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Aborto. Analisi di una scelta

Ingrid Colanicchia intervista Chiara Lalli
Adista n. 15 del 20/04/2013

«Di aborto non si parla quasi mai. Quando succede si abbassa lo sguardo e il tono della voce. A meno che non sia un dibattito pubblico, e allora i toni si infuocano. Anche chi è a favore della legalità dell’aborto e della possibilità di scelta della donna difficilmente è a proprio agio. Spesso ci si affretta a compilare un elenco di attenuanti per la decisione di abortire, per poi aggiungere: “È comunque un trauma”. Come se si volesse giustificare l’aborto indicando quella cicatrice indelebile. Ma è davvero così? E lo è necessariamente?».

È a partire da questo interrogativo che la filosofa e giornalista Chiara Lalli (già autrice di Dilemmi della bioetica, Liguori, e di C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza, Il Saggiatore), scandaglia, nel suo ultimo libro, A. La verità vi prego sull’aborto (Fandango libri, 2013, pp. 280, euro 18), ogni aspetto legato all’interruzione volontaria di gravidanza. Dall’obiezione di coscienza, che nel nostro Paese raggiunge cifre da capogiro (nel 2009, a livello nazionale, il 70,7% dei ginecologi e il 51,7% degli anestesisti è obiettore) alla cosiddetta sindrome post-abortiva in base alla quale ogni donna che ha abortito riporterebbe gravi conseguenze psicopatologiche, Chiara Lalli non tralascia niente, gettando così un fascio di luce sul cono d’ombra in cui è relegato il dibattito sull’aborto. Un libro-inchiesta quanto mai necessario, perché intorno all’aborto, come scrive Lalli, «si concentrano molte questioni: la natura, il dolore, la concezione della donna, la moralità delle manipolazioni (contraccezione e aborto come manipolazione della “natura”), l’inesauribile discussione sullo statuto dell’embrione, la maternità come destino o come unico vero possibile desiderio delle donne, di ogni donna».

Un dibattito che non solo manca di serenità, ma che è amputato di una sua parte. «Voglio esplorare una possibilità teorica», spiega Lalli: «Che si possa scegliere di abortire, che lo si possa fare perché non si vuole un figlio o non se ne vuole un altro, che si possa decidere senza covare conflitti e sensi di colpa». «Vorrei cercare di separare i desideri indotti da quelli genuini, di distinguere un dolore preconfezionato da uno determinato dalla frustrazione di un desiderio. Non sto dicendo che non si soffra mai per una interruzione volontaria di gravidanza – puntualizza – ma che in assenza di coercizione, di conflitti insanabili e in presenza della volontà di non portare avanti la gravidanza, ci si possa sottrarre a un destino scritto da altri». Adista le ha rivolto qualche domanda.

Cosa l’ha indotta ad affrontare un tema tanto “spinoso” come l’aborto?
Credo che sia più “spinoso” il silenzio che opprime l’aborto e spinge in un angolo le questioni connesse: come la difficoltà d’accesso a un servizio che sulla carta è garantito dalla legge 194, ma di fatto è sempre più fragile a causa dell’altissimo numero di obiettori di coscienza (la Relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 segnala una media nazionale di ginecologi obiettori del 70%, con punte di oltre il 90%). Nessun servizio potrebbe funzionare bene in queste condizioni. Inoltre sembra che solo l’aborto sia un argomento su cui è consigliabile tacere. Il consiglio è preso tanto sul serio che nonostante molte delle donne che conosciamo abbiano verosimilmente abortito, non lo sappiamo. Perché, appunto, di aborto non si deve parlare. Fatico a trovare altri esempi, soprattutto se e quando è implicata la sofferenza (arma usata paternalisticamente contro la possibilità di abortire): si consiglia sempre di parlare nel caso tu stia male, ma se il tuo dolore riguarda l’aborto allora devi tenertelo per te.

