli interventi educativi. Capire se c’è tempo, e imparare a prendercene, per una scuola della lentezza, dell’attesa, della lunga gestazione che fa nascere il pensiero; l’opposto, quindi, della velocità standardizzata dei test.

Costruire, come echeggiava in qualche intervento, l’Agorà e non l’Olimpo. Laddove abbiamo tramandato l’universale neutro, aprire la crepa vitale ed autentica della differenza, delle differenze, con il nostro esserci fatto di corpo, mente, natura e cultura.

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