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Nonviolenza e chiesa dei poveri. Pax Christi si prepara al congresso

Luca Kocci
www.adistaonline.it

Limitarsi a sopravvivere o rinnovarsi completamente? È la provocatoria domanda che aprirà il prossimo Congresso di Pax Christi, in programma a Roma dal 25 al 28 aprile. Un Congresso nel quale verrà eletto il nuovo Consiglio nazionale, che al suo interno sceglierà il coordinatore che succederà a don Nandino Capovilla, i tre coordinatori territoriali (nord, centro e sud) e il vicepresidente (mentre il presidente, mons. Giovanni Giudici, verrà nominato dalla Conferenza episcopale fra due anni); ma soprattutto un Congresso che si preannuncia come un momento di svolta nella vita del movimento. Non perché si debba deliberare la fine di Pax Christi, ma perché è all’ordine del giorno un cambio di marcia. «Occorre decidere se Pax Christi debba esistere o possa estinguersi lasciando fare agli eventi – si legge nel documento congressuale. Stiamo concludendo il nostro cammino o siamo chiamati a rinascere per un nuovo inizio? Dobbiamo continuare come ora con qualche miglioramento per resistere e sopravvivere o dobbiamo rinnovarci radicalmente?».

Il rinnovamento e la ripartenza sono le direzioni auspicate dai documenti congressuali, che tracciano qualche strada possibile, anche sulla scia della testimonianza di don Tonino Bello, «maestro di nonviolenza» e «padre della Chiesa della pace», di cui il 20 aprile si ricorderanno i venti anni dalla morte. E su questo si confronteranno gli iscritti a Pax Christi. Il principale documento congressuale (“È l’ora della nonviolenza”), prima di soffermarsi sulla vita e sulle prospettive di Pax Christi, prende in esame la situazione socio-politica ed ecclesiale.

La scelta della nonviolenza

Al primo posto la nonviolenza che, si legge, «non è una teoria infallibile o un metodo univoco ma incarnazione quotidiana, sogno realistico. Per questo occorre sceglierla come bene supremo, attivarla, sperimentarla e pagarla a caro prezzo». Anche nelle situazioni in cui viene scartata a priori – come nelle guerre, dall’Afghanistan alla Libia –, liquidandola come «azzardo irresponsabile», «vaga aspirazione» oppure «scelta encomiabile ma solo personale».

Ma, puntualizza il documento di Pax Christi, «la nonviolenza va scelta, sperimentata e organizzata» perché «non è mai un lasciar fare, tanto meno un lasciar uccidere. È uno sguardo nuovo sui conflitti, un modo diverso di opporsi alla violenza o di ripristinare i diritti violati». Non solo quando ormai cadono le bombe, ma a tutti i livelli e in tutti gli aspetti della vita delle persone, a cominciare dal modello economico, per «superare la dittatura della finanza speculativa» – che «sta distruggendo il lavoro e il risparmio, le relazioni sociali e le condizioni di vita, i diritti e i progetti di milioni di persone», «annullando la politica ed eliminando la democrazia» – e il dogma del «libero mercato che si autoregola».

Si tratta allora di «favorire dinamiche di economia democratica, diffondere nuovi stili di vita improntati a sobrietà e scelte oculate di risparmio e di investimento appoggiando banche etiche e solidali, esperienze di microcredito o di finanza responsabile». «È urgente svegliarsi dal sonno neoliberista e leggere l’economia alla luce dell’uguaglianza e della fraternità, osservava mons. Mario Toso all’Assemblea nazionale di Pax Christi a Termoli nel 2012, sul tema del bene comune (v. Adista Segni Nuovi n. 19/12). La guerra finanziaria è più dannosa di quella degli eserciti. Questo capitalismo finanziario autoreferenziale e deregolato è “eversivo” verso imprese e comunità. Su questi temi c’è troppo silenzio nella Chiesa. È possibile che il mondo cattolico dorma sulla giustizia sociale?».

Pax Christi individua alcune proposte “politiche”, fondate su tre “beni comuni”: la legalità, la giustizia e il disarmo. «Occorre agire con determinazione contro la diffusa corruzione economico-politica (anche con una legislazione adeguata) e contro la criminalità che sta riciclando ovunque i suoi immensi guadagni (bisogna anche utilizzare i beni confiscati alle mafie); ridurre le colossali sperequazioni nella distribuzione del reddito e i privilegi di corporazioni potenti e di persone ricchissime in ambito pubblico e privato, industriale, finanziario, politico e militare; colpire l’evasione fiscale mirando, soprattutto, ai grandi patrimoni, alle rendite finanziarie, ai capitali all’estero, ai paradisi fiscali; tagliare realmente le spese militari senza artifici contabili volti a produrre e ad acquistare nuovi sistemi d’arma; bloccare il progetto degli F35; difendere la legge 185/90 che controlla il mercato delle armi».

La Chiesa, il Concilio, la pace

«Nell’esprimere la nostra laicità credente vogliamo contribuire al superamento dei mali nella Chiesa», come «arroganza, ipocrisia e settarismo», prosegue il documento di Pax Christi. «Ci tormentano i rapporti non trasparenti col potere economico, finanziario e immobiliare di alcuni settori ecclesiastici e di alcune corporazioni o associazioni di matrice religiosa». E «ci sembra urgente porre segni di sobria spiritualità indicati, ad esempio, da Paolo VI e dal Concilio in ordine all’apparato ecclesiastico. Per questo pensiamo decisivo rilanciare la tematica conciliare della povertà nella Chiesa, della sua libertà profetica, della sua credibilità evangelica. Il “Patto delle catacombe” del 1965 ipotizzava una Chiesa povera e sobria. C’è bisogno di una fase penitenziale attiva cosciente che il danno maggiore per la Chiesa viene spesso dal suo interno, da “ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza, appannando la bellezza del suo volto” (Benedetto XVI, 29 giugno 2010)».