Nel suo volume dedica ampio spazio alla cosiddetta Sindrome post-abortiva. Che cosa si intende con questa dicitura? A suo avviso ha un qualche fondamento?
La cosiddetta Sindrome post abortiva (Spa) sarebbe una sindrome che insorgerebbe necessariamente dopo una interruzione volontaria di gravidanza. Ogni donna, sempre e comunque, riporterebbe gravi conseguenze psicopatologiche. Il primo segnale che qualcosa non torna sta nel constatare che nessuno sostiene che se vai in guerra tornerai con una sindrome post traumatica da stress, dominio in cui si inscrive la Spa. Come mai invece il 100% delle donne riporterebbe segni indelebili? Questo non significa che abortire non comporti sofferenze, dubbi, difficoltà. Ma soltanto che intrinsecamente una interruzione di gravidanza non è psicologicamente maligna, e che il vissuto successivo dipende molto dalle circostanze e dalle ragioni che portano una donna a scegliere di abortire. Quando l’aborto non è una scelta, ovviamente, entriamo in un altro dominio. Ridurre tutte le storie delle donne che abortiscono ad un unica narrazione di colpa, vergogna e dolore è tuttavia impreciso e ingiusto.

Sono in pochi tra i cosiddetti “prolife” a sostenere l’immoralità (e l’illegalità) di un aborto dopo uno stupro. Lei scrive che questa eccezione costituisce un indebolimento delle loro posizioni. Può spiegarci perché?
Qual è la ragione per cui si condanna moralmente l’aborto e si vuole renderlo illegale (o, in alcuni Paesi, la ragione per cui è illegale)? Perché l’embrione avrebbe diritti fondamentali tali che abortire sarebbe sempre sbagliato e equivalente a un omicidio di un essere umano innocente. Questa è la premessa di chi combatte la legalità dell’interruzione di gravidanza. Tuttavia moltissimi ammettono la possibilità di abortire se il concepimento è avvenuto in seguito a uno stupro. E molte leggi restrittive concedono alle donne questa possibilità. Ricordiamoci la premessa di questa posizione: sopprimere un embrione sarebbe un omicidio. Può uno stupro modificare ontologicamente l’embrione? Può togliergli dei diritti? No. Anche l’embrione formatosi in seguito a uno stupro dovrebbe essere protetto, ma l’eccezione viene ammessa contraddittoriamente perché sarebbe troppo impopolare negarla. Sarebbe troppo impopolare – ma coerente – sostenere che è immorale abortire dopo uno stupro e che la legge non dovrebbe permettere di compiere un omicidio. E allora si sceglie la strada contraddittoria sperando che nessuno se ne accorga. Si continua a dire che abortire non è mai ammesso e mai ammissibile, ma in caso di stupro si può fare. Quando qualcuno prova a dire che non si deve abortire dopo uno stupro, è assalito da critiche e feroci reazioni. Ecco perché la strategia prolife (che sarebbe meglio definire nochoice) in genere rimane in bilico su questa antinomia, scegliendo la strada più comoda e ipocrita.

Sia in questo volume che nel suo precedente “C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza”, lei pone sotto la lente d’ingrandimento la questione dell’obiezione di coscienza alla legge 194 nel nostro Paese. Qual è la situazione?
Come dicevo all’inizio la situazione è molto difficile. I numeri ci raccontano di una percentuale sempre più esigua di operatori sanitari disposti a eseguire le interruzioni di gravidanza. Questo significa che le liste di attesa si allungano, le donne incontrano difficoltà logistiche che a volte si trasformano in incubi veri e propri (si va dagli insulti ai tempi dettati non dalle necessità mediche, ma da quelle “di coscienza”), dai reparti IVG che non ci sono più alla fatica per quei medici che garantiscono il servizio della IVG e finiscono per non poter fare altro. A nessuno sembra importare. Non è molto più “spinosa” questa distrazione di qualsiasi discorso sull’aborto?

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