Home Europa e Mondo Ungheria: tecnica di un colpo di stato fascista

Ungheria: tecnica di un colpo di stato fascista

Claudio Tanari
www.cronachelaiche.it

Se non è fascismo questo, poco ci manca. Il premier ultranazionalista Viktor Orban ha mantenuto la promessa fatta durante la campagna elettorale 2010: voleva «rivoltare il Paese come un calzino» e così è stato. La riscrittura di ventidue articoli della Costituzione ungherese, legittimati da una maggioranza dei due terzi dell’Assemblea nazionale, ha permesso l’11 marzo scorso di scavalcare la Corte costituzionale, le cui decisioni precedenti il gennaio 2012, – le ricusazioni di leggi liberticide su stampa e giustizia volute dal partito di governo Fidesz – sono state annullate.

Orban ha così definitivamente cambiato le regole del gioco a Budapest, a tutto vantaggio di un esecutivo debordante. Il governo può ora intervenire in senso restrittivo verso la libertà d’espressione in nome «della dignità della Nazione, dello Stato e della persona»; conferisce dignità solo all’unione di coppie eterosessuali finalizzate alla procreazione; mette di fatto fuorilegge il vecchio partito comunista, oggi membro dell’Internazionale socialista e del Partito del socialismo europeo, definito senza mezzi termini «associazione criminale».

E’ l’ultimo atto di un’escalation populista e muscolare che ha visto nel 2011 esautorare – di fronte al declassamento dei titoli di stato magiari a livello di junk bonds da parte di Moody’s (l’indebitamento era all’81 per cento del Pil) – il presidente della Banca centrale, Andras Simor, dal potere di nomina dei suoi vice, assunto naturalmente dal governo. A seguire, la creazione un organismo di controllo sui media a nomina governativa, e l’imposizione nei posti chiave del sistema finanziario di personaggi filo-governativi (Corte dei Conti, Consiglio Fiscale, Consiglio monetario. La nuova Costituzione introduceva inoltre il diritto alla cittadinanza ungherese per i residenti di etnia magiara nei Paesi confinanti come Slovacchia, Romania, Austria, Bulgaria, Slovenia e Croazia in una sorta di pericoloso Anschluss virtuale.

Attenzione, quindi: vedere soltanto gli aspetti folcloristici nella consegna, appena pochi giorni fa da parte del premier, di tre onorificenze a personalità vicine all’estrema destra come il giornalista Ferenc Szaniszlo, che ha definito «scimmie» i rom; il cantante neonazista Janos Petras vicino a Jobbik e alla Guardia nazionale neonazista e l’archeologo Kornel Bakay, per cui sarebbero stati gli ebrei a organizzare il commercio degli schiavi nel Medioevo, sarebbe del tutto fuorviante.
E’ ormai fuori dall’incubatrice un regime dagli inconfondibili tratti anni Venti – Trenta del secolo scorso, nella sottovalutazione dell’Unione europea, distratta dallo spread.

In favore della svolta autoritaria di Budapest gioca la crisi dell’euro ancora spalancata: l’Europa e le altre istituzioni internazionali non possono permettersi il default dell’Ungheria; Orban è inoltre vicepresidente del Partito popolare europeo, lo stesso del presidente della Commissione europea Jose’ Manuel Barroso. E poi «La gente si preoccupa delle bollette, non della Costituzione» (Viktor Orban).

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