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Ma è stata tutta colpa di Costantino? di S.Toppi

Stefano Toppi
Confronti, marzo 2013

Probabilmente in buona parte dei cristiani più affezionati all’immagine ideale delle comunità delle origini, così come ce le raccontano gli Atti degli Apostoli, è diffusa l’opinione che alla base della degenerazione della Chiesa sia l’intervento dell’imperatore Costantino.

Leggendo i libri di storia del Cristianesimo più recenti può sorgere qualche dubbio. Nel volgere di pochi anni i cristiani erano passati dalle persecuzioni di Diocleziano e degli altri tetrarchi, che si svilupparono con modalità ed intensità diverse nelle varie parti dell’impero dal 303 fino al 3011 (editto di tolleranza di Galieno), all’editto così detto di Milano del febbraio 313 di Costantino e Licinio che rese la loro religione “lecita”.

Nel volgere di pochi anni poi, sotto l’impero che Costantino andava riunificando sotto il suo unico scettro, vediamo comparire una ampia serie di privilegi giuridici, sociali ed economici concessi alla Chiesa; una conseguenza di ciò fu, ad esempio, il rilievo che venne ad assumere la carica di vescovo. Presto la funzione episcopale venne a essere complementare se non a sovrapporsi a quella del prefetto, ossia del legato dei poteri giurisdizionali dell’impero in sede locale. Questo fece sì che nel volgere di pochi anni l’intraprendere la carriera ecclesiastica divenisse una via semplificata di accesso ai privilegi del potere.

Tutto ciò porta ad osservare che i cristiani e la Chiesa non potevano aver mutato così radicalmente pelle e cuore nel volgere di così pochi anni: dunque dovevano essere in qualche modo, nonostante le persecuzioni cui erano stati sottoposti, già predisposti a strutturarsi in forme gerarchiche e autoritarie.

Ad esempio gli storici ci insegnano che già dalla metà circa del II secolo si era manifestata, nell’ambito della Chiesa di Roma, fino ad allora costituita da almeno cinque comunità autonome, una tendenza alla gerarchizzazione che sfociò verso il 180 nella elezione del primo vescovo monocratico, Vittore.

Insomma l’immagine irenica delle comunità delle origini si era persa da tempo.

L’analisi storico critica dei testi sia canonici che quelli definiti poi “apocrifi”, ci prospetta poi una pluralità di cristianesimi esistenti nei primi anni: diversi per le interpretazioni del significato della presenza e della missione di Gesù nella storia, per teologie quindi, per riti, per prassi, per vicinanza o meno alla religione ebraica dei suoi seguaci.

Tutto questo già a partire dal II secolo si era andato perdendo. La Chiesa volle porsi come obiettivo prioritario quello dell’unità teologica; così la linea vincente divenne l’ortodossia e tutti gli altri modi di pensiero furono combattuti come eresie. A questo fine, con Costantino che si poneva l’obiettivo simile di unità dell’impero, la Chiesa aveva finalmente trovato il supporto indispensabile.

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