Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Elezione al Colle: Giorgio II

Elezione al Colle: Giorgio II

Cecilia M. Calamani
www.cronachelaiche.it

Ora che con la rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale siamo usciti dall’imbarazzante terno al lotto politico che ha portato al suicidio il più grande partito di centrosinistra italiano, possiamo ragionare su quella formidabile occasione – per la democrazia, i diritti e la stessa politica – persa con la bocciatura della candidatura di Stefano Rodotà.
Giurista insigne, costituzionalista raffinato, persona di rara caratura etica e istituzionale, Rodotà sarebbe stato, nella rosa dei nomi più o meno presentabili proposti dalle varie coalizioni, il candidato naturale per un centrosinistra teso al rinnovamento e all’abbandono di una vecchia politica “di palazzo” – per altro già bocciata dai cittadini nelle elezioni del 24 e 25 febbraio – piuttosto che “di popolo”.

E invece no. E’ naturale cercare di capire come mai quella sinistra garante, almeno a parole, dei diritti di tutti, gli abbia preferito personaggi più o meno nominabili ma certamente così lontani dai valori che essa stessa dice di rappresentare e da quella «fase nuova» che lo stesso Bersani ha millantato fino alla sconfitta finale che gli è costata la testa. E ancora, è lecito chiedersi perché, dopo aver visto cadere i suoi candidati ufficiali uno a uno, il Pd non abbia tentato la convergenza su quello proposto dai Cinque stelle – tanto ormai non c’era più nulla da perdere – piuttosto che tornare con la coda tra le gambe da Napolitano a chiedere di salvargli, in extremis, una faccia già irrimediabilmente persa.

Nessuno del Pd, in questi due giorni di indecente balletto per le elezioni presidenziali, ha spiegato con chiarezza perché Rodotà non fosse adatto. Bisbigli, frasette di circostanza del tipo «non rappresenta tutto il partito» (come se invece Marini o Prodi lo rappresentassero) ma nulla di più concreto. Non una motivazione. Che invece c’è, ed è lampante. Rodotà è un laico, anzi, un vero laico. Il che non significa, come da sempre certa politica vorrebbe far passare, mangiapreti e antireligioso. Rodotà è semplicemente un garante del diritto e dei diritti, individuali e collettivi, secondo quanto stabilito dalla nostra carta costituzionale. Come tutti i laici veri, Rodotà crede in un ordinamento legislativo in cui siano tutelati le idee e i diritti di tutti senza preferenze e prevaricazioni ideologiche o religiose. Sostiene la scuola pubblica e si batte contro i finanziamenti che lo Stato, incostituzionalmente, elargisce a quella paritaria (e infatti è uno dei primi firmatari del referendum bolognese che si terrà a maggio proprio su questo tema); difende l’autodeterminazione della persona sulle scelte affettive, riproduttive e di salute; è promotore dell’uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini a prescindere dal loro orientamento sessuale.

Chi guardasse da fuori le aberranti vicende di casa nostra potrebbe pensare che questi, in fondo, sono valori da sempre difesi dalle sinistre europee: giustizia e uguaglianza sociale contro ogni discriminazione. Invece non da noi, dove una deriva ideologica di stampo confessionale ha permeato talmente il tessuto politico, da destra a sinistra, da esserne parte inscindibile. Tra i paesi civili solo in Italia il parlamento – da qualsiasi compagine politica composto – antepone una visione di parte alla stretta normazione dei comportamenti che emergono dalla società. Solo da noi, in base a una presunta “morale superiore”, si decreta che gli omosessuali non abbiano gli stessi diritti degli eterosessuali, si stabiliscono le regole ideologiche (e non scientifiche) su contraccezione, aborto e fecondazione assistita e, peggio ancora, si scatena tra un embrione (una persona che ancora non è) e una donna (una persona che è) una “guerra di diritti” con lo scopo di affermare che quelli del primo sono paritetici, e anzi superiori, a quelli della seconda (si pensi alla legge 40 sulla fecondazione assistita).

Solo in Italia legislature di centrodestra e centrosinistra hanno chiuso entrambi gli occhi di fronte agli articoli 32 («Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana») e 33 («Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato») della Costituzione, boicottando a priori l’applicazione delle volontà di fine vita espresse dai cittadini e continuando a conferire finanziamenti a pioggia alle scuole paritarie a scapito di quelle pubbliche. Triste conseguenza di ciò è la sperequazione sociale indotta dal “turismo dei diritti”, riservato a chi può permettersi di realizzare all’estero quel che in patria gli viene negato, si tratti di un matrimonio omosex, di una fecondazione eterologa o di una morte dignitosa.

In questo abbattimento sistematico dei diritti di tutti per salvare l’ideologia di alcuni, il Pd non è innocente. Non lo è stato quando era al governo (anni di liti su Pacs, Cus e Dico concluse col nulla di fatto dovrebbero ricordarci qualcosa) e neanche quando era all’opposizione, avallando scelte scriteriate sul diritto al lavoro e alla salute. Ecco perché “Rodotà no”. Ecco perché questo centrosinistra nato dalla fusione di due anime contrapposte non ha voluto alla presidenza della Repubblica chi gli avrebbe ricordato in ogni momento che la Costituzione non si tira in ballo solo quando fa comodo, che il rispetto vale per i diritti di tutti, che il compito del parlamento non è quello di legiferare secondo “morale”, ma di disciplinare i fenomeni sociali garantendo a tutti i cittadini la stessa libertà di espressione, scelta e coscienza.

