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Medio Oriente: non ci sono più le stagioni di una volta

Gian Paolo Calchi Novati
www.megachip.info

A due anni circa dall’esplosione della protesta, le “primavere arabe” sono un’opera in progresso. Sarebbe azzardato, così, parlare di rivoluzioni compiute o, all’opposto, di rivoluzioni tradite. Quanto più l’“innamoramento” lascia il posto alle realizzazioni concrete tanto più si manifestano le asperità della transizione e le inevitabili differenze nei vati paesi. Per molti aspetti si è trattato comunque di una svolta irreversibile.

I rapporti di forza nei vari livelli della sovranità e della geopolitica non sono e non saranno più quelli ante-2011 anche là dove le vecchie forme di potere resistono a una contestazione che appartiene più o meno allo stesso fenomeno che ha sconvolto il Nord Africa. In Siria non si tratta nemmeno di una “primavera”, per la violenza che ha assunto quasi subito lo scontro, degenerato in una vera e propria guerra civile con annessi orrori.

Accanto al “secolo breve” in cui Eric Hobsbawm racchiude la storia del Novecento, , dal 1917 al 1989-1991, scegliendo come estremi la rivoluzione russa e il collasso del blocco socialista, si può identificare un “secolo lungo” che inizia nella seconda metà dell’Ottocento, attraversa tutto il Novecento e prosegue nel Duemila. Se nel secolo breve troneggia in tutti i sensi il Vecchio continente, il secolo lungo si articola, terminato il travaso dell’Europa in quasi tutto il mondo, nella reazione dei popoli colonizzati (ora più generalmente del Sud) per conquistare una vera emancipazione e una parità di opportunità a livello mondiale. È un processo tutt’altro che chiuso. L’asse Nord-Sud ha messo in relazione o in conflitto l’Occidente con il resto del mondo dando forma all’antinomia Centro-Periferia. L’Europa si è incontrata con la non-Europa, divenuta l’anti-Europa nella lotta di liberazione. Le “primavere arabe” possono essere considerate una seconda decolonizzazione e insieme una contro-decolonizzazione perché in campo non ci sono solo i principi del 1789 o del 1848, come in un soprassalto di eurocentrismo si è anche pensato, bensì ondate profonde che mettono in discussione i regimi e qualche volta persino gli Stati in quanto prolungamento di un’alienazione eterodiretta.

Con gli avvenimenti del 2011, le società del Nord Africa arabo hanno cercato di fare i conti da una parte con l’evoluzione demografica, che comporta una preponderanza di giovani in cerca di più istruzione e più lavoro, e dall’altra con le ambizioni dei ceti emergenti del sapere, delle professioni e dell’economia. Non una lotta sociale ma una rivendicazione che toccava il cuore stesso del potere chiedendo il ripristino dei diritti nel senso della libertà e della partecipazione. Il segnale venne dalla Tunisia e di lì a poco seguì l’Egitto. I regimi di Ben Ali e Mubarak non erano sostenuti dall’Occidente benché autoritari: l’autoritarismo era funzionale ai compiti a cui essi erano destinati. Una qualche corresponsabilità delle potenze occidentali era dunque inevitabile. Dopo le esitazioni iniziali, l’esercito ebbe “luce verde”, sicuramente da Washington e forse anche da Parigi nel caso tunisino, e si dissociò dai despoti in carica. Né in Tunisia né in Egitto c’erano programmi precostituiti che potessero tradurre l’esplosione in un progetto preciso. Non c’era una classe che prevalesse sulle altre se non per l’ovvia preponderanza della città sul mondo rurale. Le formazioni islamiste non erano un’avanguardia nei primi giorni ma si unirono in tempo alle manifestazi0oni e si affermarono nelle elezioni quando si passò a contare le forze rispettive. Le spiegazioni di tipo “orientalista” riservate al mondo arabo-islamico (la religione, la tradizione) non aiutano a far pienamente luce sui fattori reali che hanno determinato la caduta dei regimi.

