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Fabbriche di cultura in fumo

Santo Della Volpe
www.articolo21.org

Bruciare la cultura è sinonimo di antidemocrazia, come i roghi nazisti dei libri bruciati nelle piazze tedesche degli anni ’30; è simbolo di cervelli all’ammasso e di dittatura, come ci insegna “Fahrenheit 451”. Da ieri le fiamme di un simbolo della cultura come “La città della scienze” di Bagnoli sono diventate emblema di un salto indietro della nostra società, della Cultura italiana,della nostra convivenza civile. Perché quella trasformazione di Bagnoli in luogo della cultura doveva essere il simbolo di un riscatto del Sud, e di Napoli in particolare, per dimostrare che la Bellezza può sconfiggere le mafie e la corruzione, l’inciviltà ed il cattivo governo della “cosa pubblica”. Dopo l’invasione dell’immondizia e lo sfregio alla “cartolina” di Napoli, dopo il furto dei libri alla Biblioteca Girolamini (non a caso ritrovati nella casa di Marcello Dell’Utri), dopo il tentativo di chiudere ,dopo lo sfratto annunciato della Biblioteca degli studi filosofici gestita con amore e passione da Gerardo Marotta, pensavamo di aver già toccato il fondo dell’attacco alla cultura di Napoli e dell’Italia. Invece quel rogo della Città della Scienza è stato il momento peggiore: ha fatto capire che non c’è limite al peggio, ai passi indietro verso il baratro, dal quale è importante però, ricominciare a ricostruire le distanze, da subito.

Dietro quel rogo c’è una mano dolosa: C’è chi vuole prendere quei terreni e darli in pasto alla speculazione edilizia che non ha mai smesso di mettere le mani su Bagnoli. C’è la malavita organizzata che vuole rompere il fragile “contratto sociale” di Napoli e destabilizzare quei rapporti di civiltà e cultura che portano al rispetto della legalità come valore primo e fondante della vita in una comunità complessa come quella napoletana.

E’ dalla nostra quotidiana lotta contro corruzione , mafie e per una politica pulita che dobbiamo riprendere il cammino, da subito: ben venga la richiesta di ricostruzione immediata di quel gioiello internazionale che era la “Città della scienza”. Ma soprattutto deve, da noi, riprendere forza la consapevolezza della responsabilità individuale e della forza collettiva per richiedere alla politica, alle istituzioni nazionali ed agli enti locali napoletani, gli stanziamenti immediati per ricostruire quel gioiello di cultura e di conoscenza.

Che si individuino innanzitutto i colpevoli del rogo e le sua cause; poi è necessario far partire subito la rinascita,senza indugi, di quella “fabbrica culturale” che aveva il merito, tra gli altri, di dimostrare che con la Cultura si mangia; si può far crescere la mente e dare lavoro, visto che la Città della Scienza impiega 500 persone. Oggi non devono perdere il proprio posto di lavoro perché con la Cultura e la vera buona Politica nazionale e/o locale, sono loro il simbolo della rinascita, del viaggio per allontanarsi dal baratro italiano.

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Città della Scienza, via Coroglio 104

Alessandro Iacuelli
www.altrenotizie.org

Una volta occorreva andare alla “Villette” di Parigi, e i più fortunati all'”Exploratorium di San Francisco, quello voluto da Frank Oppenheimer in persona. Erano pochi, infatti, i musei della scienza che fossero “vivi”, che fossero degli “science center”.

Non musei nel senso classico, con tanti pezzi “antichi” esposti e ben descritti, ma luoghi pieni di apparati funzionanti, che la gente potesse usare, ed osservare con i propri occhi i fenomeni naturali, anche quelli più curiosi, luoghi dove il visitatore potesse sperimentare di persona, divertirsi, e magari imparare un po’ di fisica.

C’era Parigi, c’era San Francisco. Poi quel giorno dell’ottobre 1996 comparve Napoli, e quel “via Coroglio, 104” si fece strada tra gli indirizzi più noti. Prima di una città, poi di una regione, poi di una Nazione, poi a livello internazionale.

Chi scrive era lì, a lavorarci e non come visitatore, il giorno dell’inaugurazione, ci è rimasto fisicamente per cinque anni, e con il cuore anche dopo, perché certe esperienze non si dimenticano. Esperienze umane, professionali, di quelle che fanno crescere.

