Home Comunità Cristiane di Base Sbaglio sempre a votare…? di B.Pavan

Sbaglio sempre a votare…? di B.Pavan

Beppe Pavan
Gruppo Uomini in Cammino – Pinerolo

… eppure mi sento sulla strada buona, quella del cambiamento a partire da me… Perché do sempre il voto a chi poi resta fuori dalle istituzioni? Alle minoranze che più minoranza non si può?…

Ma non siamo minoranza anche noi di Maschile Plurale, noi dei gruppi di autocoscienza maschile?… Probabilmente sta proprio anche qui la differenza tra politica prima e politica seconda: si cammina insieme, minoranze che crescono lentamente lentamente…

D’altronde l’avevo dichiarato anni fa: mai più in lista – vale anche per il voto – con chi non si mette consapevolmente su questa stessa strada, quella del cambiamento maschile. Avevo sperato che si radicasse il progetto di Mao Valpiana, Maria Di Rienzo e Michele Boato per una “lista” ecologista-femminista-nonviolenta.

Molti miei compagni di strada hanno votato come me: per partiti perdenti come SEL e Rivoluzione Civile. Ce lo siamo detti giovedì scorso al Gruppo Uomini. Allora non è il caso di sentirmi deluso, perché sono ancora sempre in buona compagnia. La delusione, semmai, nasce dalla constatazione che i partiti vincenti cavalcano le onde lunghe del bisogno di sopravvivenza e della protesta anti-casta di gran parte della popolazione.

Ma anti-casta non è ancora anti-patriarcato… Forse è come negli anni ’70: i corsi delle 150 ore erano frequentati perché i Contratti Collettivi di Lavoro assicuravano buone condizioni di salario… e gli operai potevano dedicarsi anche alla cultura. Oggi alla politica seconda, alle istituzioni, ai governi, ai partiti e ai movimenti politici si chiede di garantire pane e lavoro, prima di pensare ad altro.

Eppure io credo che la vita dignitosa per ogni uomo e per ogni donna sia possibile solo con una convinta pratica collettiva di relazioni di cura. Altrimenti continueremo a illuderci di poter avere un buon governo da chi pensa di dare lavoro con il TAV, gli F35, le missioni di pace, la chiusura delle frontiere e il proprio smisurato arricchimento…

Forse non ho sbagliato a votare. Per aiutare la crescita anche quantitativa della consapevolezza intorno alla politica prima devo resistere resistere resistere… sulla strada del cambiamento maschile, della cura, del rispetto verso ogni altro essere diverso da me, della formazione dei cuccioli umani fin dalla loro più tenera infanzia, diventando noi adulti modelli di riferimento coerenti e credibili.

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LETTERA APERTA ALLE CANDIDATE

Lea Melandri
Intervento all’assemblea di Bologna del 9 febbraio 2013

Comincio con alcune considerazioni critiche, poi cercherò di essere più propositiva. Quello che mi colpisce è che chi ritiene importante la presenza delle donne in parlamento -e più in generale nei “luoghi dove si decide”- lo fa, nella maggioranza dei casi, sulla base di un’idea di “democrazia paritaria”, “pari opportunità”, adempimento del mandato costituzionale contro le discriminazioni. Ciò significa che, dopo mezzo secolo di femminismo –in cui si è parlato di divisione sessuale del lavoro, femminilità e maschilità come costruzioni della visione del mondo di un sesso solo -, il rapporto uomo-donna viene ancora visto come “questione femminile”: le donne rappresentate come un gruppo sociale svantaggiato, un “genere” debole da tutelare, o da valorizzare. L’idea della “cittadinanza incompleta” delle donne e quella che le considera portatrici di “rinnovamento morale”, di una “missione civilizzatrice”, sono le due facce della stessa medaglia, si collocano entrambe dentro la visione maschile della donna: soggetto debole da proteggere, oppure “risorsa” di umanità, o, più prosaicamente, manodopera di riserva per incrementare la produzione. Un femminile, perciò, che ancora si definisce “in relazione” e “in funzione” del sesso che si è posto come misura del mondo. Si torna, di fatto, a una posizione che abbiamo sempre criticato: la rappresentanza di genere, e “genere”, come sappiamo e come ci conferma questa campagna elettorale, è sempre e solo il sesso femminile.