I risultati delle elezioni sono dispiaciuti a chi, troppo semplicisticamente, aveva letto le rivolte come una “voglia” di Occidente. L’islam, per quello che può valere una categoria così generica che non tiene conto delle diversità politiche e sociali e delle vicende storiche fra Stato e Stato, è emerso come il valore vincente. La Fratellanza musulmana, un’organizzazione fondata da Hasan al-Banna nel lontano 1928 e perseguitata variamente da tutti i regimi, non vuole perdere la grande occasione. I governi arrivati al potere dopo il 2011 non danno l’impressione tuttavia di possedere ricette in grado di accontentare tutte, e tutte insieme, le aspettative generali in tema di diritti, crescita e giustizia. Nessuno può dire a quali prezzi sia riformabile il capitalismo dipendente in Periferia. L’ideologia che trae ispirazione dal Corano e dalla sharia sta facendo i conti con la realtà e con la strenua resistenza degli esponenti di un mondo laico-liberale che, sia pure minoranza appena si esce dalle grandi città, ha importanza e visibilità sia in Tunisia che in Egitto. Per di più, come si vede bene in Egitto, con la rottura dell’ordine precedente ha preso piede una specie di “cultura della protesta”, come la chiama Olivier Roy, che diffonde un ribellismo endemico. Fino a quando in Egitto l’esercito è disposto a rispettare il patto di non-belligeranza stipulato con il presidente Mursi in cambio dell’impegno a garantire i privilegi dei militari nell’economia? In Tunisia la concorrenza fra islamismo e laicismo è sfociata nella tragedia con l’assassinio di un esponente di spicco della borghesia “illuminata”, attribuito apparentemente senza prove a Ennahda, la Fratellanza musulmana nella versione tunisina.

Per molti motivi la rivolta in Libia (anche a prescindere dalle intrusioni esterne che hanno portato ai bombardamenti della Nato) non poteva avere la stessa evoluzione degli altri paesi del Nord Africa. Per cominciare, in Libia non c’è un luogo fisico e simbolico che valga la Piazza Tahrir del Cairo. Comunque, gli atti insurrezionali partirono dalla provincia, a Derna e Bengasi, anziché dalla capitale e come tali fu facile scambiarli – più che per un movimento “nazionale” – per la solita irrequietezza semi-autonomistica della Cirenaica. Le proporzioni assunte dalla crisi, se paragonate alla fuoriuscita più morbida dall’autoritarismo in Tunisia ed Egitto, si devono – prima ancora che alla brutalità del regime fondato da Muammar Gheddafi dopo il colpo di Stato degli “ufficiali liberi” del 1° settembre 1969 – alle condizioni intrinseche della Libia. Lo Stato non aveva la stessa solidità della Tunisia e dell’Egitto. Neppure l’esercito aveva in Libia una dimensione veramente unitaria ed era di fatto diviso per clan e origine regionale. Dalla sua, il regime aveva solo i vantaggi avvelenati di un’economia di rendita, con una leadership che prende tutto e distribuisce quanto basta (finché basta). A differenza di Ben Ali e Mubarak, che non potevano alla lunga resistere alle pressioni della potenza di riferimento, con Gheddafi si dimostrò che il governo italiano non disponeva dell’ascendente sufficiente a farlo desistere in tempo da una repressione inutilmente cruenta. A Gheddafi, del resto, non è mai stata condonata la pretesa di contendere alle grandi potenze la facoltà di stabilire esse sole il livello di violenza che è lecito mettere nelle relazioni internazionali e anche chi l’aveva corteggiato per assicurarsi il petrolio non vedeva l’ora di disfarsi di un personaggio così impervio.

Le facce nuove al potere per esempio in Tunisia e Egitto possono far pensare a una maggiore incertezza rispetto ai tempi dei Ben Ali e dei Mubarak ma ormai si sa che i presidenti e relativi apparati di potere a cui gli occidentali avevano affidato il presidio di un sistema di reciproca convenienza albergavano in sé altrettanti vulcani. È così che è stata messa duramente alla prova la tenuta di una stabilità che era nel caso migliore un immobilismo al servizio di una inferiorità difficile da sopportare. Intanto, smentendo quanto vaticinato da chi si compiaceva che nelle strade non venissero bruciate bandiere con la Stella di Davide la Palestina è ritornata al centro della scena: se ne è accorto anche Obama, che ha smesso di girarci intorno (il Cairo, Turchia) e nel marzo scorso è andato per la prima volta di persona in Israele e Palestina per ispezionare, deplorare, raccomandare e minacciare (l’Iran). I fondamentali di questa specie di guerra dei cent’anni mediorientale sono sempre gli stessi eppure negli ultimi passaggi anche la gestione della questione israelo-palestinese, compreso il modo con cui è stata affrontata l’ennesima crisi a Gaza, ha risentito dei venti che spirano nel Medio Oriente.

La ricerca di soluzioni che normalizzino il “movimento” riguarda anzitutto l’assestamento negli Stati che hanno conosciuto un “cambio di regime”. Pressoché ovunque gli istituti sono provvisori e si stanno affinando le regole di una politica che dovrebbe ispirarsi al pluralismo mettendo al bando il regime autocratico. Era inevitabile che trascorso un primo momento di concordia nazionale si aprisse una competizione. Le “primavere” sono esplose appunto perché le società erano divise e inquiete. E le elezioni sono fatte apposta per misurare i rapporti di forza, ma anche di numero, dei contendenti. In teoria c’è più libertà e ci dovrebbero essere valori condivisi. Ma il dubbio che l’influenza dell’islam sulle Costituzioni e sulle leggi possa incrinare diritti costituiti (la donna, le minoranze) moltiplica le occasioni di contestazione, ripudio e, appunto, ritorno in piazza di chi è scontento o non si fida dei nuovi governanti.