Abbiamo inventato tanto, in quei primi anni, un capitale di idee e progetti che è stato poi raccolto con successo da quelli venuti dopo di noi, che lì non siamo rimasti per sempre. Abbiamo inventato modi di raccontare la scienza divertenti, racconti astronomici che erano spettacoli, performance di tutti i tipi. Con allegria, ma con rigore scientifico.

La città apprezzò il nostro lavoro. Ce ne accorgemmo d’estate, quando eravamo aperti di notte, e la gente veniva lì a guardare le stelle chiedendo dove si tenesse “lo spettacolo”, non le osservazioni al telescopio. Il mondo della scuola apprezzò e apprezza, le visite al museo, le attività didattiche. La prova di questo apprezzamento a 360 gradi sta nei 350.000 visitatori paganti all’anno, con buona pace per chi dice che la cultura non genera economia e ricchezza.

Un punto di riferimento sulla scena della cultura scientifica italiana e internazionale. Questa era Città della Scienza, la perla del litorale di Coroglio, il ritorno alla vita di uno stabilimento industriale tra i più antichi, risalente alla metà dell’800.

Dopo di noi della “prima generazione”, sono arrivati altri preparati almeno quanto noi, se non anche di più, ed hanno migliorato ulteriormente l’importanza culturale di quella via Coroglio 104. Alla fine, dopo 17 anni, Città della Scienza è diventata, grazie ad un lavoro collettivo fatto per passione prima ancora che per soldi (che sono sempre stati pochi), un riferimento ineludibile per chi visita Napoli, un luogo da non perdere. Diciassette lunghi anni di divulgazione scientifica, cancellati in mezza nottata.

Che l’origine fosse dolosa, l’avevamo pensato tutti, in tutta Italia, già dalla prima colonna di fumo. Nessuno si beve la storia del mozzicone acceso, in un lunedì, giorno di chiusura dello science center.

Tuttavia, apprendere dalla relazione dei Vigili del fuoco che si è trattato di sei punti di innesco, quattro con benzina più due con altre sostanze chimiche da analizzare ancora, disposti a cerchio, fa rabbrividire e impaurire: Città della Scienza ha subìto, mentre era indifesa, un attacco militare in grande stile, arrivato dal mare. I nemici della cultura, della scienza, di via Coroglio 104, alla fine sono riusciti a colpire.

Perché via Coroglio 104 di nemici ne ha avuti, fin dal primo giorno di apertura. Nemici politici, nemici imprenditoriali, nemici pronti a mettere il bastone tra le ruote alla giovane struttura ancora in sviluppo. Nemici che hanno sempre desiderato una diversa destinazione d’uso per il litorale di Bagnoli e di Coroglio. Già perché da noi in Italia si è ancora convinti che l’unico sviluppo possibile per un territorio sia massacrarlo sotto tonnellate di cemento, sotto immense cubature di edilizia.

Così, c’é chi avrebbe voluto abbattere la vecchia fabbrica dell’800, monumento eccezionale di archeologia industriale, perché reputa migliore per la città fare un nuovo quartiere residenziale di villette per ricchi; chi invece l’avrebbe voluta abbattere perché pensa che Napoli debba competere con Olbia e Golfo Aranci in quanto a ospitalità per yacht per ricchi; chi avrebbe voluto fermare Città della Scienza solo per invidia, politica o imprenditoriale o sociale. Non ci sono riusciti.

Contro Città della Scienza hanno mandato denunce alle Procure, avvisi di garanzia al Presidente, hanno fermato i bonifici dei fondi (il 2001 fu un’annata infernale), il tutto per chiudere Città della Scienza. Non ci sono riusciti. Nel tempo, via Coroglio 104 si è consolidata, è diventata la realtà culturale importante che era fino a due giorni fa. Inutile attaccarla, ora che era diventata forte. Non ci sarebbero riusciti.

La fine di via Coroglio 104 fa piangere la scienza, fa piangere la cultura, ma anche la città, il Paese, anche noi stessi. Ma fa anche arrabbiare. Per questo non ci sarebbero riusciti mai. Per riuscirci, c’era una sola via. Incenerirla.

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