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Articolo neutro di G.Codrignani

Giancarla Codrignani
www.womenews.net

Chiamo neutro uno scritto in cui anche una donna fa la sua analisi della realtà in cui vive, anche se con con le proprie categorie.

Quadro generale di contesto: la Ferrari assume 350 lavoratori e pochi mesi fa ha distribuito 4.000 euro agli operai come extra; a Dacca, in Bangladesh strage di oltre 1.200 lavoratori nel crollo di una fabbrica costruita criminalmente in un megaedificio criminalmente innalzato. La forbice tra ricchi e poveri si è allargata spaventosamente a tutti i livelli. Intanto, mentre i nonni avevano insegnato a temere i debiti (“mai il passo più lungo della gamba”), abbiamo imparato che il debito si chiama mutuo e lo abbiamo messo tra i diritti. Se, però, lo stato si comporta allo stesso modo, allora ci arrabbiamo, anche se si tratta di iniziative implicitamente obbligate come le nostre. E’ la crisi? è la crisi. Idee per uscirne?

Da almeno un paio di decenni processi trasformativi si fanno sentire in tutta Europa, dove sono nati i diritti e si è formata l’Unione. Contestualmente, per farci maggior male, si contesta perfino la moneta. Mentre è la storia che, senza ricevere reazioni, da troppo tempo sta mandando segnali, anche attraverso cambiamenti impreviste: nessuno vent’anni fa aveva il computer, oggi i bimbi nascono già digitali; i paesi poveri, una volta globalizzati, hanno modi di vita, dalle università al mercato delle armi, sempre più simili ai nostri. Ma nessuno, da nessuna parte ha progetti, almeno di prospettive. E’ evidente che le “visioni” non si comperano al mercato.

L’Italia è in Europa l’anello debole, anche se sappiamo che non saremo buttati a mare: siamo la grande portaerei geostrategica per qualunque emergenza. Tuttavia i conti sono brutali e bisogna pagarli. Crescono la disoccupazione, il numero degli impoveriti, le tassazioni, il debito. Calano il Pil, la produttività, gli investimenti, i consumi, la disoccupazione. Non sappiamo che cosa accadrà dopo l’estate. Nonostante la dubbia coalizione di governo, la stabilità è affidata ai grandi ricattatori.

L’Imu non colpisce i patrimoni; i Comuni per l’assistenza ricorrono alla Caritas; le banche non fanno crediti; la Cassa integrazione va rinnovata senza sapere con quali finanziamenti. Intanto non possiamo uscire dal patto di stabilità, anche se la Bce fa supplenza oltre il possibile. Sullo sfondo le mafie prosperano e occupano le città. E la gente sbanda: non capisce le cose. E nessuno che sia dotato di responsabilità (governo, ma anche partiti, sindacati, comuni, enti vari) le spiega o le ha mai spiegate. In questo sembrano, anzi sono tutti uguali. Da troppi anni.

Ovvio, dunque, che la politica sia la grande accusata; in particolare – in tutta Europa – la sinistra.

La “grande crisi” è arrivata gradatamente, step by step e, anche se il potere, avocato a sé da poteri forti, finanza e banche, non è più nelle mani dei governi nazionali, la politica si doveva attrezzare. Il Pd non ha saputo prevenire i guai pur manifesti in una campagna elettorale che non c’è stata. Nessuna menzione dell’Europa, pur sapendo che non si va da nessuna parte senza. Polemiche Bersani/Renzi invece di accordo interno per sommare voti ritenuti evidentemente non necessari, confermando che anche a sinistra il “porcellum” andava bene. Abbiamo così contribuito a ridare spazio all’innominabile, inizialmente fuori gioco.

Anche la sconfitta è stata male introiettata: la richiesta d’aiuto in ginocchio a Grillo, lo streaming concesso “solo” a M5S; la caduta di Prodi messo in vetrina per la Presidenza della Repubblica (e nessuno ci dica che non era prevista e voluta) con immediato ricorso alla generosità di Napolitano. Il governo Letta? Le dimissioni di Bersani? Le pluricorrenti del Pd? Ovvietà deprimenti. Rese dei conti. Roba vecchia.

Personalmente io credo che nel 1992 non sia stato un processo come “Mani pulite” a produrre il cataclisma. Ma vi pare? un processo di corruzione in un paese che ha iniziato la storia repubblicana chiamando “forchettoni” i democristiani e che aveva sentito Craxi dire al Parlamento che “tutti rubavano per i propri partiti”? Non è per questo che sono caduti repentinamente DC, PSI, PSDI, PRI e PLI: semplicemente erano troppo vecchi. La sinistra, a sua volta, nel 1989 era pronta per diventare un partito davvero democratico, il PD. I ritardi – e i compromessi, che non sono stati le idee nuove – hanno fatto scivolare più lentamente la sinistra (un simbolo della fine: Bertinotti di una illusoria “rifondazione comunista” al matrimonio della Marini).

Adesso si deve non ricominciare, ma incominciare. Da zero. Gara dura perché non è facile tirare su partito e paese e insieme inventare proposte per il futuro. Ai vecchi tempi si opponevano ipotesi di lavoro ben diverse con Ingrao e Amendola. Oggi toccherà a Barca e Renzi? Intanto si sta muovendo la solita minoranza illuminata per fortuna anche di giovani che pensa di prendere la tessera, per aiutare nell’emergenza.

Comunque nessuno può permettersi la rassegnazione. O il disimpegno. O il “non voto”. Nessuno si tura mai il naso se cerca ragionevolmente di capire i dati di realtà. Si spera che qualche dirigente capisca che è suo dovere aiutare i più arrabbiati (perché più fragili) a capire. Se non ne è capace, lasci perdere, vada a studiare e ceda il posto a un giovane possibilmente non già rampante.

Nemmeno noi donne, con tutto il detto sopra, possiamo dire che non c’entriamo. Ma quelle che ci staranno, ci stiano una buona volta solo da donne, con idee e competenze di donne, da travasare nella società a beneficio di tutti. Con un patto. Non ci fideremo di nessuno che dice di amarci se non rispetta la nostra libertà. Nemmeno in politica ci lasceremo fare fuori.

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