La contrapposizione sui temi confessionali ha occupato a torto o a ragione la scena oscurando i temi della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza. Le identità hanno uno spicco del tutto speciale in una congiuntura in cui lo Stato deve armonizzarsi meglio con la società. Sulla base di situazioni comparabili, se non identiche, non è escluso però che sui tempi medio-lunghi le riforme e gli allineamenti riguarderanno di più i rapporti di produzione, la distribuzione delle ricchezze e gli accessi ai beni materiali e immateriali. Comunque, in pieno revival islamico, la costruzione della modernità (avvenga essa dall’alto o dal basso) non può non contemplare una qualche rilevanza della religione nella sfera pubblica rendendo poco compatibile la riproposizione del modello occidentalista. Anche la formula meno controversa – Chiesa libera in Stato libero – non è facilmente applicabile in società in cui abbiano l’egemonia o la maggioranza credi religiosi privi di una vera e propria Chiesa. Per motivi diversi, alla separatezza fra Politica ed Etica fa da impedimento il carattere onnicomprensivo della precettistica musulmana, che infatti Tariq Ramadan vorrebbe fosse precisata una volta per tutte senza discriminazioni.

L’Egitto è per definizione il trait-d’union fra Nord Africa e Machreq (l’Oriente della nazione araba). L’impotenza davanti all’operazione Piombo fuso di fine 2008 fu il colpo di grazia per il residuo credito di Hosni Mubarak e quando è scoppiata la guerra a Gaza alla fine del 2012 Mohammed Mursi sapeva di essere obbligato a comportarsi da protagonista. Sia Israele che Hamas hanno messo alla prova il nuovo Egitto. Se Hamas ha scelto l’attacco è perché sapeva di avere le spalle coperte dall’Egitto, mentre l’offensiva di Netanyahu voleva saggiare fin dove si sarebbe spinto il governo della Fratellanza musulmana. Gli Stati Uniti hanno avallato la mediazione dell’Egitto convocando al Cairo gli inviati di Netanyahu e i dirigenti di Hamas per una trattativa che è stata indiretta solo per salvare le forme e i pregiudizi degli uni e degli altri (replicando il precedente per la liberazione del soldato Gilad Shalit). Questa legittimazione a livello internazionale potrebbe aver mal consigliato Mursi spingendolo a una surenchère con gli oppositori che minaccia quel poco o tanto di democrazia che Tahrir Square ha contribuito a mettere in circolo. Alla Fratellanza musulmana non basta aver vinto le elezioni in Egitto e in Tunisia lasciando pochi voti alla componente non islamica o anti-islamica. Nei rapporti per il potere le forze rispettive si pesano e non si contano. Lo si è visto nelle contestazioni contro Mursi ma anche nell’immensa manifestazione a Tunisi dopo la morte violenta del capo di un partito che alle elezioni aveva preso l’uno per cento dei voti.

A complicare il quadro generale, l’evoluzione nel mondo arabo risente di un rimaneggiamento degli equilibri a livello regionale (anche lasciando da parte le grandi potenze: come si sa, la Francia, quasi senza differenze fra Sarkozy e Hollande, è la più bellicosa). L’asse sunnita Egitto-Turchia-Qatar detta legge isolando Teheran, l’arcinemico sia dell’Arabia Saudita che di Israele. L’Arabia Saudita è alla vigilia di una complicata successione dinastica e preferisce tenersi sullo sfondo. In compenso, il piccolo Qatar si è sovraesposto e, dopo aver sperimentato in molti scacchieri l’arte della diplomazia, in Libia e poi in Siria non si è accontentato del soft power e ha sfoggiato un hard power con gli artigli e aiuti finalizzati non alla conciliazione ma alla guerra. Persino “Al Jazeera” è stata usata come una clava. Non avendo nessun motivo per confondersi con l’asse sciita Iran-Siria-Hezbollah se non per la comune militanza, Hamas, nata da una costola della Fratellanza musulmana, ha già effettuato l’opportuna riconversione lasciando il “santuario” di Damasco per Doha e il Cairo e ridimensionando la funzione dell’Iran se non forse per la fornitura di armi e qualche forma di addestramento militare dell’esercito di Assad, più che mai sotto assedio. La variabile che darà una scossa ulteriore a tutta l’area è l’eventuale (e probabile) fine del regime di Bashar al-Assad. Risolutiva a questo fine potrebbe essere un’intesa fra Turchia e Russia, interessate a creare un sistema di sicurezza in Eurasia tenendo fuori i più collaudati attori occidentali, ormai in declino.

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