Io so che molte candidate hanno una consapevolezza maggiore di quanto appare dai loro programmi elettorali, per cui la domanda è: perché, quando si entra nei luoghi istituzionali della politica, o in quelli di maggior potere del mondo del lavoro, non si può dire che lo si fa anche per portare cambiamenti a regole, linguaggi, modi, tempi, strutture di potere, che sono state create in assenza delle donne, fondate sulla divisione tra ciò che è politico e ciò che “non è politico”, tra cittadino e persona, sfera pubblica e vita privata, confini che sono saltati da tempo? E’ qui che viene l’altro interrogativo: quanto pesa il modo con cui si arriva a occupare ruoli istituzionali, oltre, naturalmente, alle difficoltà che si incontrano una volta entrate? Le due cose mi sembra che siano in stretta relazione tra loro. Le difficoltà cominciano, a mio parere, in quella anticamera del parlamento o dei consigli regionali, provinciali, comunali, che sono i partiti.

Quando mi si offrì la possibilità di essere eletta, ai tempi del governo Prodi, rifiutai per ragioni diverse, ma per una in particolare. Ho sempre pensato che il declino della forma partito sia cominciata da molto tempo. Era già evidente fin dalla fine degli anni ’60, tanto che giustamente movimenti come quello antiautoritario nella scuola e il femminismo furono visti come “sintomi” della crisi della politica ed “embrioni di un suo ripensamento” (Rossanda). La spinta che veniva dal basso e da soggetti imprevisti come i giovani e le donne i partiti, grandi e piccoli, parlamentari ed extraparlamentari, l’hanno sempre osteggiata, sentita come una minaccia. Chi non ricorda le accuse al femminismo di “rompere l’unità di classe”? Quando hanno capito che il processo era inarrestabile, che entrava in crisi la rappresentanza sotto la pressione di una richiesta sempre più diffusa di democrazia partecipata, la scelta di emergenza che hanno fatto è stata quella dell’ “inclusione”: cooptazione dei o delle leader dei movimenti. Le conseguenze erano evidenti: voleva dire dare un avvallo alla “strumentalità”, al posto di una pratica di relazione, confronto e scambio; mettere la persona “scelta” in posizione di dipendenza e gratitudine; permettere alla parte maschile, quando fossero state elette delle donne, di potersi sottrarre a un interrogativo su se stessi e sulla civiltà che porta la loro impronta storica.

Qualcosa di simile, purtroppo, mi sembra sia accaduta anche nella scelta di Vendola di candidare donne che conosciamo per il loro impegno nel femminismo. Presentate dal leader di Sel come “femministe”, accanto a candidati “ambientalisti” e “pacifisti”, è chiaro che avrebbero finito, sia pure contro le loro intenzioni, per essere viste come “rappresentanti” di un movimento. Se siamo state così critiche sulla rappresentanza di genere, lo siamo ancora di più su quella del femminismo, che non è mai stato o voluto essere un soggetto politico omogeneo.

Vengo alla parte propositiva. La tendenza all’ “inclusione”, che stiamo verificando in questi ultimi anni, non si nega che sia il risultato delle lotte delle donne. Ma, nella forma in cui si manifesta, è visibilmente anche la necessità di un sistema politico ed economico, di un modello di sviluppo e di civiltà in crisi, bisognoso di risorse meno usurate: donne, giovani, e, meglio ancora se donne giovani. Perché non approfittare di questa occasione in modo diverso da come ci si aspetta da noi – estendere alla sfera pubblica il sostegno, la cura materiale e morale che finora è stata data all’uomo nel privato-, e portare invece in luoghi segnati storicamente dalla separazione tra politica e vita, se non la pratica del “partire da sé”, quanto meno un “pensare differentemente” (Boccia), uno sguardo critico sui meccanismi del potere, l’attenzione ai cambiamenti possibili. Lo slogan degli anni ’70 è stato: “modificazione di sé e del mondo”. Sul “sé” molti spostamenti sono avvenuti, sull’orizzonte più ampio della vita sociale e delle sue istituzioni, molto resta da fare. Eppure ci sono donne, femministe, che hanno saperi, competenze, collocazioni professionali di rilievo pubblico, con cui non sarebbe impensabile uno sforzo comune, teorico e pratico, per uscire dalle secche di una politica in via di dissolvimento, insidiata dalla demagogia e dal populismo.

