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Le scommesse dei laici

Remo Bodei
la Repubblica | 20.04.2013

Tendiamo spesso a dimenticare che siamo ospiti della vita. Nasciamo senza volerlo e saperlo in un determinato tempo e luogo e, senza volerlo e saperlo, il corpo che abbiamo ricevuto in eredità dispiega spontaneamente i suoi mirabili processi. Su questi automatismi le religioni fondano la convinzione che la vita appartenga a Dio e non a noi. Il fatto che dipendiamo da potenze inconsce o più grandi di noi che operano senza il nostro consenso e che segnano in parte il nostro destino non significa, tuttavia, che dobbiamo consegnarci loro passivamente. Al contrario, tutta l’evoluzione della nostra specie rappresenta lo sforzo di emanciparci dal loro diretto dominio, di interrompere l’immediatezza dell’istinto, di educare e mettere argini alle passioni attraverso il consolidamento della volontà, di incrementare le conoscenze grazie all’esperienza e alla riflessione, di apprendere a risalire il corso del tempo a ritroso per mezzo della memoria.

Nel venire al mondo, ognuno costituisce una novità inimitabile, inizia una nuova storia al cui centro inevitabilmente si pone. Si trova però dinanzi a una realtà già fatta e trasformata da miliardi di uomini, a un ordine complesso e cangiante, naturale e sociale, il cui senso complessivo gli sfugge, perché composto da una miriade di dati, istituzioni, poteri, saperi, regole e tradizioni. Lo aiutano a orientarsi l’esperienza e la saggezza di culture distillate attraverso generazioni, la speranza religiosa o la razionalità. Ma quali sono i criteri più affidabili per condurre la nostra vita? Siamo liberi di scegliere con cognizione di causa? Esiste una voce interiore che ci ingiunge di non accontentarci di quello che siamo e ci sprona a imprimere una svolta alla nostra vita?

Possiamo essere certi delle nostre convinzioni?

Ci sono cose — una è la fede, un’altra è l’amore — che non si possono dimostrare e che rendono in parte sterile la querelle del rapporto tra fede ragione. Ciascuna obbedisce, infatti, a esigenze divergenti ed eterogenee: la prima offre la promessa di un senso finale all’esistenza di ciascuno, la seconda accetta la propria quota di ignoranza e, pur conservando il senso del sacro, una vita finita dai limiti invalicabili (sa che siamo ospiti della vita, ma non sa se questa ospitalità si estenderà a una vita eterna in un albergo ultraterreno. Come diceva Vittorio Gassmann, le basterebbero due vite: una di prova, e una da svolgere).

Il filosofo americano William James sosteneva che non possiamo trasformare la complessità della vita e dell’esperienza in idee astratte, in pensiero puro, perché «siamo come pesci che nuotano nel mare del senso», incapaci di respirare l’eccessiva quantità di ossigeno dell’aria. Il desiderio di eliminare senza residui l’opacità del vivere e il sistema di fedi e di credenze che regge la maggior parte della nostra esistenza, ci sarebbe fatale. Ma non tutte le fedi sono uguali, non tutte sono ugualmente plausibili, non tutte pretendono di possedere il monopolio della verità e della salvezza.

Questo non impedisce, sul piano personale e su quello politico, un incontro fruttuoso tra prospettive diverse, in vista di un arricchimento della stessa democrazia. Alcune domande i laici dovrebbero però rivolgersi: l’attuale forza di attrazione delle chiese non deriva in parte anche dalla debolezza delle alternative di ampio respiro che il pensiero politico ed etico aconfessionale riesce a formulare dopo la caduta degli ambiziosi progetti moderni di creazione di società nuove che avrebbero dovuto necessariamente sorgere in un indeterminato futuro?

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