Ma il problema sollevato dalla bocciatura di Rodotà da parte di chi avrebbe dovuto sostenerlo non si limita al Pd, non riguarda solo il centrosinistra o quel che oggi ne rimane. E’ molto più ampio e insidioso, subdolo e drammatico. Se anche i naturali sostenitori politici dei diritti costituzionali si sono tirati indietro al punto di ricorrere a vecchi rappresentanti di nomenclature dubbie e stantie, significa non solo che non siamo un paese laico nella sua accezione più ampia e antica del termine, quella che riguarda libertà e diritti della persona contro ogni sopraffazione di tipo ideologico, ma che la strada per la civiltà è ancora lunga e tutta in salita. Non siamo pronti, e a questo punto chissà quando lo saremo mai. La speranza di laicità, che è morta con il tramonto dell’ipotesi Rodotà al Quirinale, ammazza di conseguenza quella di democrazia. Perché nessuna democrazia può prescindere dalla piena attuazione dei diritti dell’individuo e dall’indipendenza istituzionale da qualsiasi ideologia. Religioni incluse.

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La dittatura della partitocrazia e la sinistra che non c’è più

Alberto Capece Minutolo
ilsimplicissimus2.wordpress.com

Il sabato nero si è consumato, il Caimano è salvo, la partitocrazia si è asserragliata dentro il suo fortino, separata ormai del tutto dal Paese e proprio per questo in grado di infliggergli altri drammi, se non il colpo alla nuca. Ci sono più probabilità che Napolitano arrivi alla fine del suo secondo settennato, che non l’unità del Paese, anche se la gravità della situazione non viene ancora ben percepita: le formalità democratiche sono state rispettate, i riti turibolari sono stati eseguiti, ma siamo di fatto dentro una dittatura della partitocrazia, dentro quella oligarchia che diviene conclamata con grande gioia dei media che mangiano in quel piatto.

Che sia così lo dimostra l’assenza di una opposizione lucida e determinata che sappia andare oltre lo schiamazzo o la narrazione. Un’opposizione che non potrebbe essere se non di sinistra visto che il marchingegno messo a punto per cancellare la voglia di rinnovamento risponde a tutti i desiderata del sado liberismo, ma anche alle esigenze autoritarie che ne sono il necessario risvolto. Dunque all’essenza della destra. C’è un problema però: che la sinistra non esiste più o almeno non c’è una sinistra che sappia liberarsi dai fantasmi del passato e insieme elaborare nuove strategie, prassi e prospettive. Coinvolgere insomma.

Questa è la realtà: il nuovo di Barca, redatto appena pochi giorni fa, è una riflessione sulla forma partito, un contorto passaggio alla sinistra “palestra”, anche interessante da un punto di vista sociologico, ma senza uno straccio di contenuti e di idee concrete, senza nemmeno la volatile ombra di un ideale: una pura esercitazione accademica sul corpo marcito del Pd, dove l’area socialdemocratica è ormai residuale, coperta dalle mucillaggini di apparato. Purtroppo la forma non ha un senso se priva dei contenuti e anzi lascia l’impressione che l’unico contenuto sia la forma stessa come in effetti suggerisce l’espressione clou “buon governo” che in termini di sostanza è il nulla. Insomma un altro personaggio della stessa pasta degli altri, un opportunista che ha atteso la fine della sesta chiama per dichiararsi a favore di Rodotà così da non pagare dazio e farsi la sua campagna da segretario dei resti piddini. Tuttavia, resistendo all’effetto emetico, non si può non notare la straordinaria affinità con Vendola che dopo aver inghiottito tutto o quasi del montismo, ora lancia un nuovo cantiere: «Sel è impegnata a ricostruire dalle fondamenta una nuova sinistra di governo».

Che vuol dire «di governo»? Ma quello che si intende ormai da quarant’anni: la Sinistra di governo è quella che governa come la destra e dunque non può esprimere posizioni alternative, ma solo palliative. Mentre se elabori contenuti non dico antagonisti, ma diversi, sei una sinistra di testimonianza che non potrà mai arrivare nelle stanze dei bottoni. E’ caduta l’Unione sovietica, si è sbriciolato il muro di Berlino, è finito il mondo bipolare, la Cina formalmente comunista è diventa la prima potenza industriale del mondo, i Brics si apprestano a fare da contraltare alla finanza occidentale, ma noi ragioniamo ancora nei termini del fattore K, l’esclusione del Pci dal governo, imposta dalle logiche del mondo bipolare e garantita con tutti i mezzi, stragi comprese. Sorprendentemente proprio questo è diventato uno dei capisaldi della cultura di sinistra, almeno di quella che ha ancora voce.

Dunque non so cosa potranno elaborare di originale ed efficace i nuovi cantieri, anche ammesso che non siano la solita orgia di interventi, scontri e bizze dei soliti noti, se nascono dentro queste sconfitte preventive. E che si traducono poi in narrazioni sconfessate dalle azioni o dall’emergere di personaggi di ambito bancario e finanziario come il bocconiano Barca che di sinistra effettiva ha solo il padre. Dunque rimarremo senza opposizione che non sia quella ondivaga, pervicace, ma informe del M5S i cui esiti paiono sconosciuti agli stessi fondatori e che tuttavia esprime anche contenuti come il salario di cittadinanza, che la Sinistra «di governo» non osa, nonostante tutti i Paesi europei lo abbiano. Ecco, magari nei cantieri bisognerebbe osare un po’: perché al governo vero ci si arriva solo se si ha anche il coraggio di testimoniare una speranza.

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