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La tortura al tempo di Obama

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Il think tank americano Constitution Project ha presentato ufficialmente martedì i risultati di un’importante indagine condotta per oltre due anni da un’apposita “task force” sulle condizioni di detenzione e i metodi utilizzati durante gli interrogatori dalle autorità degli Stati Uniti nell’ambito della ultra-decennale “guerra al terrore”. Il materiale così portato a conoscenza del pubblico indica la massiccia presenza di prove che giustificherebbero ampiamente l’apertura di processi per crimini di guerra contro i massimi vertici delle ultime tre amministrazioni – Clinton, Bush jr. e Obama – che si sono succedute alla guida del paese.

Lo studio indipendente di 577 pagine è basato su documenti di dominio pubblico e su centinaia di interviste con ex detenuti accusati di terrorismo, ex militari e membri dell’intelligence, ma anche politici americani e di altri paesi. Il gruppo di lavoro – presieduto da due ex parlamentari, il repubblicano Asa Hutchinson e il democratico James R. Jones – non ha però avuto accesso a documenti classificati, né ha avuto la facoltà di ordinare testimonianze di personalità coinvolte in arresti o interrogatori arbitrari.

La sola introduzione del rapporto è sufficiente a rendere l’idea della gravità dei fatti presi in considerazione e del punto fino a cui la classe politica americana si è spinta in questi anni, giustificando pratiche criminali con la necessità di garantire la sicurezza dei cittadini. Gli autori dello studio scrivono infatti che “gli eventi esaminati non hanno precedenti nella storia degli Stati Uniti.

Nel corso dei numerosi conflitti nella storia del paese non ci sono dubbi che alcuni americani abbiano commesso atti brutali nei confronti di prigionieri, così come lo hanno fatto gli eserciti e i governi. Ci sono però prove che mai abbia avuto luogo una meticolosa e dettagliata discussione – che coinvolge direttamente un presidente e i suoi principali consiglieri – sull’opportunità e la legalità di atti volti ad infliggere dolore su alcuni detenuti sotto la nostra custodia come dopo l’11 settembre”.

Le varie sezioni dell’indagine appena pubblicata offrono la possibilità di analizzare le pratiche illegali messe in atto in Iraq, in Afghanistan, nel lager di Guantánamo, così come nei cosiddetti “buchi neri”, vale a dire le prigioni clandestine operate dalla CIA in paesi stranieri e dove sono stati condotti interrogatori “estremi” su persone sottoposte a “rendition”. Ancora, gli undici membri della “task force” hanno studiato il ruolo avuto dai medici nel corso delle torture e la presunta efficacia di questi metodi per ottenere informazioni dai detenuti, affermando di non aver riscontrato prove circa la loro utilità nello sventare ulteriori trame terroristiche.

Rompendo qualsiasi incertezza sulla natura degli interrogatori operati dalla CIA, il rapporto sostiene che il governo americano si è “indiscutibilmente” reso responsabile di atti di tortura, con l’approvazione ottenuta “dai più alti vertici della nazione”. Al contrario di quanto stabilito dai pareri legali degli esperti dell’amministrazione Bush dopo l’11 settembre, dunque, la pratica del “waterboarding” o annegamento simulato, la privazione del sonno, l’esposizione continua a musica ad altissimo volume, la permanenza forzata in posizioni estremamente scomode ed altro ancora rappresentano senza dubbio pratiche di tortura secondo il diritto internazionale.

Ancora meno dubbi ci sono poi sugli episodi che hanno evidenziato brutali percosse, in alcuni casi tali da portare alla morte dei sospettati sotto custodia, come accadde nel dicembre del 2002 ad un detenuto 22enne identificato col solo nome di Dilawar, picchiato selvaggiamente presso la base di Bagram, in Afghanistan, nonostante non avesse commesso alcun crimine.

I sospettati sottoposti a simili trattamenti, inoltre, sono stati spesso vittime di “extraordinary renditions”, iniziate già sul finire degli anni Novanta durante la presidenza Clinton. L’allora presidente democratico approvava personalmente ogni singola “rendition”, una pratica a cui avrebbe poi fatto massiccio ricorso il suo successore all’indomani degli attacchi contro il World Trade Center e il Pentagono.

Oltre a fornire un resoconto dettagliato dei trattamenti riservati ai detenuti nelle mani dell’apparato della sicurezza americano, la commissione istituita dal Constitution Project fa notare come gli Stati Uniti siano firmatari della Convenzione delle Nazioni Unite Contro la Tortura, il cui dettato impone oltretutto una tempestiva indagine in caso di accuse di torture, nonché adeguati risarcimenti per le vittime.

“Nonostante la situazione del tutto straordinaria” venutasi a creare dopo l’11 settembre, si legge ancora nel rapporto, “l’amministrazione Obama si è rifiutata di intraprendere o commissionare un’indagine speciale su quello che è successo, perché giudicata “improduttiva” e perché ha ritenuto più opportuno ‘guardare avanti’ piuttosto che rispolverare il passato”.

Obama, infatti, fin dal 2009, si è opposto a qualsiasi ipotesi di perseguire i responsabili degli abusi all’interno dell’amministrazione Bush, così come di lanciare una speciale commissione sulle torture e le “renditions” come veniva chiesto da più parti nella società civile e tra i suoi stessi colleghi democratici.

Il motivo di questo rifiuto è dovuto all’adozione da parte della sua stessa amministrazione di molti dei metodi illegali nella “guerra al terrore” usati in precedenza. Obama, anzi, si è spinto ben oltre gli eccessi del presidente repubblicano, giungendo ad esempio ad affermare l’autorità del potere esecutivo di ordinare unilateralmente l’assassinio di qualsiasi persona sospettata di terrorismo ovunque nel mondo – cittadini USA compresi – senza presentare prove di colpevolezza e senza passare attraverso un qualsiasi procedimento giudiziario.

Se le prove dei crimini commessi da tutti i vertici delle ultime amministrazioni americane emergono chiaramente dall’indagine appena pubblicata, i loro autori hanno rilasciato commenti piuttosto cauti e hanno evitato di fare raccomandazioni esplicite. L’ex numero uno della DEA (Drug Enforcement Administration) e già sottosegretario al Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, Asa Hutchinson, ha inoltre sostenuto che, “nonostante tutti fossero coinvolti nelle decisioni, a partire dal presidente Bush, essi hanno agito in buona fede, nel disperato tentativo di evitare nuovi attacchi”.

Oltre a questa colossale manipolazione della realtà, l’ex deputato repubblicano dell’Arkansas ha poi aggiunto che gli Stati Uniti hanno “imparato dalla storia”, occultando deliberatamente la continua erosione dei diritti democratici avvenuta durante l’amministrazione Obama.

Il contenuto dello studio promosso dal Constitution Project, secondo gli stessi autori, dovrebbe infine essere supportato dalla diffusione pubblica di un altro rapporto ben più dettagliato di circa seimila pagine sugli abusi della CIA. Quest’ultimo è stato condotto dalla Commissione per i Servizi Segreti del Senato grazie all’analisi di una miriade di documenti classificati dell’agenzia di Langley, ma continua a rimanere segreto impedendo alla popolazione americana di conoscere interamente la gravità dei crimini commessi in questi anni in nome della cosiddetta guerra al terrorismo internazionale.

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