Nella comunità cristiana e nel tempo dell’Anno della Fede, Pax Christi intende impegnarsi soprattutto «a sviluppare le teologia e la pedagogia della nonviolenza», «non ancora fiorita in ambito ecclesiale», dove invece talvolta ha cittadinanza quella «retorica di guerra» diffusa anche fra i vertici ecclesiastici, per esempio «durante le omelie funerarie o commemorazioni» per il soldati italiani uccisi. «Vogliamo ribadire – prosegue il documento – che il miglior modo di onorare le vittime della violenza è quello di prevenire ulteriori lutti organizzando la pace con mezzi di pace. Sappiamo che il mestiere dei soldati è rischioso e pericoloso.

Le loro scelte sono spesso necessitate da motivazioni economiche. Pensiamo che, tornati a casa, riflettendo sulla loro esperienza, possano svolgere un ruolo importante nell’ambito della pace. Ma definirli sempre “eroi della pace” o “profeti del bene comune” costituisce un’esagerazione non rispettosa della realtà e delle loro stesse fatiche, lontana dagli interessi presenti in molte operazioni militari e ignara dell’opera di tanti santi e martiri, volontari e missionari. Altrettanto negativa ci pare l’interpretazione nazionalista e militarista di uomini come Giovanni XXIII e Primo Mazzolari da parte dell’Ordinario militare, visti solo come “testimoni della fede nel mondo militare”. La corresponsabilità ecclesiale ci invita alla franchezza evangelica» (v. Adista Notizie nn. 41 e 44/12).

Pax Christi, che fare?

Il punto di partenza è la presa d’atto delle difficoltà che attraversano il movimento. «Siamo in pochi e abbiamo tante difficoltà, tipiche dei piccoli movimenti “ambiziosi” che tendono a frantumarsi e a indebolirsi dividendosi o disperdendosi. Più si è pochi più si tende a vedere il negativo, a drammatizzare, a sfogarsi, a “maledire” il mondo o la Chiesa, a polemizzare col vicino, a diventare prigionieri della carente visibilità. C’è chi pensa di avere la soluzione decisiva o infallibile. C’è chi si accontenta di una “profezia” isolata, gridata. Chi si compiace della marginalità con il rischio di giustificare un’identità esclusivista-escludente sempre “antagonista” e di alimentare, con la presunzione di innocenza, uno scarso impegno. Giocano tanti fattori: la complessità quasi paralizzante dei problemi, l’impazienza, l’attivismo dispersivo, il protagonismo individuale, forme di settarismo o di profetismo catastrofico». «Perché il calo di iscritti?», si chiede Pax Christi. «Stanchezza, sfiducia, età avanzata, sovrapposizione di incarichi (molti fanno parte di altre associazioni, coordinamenti o movimenti), paura di inquadrarsi o di appartenere, illusione telematica, abitudine a delegare, pressappochismo, “distrazione” (che porta a non curare Pax Christi come movimento, a non capire l’importanza dell’adesione anche formale con quote, abbonamenti, azioni)? In ogni caso, se è bene essere preoccupati, occorre non diventare “profeti di sventura”».

Allora il punto di partenza, anzi di ri-partenza, è «l’assunzione personale di responsabilità», «la disponibilità ad operare in prima persona», perché «siamo bravi a dichiarare, meno a proporre assumendoci compiti diretti». Tenendo conto che Pax Christi non è un movimento “virtuale” e “grillino”, ma reale e fatto di persone. «La comunicazione oggi è rapida e veloce», si legge nel documento. «Quella telematica, certo utilissima, può generare illusioni (di contare molto) o incomprensioni (tra noi). I mezzi espressivi non sono un ornamento o un accidente, ma fanno parte del contenuto, sono sostanza. È bene sempre comunicare, se si può, in campo aperto, faccia a faccia, volto a volto. È bene essere indignados ma in piedi, non solo cliccatori cinguettanti-twittatori spesso “indivanados”. In ogni caso, più che cultori del web, meglio essere cultori dei volti ri-volti o delle mani intrecciate, viandanti che hanno il piacere di incontrare persone e di collegare esperienze. Alcuni l’hanno definita cura della dimensione umana». E avendo ben presente che la discussione, compresa la diversità di opinioni, è un valore. «Non è necessario essere sempre d’accordo su tutto. Ma si può discutere “senza distruggerci a vicenda” (Galati 5,15) e senza pensare che un’altra scelta (comune) sia un attentato alla nostra libertà. Le differenze sono feconde se non diventano contrapposizioni pregiudiziali, se non si fanno processi alle intenzioni».

Rispetto all’organizzazione, ecco gli orientamenti proposti dal documento che verranno discussi al Congresso: costruire il movimento partendo dal proprio punto pace locale; selezionare le priorità operative comuni, dando al Consiglio nazionale e ai coordinamenti compiti di “direzione politica”; potenziare il mensile promosso da Pax Christi, Mosaico di pace; organizzare meno convegni tradizionali e più momenti di spiritualità ed iniziative “militanti” (raccolte firme, sit in, partecipazioni a manifestazioni…). E approfondire le macroaree tematiche di intervento: disarmo e smilitarizzazione; economia di giustizia; democrazia, diritti e stato di diritto; Chiesa, Chiese, profezia della pace; Pax Christi International. Il dibattito continuerà al Congresso

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