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Le opere, fuori dai recinti del sacro di M.Vigli

Marcello Vigli
Adista Notizie n. 12/2013

ANNO C-21 aprile 2013-IV DOMENICA DI PASQUA: At 13,14.43-52 Sal 99 Ap 7,9.14b-17 Gv 10,27-30

Per cogliere il senso di queste parole di Gesù a mio avviso è utile leggerle nel contesto in cui sono state pronunciate. Gesù camminava nel tempio nel portico di Salomone. Era un giorno di festa, anzi della festa della Dedicazione; ha da poco dichiarato di essere il Buon Pastore e non solo delle pecore che lo conoscono, ma di altre che non vengono dal suo recinto, ma che deve ugualmente guidare.

È certo che «Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Ma i giudei non sopportano questo linguaggio figurato, incalzano Gesù, vogliono che si comprometta per poterlo accusare di essere indemoniato o, almeno, di essere un sedizioso. Sei tu il Cristo, dillo a noi apertamente. Gesù risponde loro «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete, perché non fate parte del mio gregge».

In questo contesto Gesù proclama solennemente: Io e il Padre siamo una cosa sola. Non c’è da meravigliarsi se i presenti raccogliessero pietre per lapidarlo e pochi giorni lo consegnassero a Pilato per farlo crocifiggere.

Con le sue parole Gesù ha segnato i confini del suo recinto, che resta aperto a tutti quelli che accettano di non considerarlo solo un taumaturgo, ma riconoscono che le sue opere sono un segno della sua vera natura di Figlio che è una cosa sola col Padre.

I Giudei avevano ben inteso la drammatica portata di questo confine e lo rifiutarono.

Nei secoli successivi i teologi di ogni orientamento cercheranno, invece, di rendere accettabile questa parola anche a chi non si fa pecora per seguire il Buon Pastore riempiendo chilometri di scaffali dei loro testi. Hanno cercato di razionalizzare una Verità che solo un atto di Fede consente di porre a fondamento di una vita fatta solo di Amore, a senso unico, e di Speranza, resistente ad ogni disperazione.

Hanno costruito un immaginario collettivo fatto di dogmi sostenuti da profonde elaborazioni teologiche, utilizzando, per penetrare il mistero infinito del divino, la ragione umana, distogliendola dal suo compito “naturale” di continuare e sviluppare l’opera della creazione, costruendo miti e discettando del soprannaturale.

Non sono mancate però le pecore che hanno seguito il mandato del Pastore impegnandosi a costruire una società fondata sull’amore, imitando o associandosi ad altri impegnati a costruirla giusta e solidale, sedotti magari dal suo messaggio, ma respinti dall’immagine che di lui hanno diffuso e diffondono quanti se ne proclamavano e proclamano custodi dopo averlo sclerotizzato in verità assolute e valori irrinunciabili.

Ma il buon Pastore non abbandona le sue pecore, le va a cercare non solo per strapparle al peccato, come vuole la tradizione, ma per richiamarle a ritrovare l’autenticità della loro missione che li vuole testimoni poveri.
Si è molto parlato in questi giorni di Chiesa povera, dei poveri, per i poveri, entusiasmandosi per i gesti e le parole di papa Francesco. Pochi, mi pare, hanno rilevato la povertà delle sue parole prive dell’autorevolezza propria di quelle solennemente proclamate come “vere”.

La prassi rende credibili le parole, ci ricorda Gesù, che alle sue opere, compiute nel nome del Padre, affida l’onere della prova di quello che afferma di fronte ai giudei increduli e diffidenti.

Ancor più oggi che le immagini tele-trasmesse stanno progressivamente diventando lo strumento di comunicazione principe nella società globalizzata, le opere ispirate all’amore del prossimo sono l’unica convincente testimonianza della fede in un Gesù che è storico perché si è fatto Storia e non perché le narrazioni, che ce ne hanno tramandato la vita e gli insegnamenti, sono affidati a fonti scientificamente inoppugnabili.

Gesù, infatti, ha accettato di farsi Storia attraverso le opere di quelle/i che credono in lui e la vita della Comunità/Chiesa che essi hanno costruito e continuano a costruire nel tempo per garantire il perpetuarsi della sua presenza.
A questa loro opera Gesù ha garantito, a sua volta, assistenza fino alla fine dei tempi.

1 comment

Nicola Pantaleo martedì, 2 Aprile 2013 at 10:20

Una bella e lucida analisi. Grazie, marcello

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