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Andreotti: un “modello” di cattolico in politica di M.Vigli

Marcello Vigli
Adista Notizie n. 18/2013

Tra i politici e “politologi” di diverso orientamento che hanno commentato la figura di Giulio Andreotti, il suo modo di “fare politica”, le conseguenze di questo nella vita della cosiddetta Prima Repubblica, qualcuno ha sottolineato il cinico pragmatismo a cui Andreotti ha ispirato la sua azione politica, le alleanze con personaggi “chiacchierati” dall’opinione pubblica o condannati dalla magistratura, i rapporti con mafiosi, bancarottieri, procacciatori di voti, magistrati collusi, funzionari di servizi deviati; altri hanno parlato dei suoi ottimi rapporti con colleghi di governo, uomini di Stato stranieri, compagni di partito, semplici elettori. Fu il “divo Giulio” dei suoi estimatori o il Belzebù di Bettino Craxi, suo grande emulo e alleato?

Moro nel suo “memoriale” scrisse che ad Andreotti mancò il fervore umano, «quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità come fanno senza riserve i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo». Un dato che sembra però in contrasto con la commossa partecipazione al suo funerale di tanta gente umile. Difficile districarsi in queste immagini, in apparente contraddizione fra loro.

È, invece, facile convenire sulla valutazione espressa su di lui dal card. Silvestrini in una intervista a La Stampa (6/5/2012): fu «un eccellente esponente del cattolicesimo politico italiano. Un vero servitore dello Stato e un fedele figlio della Chiesa». Lo stesso cardinale considera suo il nuovo Concordato del 1984 e con esso la legittimazione del processo di progressiva integrazione fra struttura ecclesiastica e Pubblica amministrazione. Di fatto i soggetti del Patto non sono più Santa Sede e Repubblica italiana, ma Conferenza episcopale e Governo in carica.

In verità, ben più profonda è stata l’influenza di Andreotti e dell’andreottismo nella vita politica italiana nel suo essere oggi impreparata, in assenza di una un’etica pubblica condivisa, ad affrontare la gravissima crisi che stiamo attraversando.

C’è infatti un solo criterio per risolvere la contraddizione di cui sopra: Andreotti è stato sempre se stesso, perché ha subordinato il rispetto delle leggi e l’obbedienza alle norme morali al raggiungimento dello scopo di costruire una Repubblica in cui Stato e Chiesa sono impegnati a collaborare per «la promozione dell’uomo e per il bene del Paese», come recita l’art. 1 del Nuovo Concordato. Una Repubblica in cui è costituzionalmente riconosciuta un’autorità che si ritiene depositaria della Verità e quindi del Bene, in grado perciò di legittimare ogni scelta, anche illecita, purché finalizzata a raggiungere l’obiettivo funzionale al trionfo del Bene.

Gli esponenti del cattolicesimo politico italiano subalterni a questa autorità e in costante rapporto con essa hanno avuto ampio mandato a vivere il loro impegno politico all’insegna di questa “morale cattolica” che li pone al di sopra degli altri cittadini vincolati al rispetto della legalità. Anche nella pratica della solidarietà sono diversi: per loro è fondata sulla “carità” non sul reciproco riconoscimento di essere soggetti di pari dignità e diritti, cioè dell’uguaglianza, incompatibile con la pretesa di essere gli “unti” del Signore.

Nel rifiuto di tale specificità è da ricercarsi la radicale diversità fra Andreotti e andreottiani e tanti altri cattolici impegnati nella vita politica come cittadini prima che come cattolici. Sia molti di quelli che dicono di ispirarsi ai principi della dottrina sociale della Chiesa, democristiani ieri e oggi cattolici democratici, sia quelli che fondano la loro azione su altre analisi e proposte culturali e politiche. Per loro il criterio dell’agire restano la legge e l’etica fondata sui valori sanciti nella Costituzione.

Ma per la gerarchia ecclesiastica è stato Andreotti il modello dei cattolici impegnati in politica. Non a caso è l’unico che ha attraversato indenne i lunghi anni della prima Repubblica. Il paradosso è che proprio la sua prassi ispirata alla conservazione del potere ad ogni costo è la prima responsabile di quella crisi morale che devasta la società italiana e inquina le sue istituzioni.

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