I luoghi dove portare avanti questa riflessione comune non possono essere che quelli creati in autonomia dalla relazione tra donne. E’ una scelta diversa, evidentemente, da quella più conosciuta dei resoconti a cui sono tenuti i parlamentari, in virtù del loro mandato, diversa anche dalla creazione di una rete di sostegno alle elette, e dalle forme che sta prendendo la democrazia partecipata in alcune situazioni locali. Trovarsi a pensare insieme, partendo dalle esperienze di ognuna è possibile, e ci sono già esempi in città piccole, con donne impegnate nelle amministrazioni, assessore e consigliere. Diversa è la condizione delle parlamentari. Nessuna è così ingenua da aspettarsi che le donne elette, sottoposte a molte mediazioni, riescano a non farsi “neutralizzare”, a sovvertire un ordine esistente ancora saldamente in mano maschile. Ci si aspetta tuttavia che almeno ci provino e che si prendano il tempo necessario per mantenere una relazione costante con quelle che restano fuori, attive nel movimento, nelle sue associazioni.

Ma io mi aspetto anche che, per non cadere sempre e di nuovo nell’idea tradizionale di politica separata -per cui sarebbe “politica” solo quella istituzionale-, si torni a insistere che “è già politica” quella che porta nuove consapevolezze, che modifica la vita quotidiana, che cerca nuove forme di lavoro, di solidarietà, di sapere.

Mi preoccupa che tante pratiche, di cui il femminismo ha riconosciuto la politicità, stiano ricadendo nel calderone dell’ “azione sociale” e del volontariato.

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Dopo le elezioni del febbraio 2013, nel segno della democrazia paritaria

www.womenews.net

Le associazioni, reti e movimenti aderenti all’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria si felicitano del fatto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, oltre il venticinque per cento degli eletti nel nuovo parlamento siano donne, e tra esse, molte giovani: in dettaglio (salvo aggiornamenti dovuti alle opzioni) 86 elette al Senato (27,3%) e 179 alla Camera (28,4%).

Desta però preoccupazione che ciò avvenga in un quadro di grande incertezza politica dovuta alla mancanza di maggioranza al Senato della coalizione giunta prima alla Camera dei Deputati, col rischio di una breve durata della legislatura e che, perciò, le elette non siano poste in condizione di esercitare l’azione di rinnovamento di cui potrebbero essere protagoniste.

Le firmatarie dell’accordo chiedono che si tenga conto della accresciuta presenza femminile e che, perciò, vengano assegnati alle donne posti di responsabilità e di potere nelle Presidenze delle Assemblee, delle Commissioni e delle Giunte parlamentari e ritengono che, poiché si dovrà in ogni caso procedere alla elezione del Capo dello Stato, si possa avanzare la proposta di eleggere una donna alla Presidenza della Repubblica. Esse chiedono altresì che la metà dei ministri del Governo che comunque dovrà costituirsi siano donne.

Le firmatarie dell’accordo ritengono che la pressione esercitata dai movimenti delle donne che operano nella società civile, in particolare da quelle riunite nell’Accordo, abbia contribuito a convincere almeno alcune delle formazioni politiche scese in campo in questa competizione elettorale della necessità di mettere donne in lista per dimostrare che si voleva operare un rinnovamento del personale politico.

