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I simboli del potere

Francesco Bilotta
www.italialaica.it | 10.04.2013

Non so chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica. So, invece, cosa gli chiederei come primo atto della sua Presidenza per inaugurare un settennato all’insegna della laicità, anzi del principio supremo della laicità, come lo ha definito la Corte costituzionale fin dal 1989.

Si tratta di un atto a costo zero, ma fortemente simbolico: promuovere la revisione delle “Disposizioni generali in materia di cerimoniale e disciplina delle precedenze tra cariche pubbliche”, un Regolamento della Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento del cerimoniale di Stato, risalente al 2006 che prevede l’ordine in cui disporre le autorità in occasioni pubbliche.

Non so voi, ma io spesso mi sono chiesto, nel vedere le immagini delle cerimonie pubbliche a cui partecipa il Capo dello Stato, per quale motivo vicino al Presidente della Repubblica vi sia quasi sempre un Cardinale. Nonostante passi il tempo, non riesco ad abituarmici. Rimango ogni volta sorpreso e inquietato da tale presenza, specialmente in occasione di cerimonie dall’alto valore civile, qual è l’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Corte suprema di Cassazione.

In un primo tempo, mi ero figurato che si trattasse di una cortesia istituzionale, usata nei confronti del rappresentante di uno Stato estero. Beata, ingenua laicità! Purtroppo, la verità è un’altra. Esiste il Regolamento che ho appena ricordato, e in particolare la nota 16 all’art. 5, dedicato all’ordine nazionale di precedenza, che così recita: “Se Cardinale precede gli appartenenti alla categoria A, senza peraltro assumere la presidenza della cerimonia”. Nella categoria A ci sono i vertici del nostro Stato: i Presidenti delle due Camere, il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente della Corte costituzionale, i Presidenti emeriti della Repubblica. Ebbene, prima di tutti costoro, se presente, dovrà prendere posto il Cardinale, non in quanto rappresentante di uno Stato estero, ma in quanto Cardinale.

Una richiesta simile, a qualcuno potrà sembrare un puntiglio, specialmente in un tempo difficile per il Paese sotto il profilo istituzionale ed economico. È mia convinzione profonda che proprio ora, invece, serva – più ancora del solito – ritrovare i valori comuni che ci fanno essere comunità. Il Presidente della Repubblica rappresenta simbolicamente a un tempo l’unità della Nazione e la garanzia del rispetto della Costituzione. Come può abdicare così platealmente al suo ruolo, sedendo costantemente vicino a un Cardinale in ogni cerimonia pubblica? Tale vicinanza rappresenta visivamente quello che è stato definito “il protettorato cattolico sulla società civile” (G. Zagrebelsky, Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa governo dell’uomo,Laterza, 2010, p. 73). Vedere il Presidente della Repubblica affiancato a un Cardinale, prima che alle Alte cariche dello Stato, comunica allo spettatore il sospetto di un’influenza significativa nelle decisioni pubbliche da parte delle gerarchie ecclesiastiche.

Il Capo dello Stato è un simbolo politico che contribuisce a creare quella rappresentazione collettiva che ci fa essere comunità. Senza tale senso di comunità, senza la persuasione di appartenere a un sistema di relazioni sociali cui ognuno tributa il proprio senso di lealtà, non vi può essere legalità. La laicità non è solo un tratto caratterizzante della nostra Costituzione. È anche il presupposto necessario per rispettare e far sentire pienamente partecipe della cittadinanza italiana chiunque nutra convinzioni religiose non cattoliche o non nutra alcun tipo di convinzione religiosa. Quella presenza accanto al Capo dello Stato smentisce simbolicamente tale neutralità dello Stato e mina alle sue radici la costruzione di una comunità nazionale.

Spiace dover constatare che una tale sensibilità istituzionale non sia stata vissuta durante il suo settennato da Giorgio Napolitano, che pure ai magistrati ha sempre ricordato che non devono solo “essere” imparziali, ma anche “apparire” tali. Il che è condivisibile, proprio nella misura in cui le modalità di esternazione del proprio ruolo istituzionale – in una logica performativa – contribuiscono alla sua attuazione.

Il Presidente della Repubblica – specie in questo momento – deve tornare ad essere un simbolo politico condiviso, perché costruire una comunità significa prima di tutto condividere valori e speranze, in forza delle quali cooperare andando oltre il proprio individualismo. Essere comunità significa (ri)trovare fiducia nelle istituzioni, che i simboli politici rappresentano. E ciò perché le istituzioni si proiettano nel futuro, destinate come sono a sopravviverci.

Certo, per ottenere tutto ciò non basterà far sedere un po’ più in là un uomo vestito con un lungo abito filettato di porpora. Eppure, la riappropriazione del simbolico in ambito pubblico è un viatico per trasformare la vita politica del nostro Paese, per sottrarla ai vari leader e ai ristretti gruppi dirigenti dei differenti partiti che si comportano come oligarchie, al cui capriccio è rimesso perfino il riconoscimento della tutela dei diritti fondamentali. Una riappropriazione diffusa del simbolico è la premessa necessaria (anche se non sufficiente) per instillare negli uomini politici un atteggiamento di umiltà e di consapevolezza del fatto che stanno servendo qualcosa di più grande di loro (G. Zagrebelsky, Simboli al potere, Einaudi 2012).

Tutto ciò è smentito quasi quotidianamente da quello che accade intorno a noi. Se è vero che la laicità è un principio supremo dell’ordinamento costituzionale, perché appena insediatasi la Presidente della Camera dei Deputati ha proposto di invitare il nuovo Pontefice in Parlamento? Un invito simile si potrebbe apprezzare se tutti i Capi di Stato in visita nel nostro Paese ricevessero l’omaggio del Parlamento italiano. Ma così non è. Questo invito dimostra una volta di più la sudditanza psicologica, prima che istituzionale, dell’Italia alla Chiesa cattolica. Chi non è cattolico o comunque è non credente come può sentirsi parte integrante di questo Paese?

Non è difficile immaginare cosa succederà quando il nuovo Pontefice farà visita al nuovo Parlamento italiano, per l’occasione riunito in seduta comune. I nostri Deputati e Senatori si alzeranno in piedi ad applaudire, con qualche coraggiosa eccezione, mentre il nuovo Capo dello Stato siederà in prima fila accanto al nuovo Cardinale Segretario di Stato vaticano. Con un solo colpo d’occhio, guardandoci intorno, verificheremo sul piano simbolico quanto possa essere negletto il principio supremo della laicità nel nostro Paese.

Resta sempre la speranza che un tratto di penna elimini la nota 16 dell’art. 5 del Cerimoniale di Stato, un gesto semplice, ma carico di significato e che la Presidente Boldrini ci ripensi. La speranza, del resto, si dice che sia un sogno fatto da svegli.

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