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La Palestina vista da una pacifista israeliana

Nurit Peled El Hanan *
www.AssoPacePalestina.org Traduzione dall’inglese di Diletta Pinochi e Luisa Morgantini

Vorrei dedicare queste parole al nostro beneamato Stephan Hessel, che ho conosciuto a Parigi tramite i miei figli Elik e Guy, che lo ammiravano profondamente e da cui hanno sempre tratto grande ispirazione per la loro lotta contro l’occupazione della Palestina.

Dedico queste parole anche alla memoria di un ragazzo dell’età dei miei figli, il martire Mo’ayad Nazeeh Ghazawna (35 anni), deceduto ieri all’ospedale di Ramallah a causa delle ferite riportate 3 settimane fa dopo essere stato colpito da una bomboletta di gas lacrimogeno lanciata dalle forze di occupazione israeliane.

E dedico queste parole anche a tutti i figli di madri palestinesi che vengono uccisi, mutilati e torturati nello stesso momento in cui sto parlando, che vengono rapiti dai loro letti nel cuore della notte e gettati in celle di isolamento, strappati ai loro genitori e alle loro famiglie, interrogati nelle condizioni più crudeli, traumatizzati a vita, soltanto per aver lanciato delle pietre, aver attraversato una strada riservata agli ebrei, o essere entrati nel loro villaggio, al ritorno da scuola, passando per un buco nella barriera di “sicurezza”.

Questi ragazzi e i loro genitori non hanno il diritto di essere uditi da nessuna corte e da nessun tribunale al mondo. La loro testimonianza non ha alcuna validità nel sistema giudiziario occidentale e la loro sentenza è già formulata: sono criminali, per il semplice fatto di essere Palestinesi. E questo basta per far sentire i loro oppressori in diritto di trattarli come esseri a cui “sono negati con forza ogni status sociale o giuridico, e le cui vite possono essere distrutte impunemente”.

Questi ragazzi e i loro genitori, che protestano ogni venerdì contro il muro di apartheid e gli insediamenti a Nabi Saleh, Qaddum, Masaara, Nilin, Bilin e Bet Umar (solo per nominare alcuni villaggi), le cui case vengono demolite con scuse derivanti da quello che il sociologo Stanely Cohen definiva il “kitsch sionista”, sono riusciti ad avere, forse per la primissima volta, un’udienza al Tribunale Russel sulla Palestina.

I Palestinesi non sono autorizzati a lasciare le loro case nemmeno per recarsi al villaggio più vicino e visitare i loro parenti, tantomeno per venire a Bruxelles. Ma noi, che invece abbiamo questo privilegio, dobbiamo essere i loro messaggeri. Non possiamo permetterci, come ripeteva Stephan, di dirci esasperati, perchè l’esasperazione è la negazione della speranza, mentre noi, che possiamo parlare e abbiamo il privilegio di essere ascoltati, dobbiamo dare speranza a coloro che non ne hanno.

I sopravvissuti ad Auschwitz spesso dicono che una delle cose più esasperanti fosse la consapevolezza del fatto che nessuno sapeva delle loro sofferenze e vedeva il loro strazio.

Il mondo non si è mai interessato alla sofferenza umana, specialmente quando si trova nel cortile sotto casa, e questa sofferenza viene sempre classificata come una questione “politica”.

Quasi nessuno oggi studia o insegna cosa sia la sofferenza palestinese. Per questo motivo, il fatto di sapere che esiste un’istituzione professionale, rispettabile e influente, che è consapevole della tragedia dei Palestinesi e che combatte per le loro vite, la loro dignità e la loro libertà rappresenta uno stimolo per tutti coloro che resistono alla malvagità israeliana (sia Palestinesi che Israeliani), un incentivo per continuare a lottare e a vivere. Questo è uno dei principali obiettivi del tribunale Russel. L’altro è quello di raccogliere sufficienti prove per incriminare Israele e i suoi complici occidentali in termini che non possono essere ignorati.

Israele è riuscita a spacciarsi per una democrazia; in realtà, come ha dichiarato il Tribunale, si tratta di uno Stato di apartheid, che priva dei beni di base come l’acqua in estate metà della sua popolazione dominata. Giorgio Agamben ha affermato di recente che “lo Stato di Israele è un buon esempio di come il prolungamento di uno stato di eccezione porti al collasso di tutte le istituzioni democratiche. Questo è ciò che è accaduto nella repubblica di Weimar”.

Israele ha raggiunto un livello di malvagità inimmaginabile. E molte persone in tutto il mondo fanno fatica a credere che sia così.

Chi avrebbe immaginato che dei criminali ebrei, con stivali neri ed elmetti, armati di fucili e manganelli, potessero sguinzagliare i loro cani contro bambini e anziani, o lasciar morire di sete nel deserto i richiedenti asilo, o i prigionieri che praticano lo sciopero della fame, punendo loro e le loro famiglie con l’isolamento? Chi si sarebbe mai immaginato che dei medici ebrei che trasportano un uomo ferito in ospedale potessero lasciarlo morire di sete in una strada deserta?

Chi avrebbe mai immaginato che i soldati israeliani potessero rompere il collo a una ragazzina con il velo rosa per aver protestato contro l’oppressione?

E chi avrebbe mai immaginato che l’educazione delle ragazze ebree potesse consistere nel percuotere e molestare donne e bambini, o che una soldatessa israeliana ricevesse un riconoscimento per aver ucciso un ragazzo palestinese andato a ritirare la sua torta di compleanno?

L’unica conclusione possibile è che la malvagità israeliana non abbia niente a che fare con l’ebraismo e che quello che si manifesta nel comportamento israeliano non sia l’essenza dell’ebraicità, ma un puro razzismo coloniale, nazionalista e sciovinista, che va trattato come tale.

Stepahne Hessel è stato chiarissimo a tal riguardo, e per questo motivo un altro compagno militante, Michel Warschaeski, l’ha descritto così: “Stepahne Hessel non è stato solo la coscienza del XX. secolo, ma la coscienza ebraica in tutto ciò che essa ha di migliore”.

Il Tribunale Russel ha dimostrato, e auspico che continui a dimostrare, la convinzione di Stephane secondo cui l’atteggiamento peggiore di fronte all’ingiustizia è quello dell’indifferenza. O del diniego. Davanti al male, le uniche risposte possibili sono l’indignazione e l’impegno. E per questo motivo voglio ringaziare di cuore tutti voi che vi adoperate in questo lavoro.

È molto importante per noi, laggiù, sapere che ci sono persone in tante parti del mondo che saranno con noi finchè il muro non verrà abbattuto e finché la giustizia non prevarrà.

*ebrea israeliana, Premio Sacharov del Parlamento Europeo intervento alla sessione conclusiva del Tribunale Russell sulla Palestina

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