Tuttavia non si può ignorare la circostanza che, in gran parte, la accresciuta presenza delle donne in Parlamento sia (malgrado alcuni partiti siano ricorsi a primarie per la scelta dei candidati o alla loro designazione tramite il Web) più il risultato di un processo di cooptazione e di scelta compiuta dagli uomini, anche grazie alla legge elettorale vigente, che non a una vera elezione. Se ne trova conferma nel risultato, meno soddisfacente, ottenuto dalle donne nelle elezioni del Lazio, della Lombardia e del Molise: secondo i dati finora disponibili, il 18% nel Lazio, il 18,75% in Lombardia, due sole donne elette in Molise. Gran parte delle elette provengono dai “listini” del Presidente: è dunque evidente che è urgente introdurre, in tutte le elezioni in cui si vota con preferenza, la doppia preferenza di genere.

Le firmatarie dell’Accordo chiedono che in ogni caso il nuovo Parlamento:

– metta mano subito alla modifica della legge elettorale introducendo “regole elettorali women friendly” che, quali che sia il metodo elettorale adottato, prevedano norme di garanzia per la presenza delle donne nelle liste e per assicurare parità di opportunità per essere elette e che raccordi i rimborsi elettorali (sia pur adeguatamente ridotti) alla percentuale di donne elette;

– una legge che regoli il sistema dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, prevedendo anche norme per la parità di genere negli organi politici, in particolare quelli incaricati della selezione delle candidature.

– norme di trasparenza e di riduzione dei costi delle campagne elettorali

Le firmatarie dell’accordo chiedono ai neoleletti Presidenti del Lazio, della Lombardia e del Molise di comporre giunte con il 50% di donne e di pronunciarsi per una modifica delle leggi elettorali regionali, che introducano la doppia preferenza di genere.

Roma- 1 marzo 2013

LE FIRMATARIE:

1. NOI RETE DONNE
2. AFFI – ASSOCIAZIONE FEDERATA FEMMINISTA INTERNAZIONALE
3. SE NON ORA QUANDO
4. AGI (Ass. Giuriste Italiane – sez. romana)
5. AIDOS
6. ANDE
7. ASPETTARE STANCA
8. ASSOCIAZIONE ALMA CAPPIELLO
9. ASSOCIAZIONE BLOOMSBURY
10. ASSOCIAZIONE DONNE BANCA D’ITALIA
11. ASSOCIAZIONE NOID TELECOM
12. ASSOLEI
13. CENTRO ITALIANO FEMMINILE
14. CONSULTA DONNE DI COLLEFERRO
15. COORDINAMENTO ITALIANO LOBBY EUROPEA DELLE DONNE
16. COORDINAMENTO NAZIONALE DONNE ANPI
17. COMMISSIONE DIRITTI E PARI OPPORTUNITÀ ASS.NE STAMPA ROMANA
18. CORRENTE ROSA
19. CRASFORM Onlus
20. DONNE CHE SI SONO STESE SUI LIBRI E NON SUI LETTI DEI POTENTI
21. DONNE E INFORMAZIONE
22. DONNE IN QUOTA
23. DONNE IN RETE PER LA RIVOLUZIONE GENTILE
24. FIDAPA
25. FILOMENA
26. FONDAZIONE ADKINS CHITI – Donne in musica
27. FONDAZIONE NILDE IOTTI
28. GIO (Osservatorio studi di genere, parità e pari opportunità.)
29. GIULIA (Giornaliste Unite Libere Autonome)
30. ILCORPO DELLE DONNE- BLOG di Lorella Zanardo
31. IL PAESE DELLE DONNE
32. INGENERE
33. LA META’ DI TUTTO
34. LE NOSTRE FIGLIE NON SONO IN VENDITA
35. LIBERA DONNA –ROMA
36. LIBERE TUTTE – Firenze
37. LUCY E LE ALTRE
38. MOUDE (Movimento Lavoratrici dello spettacolo)
39. MOVIMENTO ITALIANO DONNE PER LA DEMOCRAZIA PARITARIA
40. NOI DONNE
41. NOIDONNE 2005 – Sassari
42. PARIMERITO
43. PARI O DISPARE
44. PROFESSIONAL WOMEN’S ASSOCIATION
45. RETE ARMIDA
46. RETE PER LA PARITA’
47. SOLIDEA
48. TAVOLA DELLE DONNE sulla violenza e sulla sicurezza nella città di Bologna
49. UDI
50. USCIAMO DAL SILENZIO
51. WOMEN IN THE CITY

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