Home Comunità Cristiane di Base Don Carlo Carlevaris: “Vi racconto la mia vita di sacerdote tra gli operai”

Don Carlo Carlevaris: “Vi racconto la mia vita di sacerdote tra gli operai”

Marta Margotti* e Giuseppina Vitale**
www.micromega.net

Don Carlo Carlevaris è un esponente di spicco dei preti operai italiani, uno dei primi sacerdoti ad abbracciare la scelta di fabbrica. Fu molto vicino al vescovo di Torino Michele Pellegrino, punto di riferimento per i preti operai della diocesi. Carlevaris fu ordinato sacerdote nel 1950, all’età di 24 anni; divenne viceparroco a Beinasco, alla periferia di Torino, ma nel 1953 entrò in contatto con don Esterino Bosco e si avvicinò all’esperienza dei cappellani del lavoro. Svolse il ministero come cappellano alla Michelin, alla Lancia ed alla Fiat Grandi Motori. Nel 1968, dopo aver tessuto rapporti con i preti operai francesi, ottenne il permesso da Pellegrino per andare a lavorare alla Lamet come operaio.

Don Carlo, come è cominciata la sua avventura da prete operaio?
Noi torinesi abbiamo avuto la fortuna di avere come vescovo mons. Pellegrino, con il quale avevo un rapporto particolare; io sono stato il primo in Piemonte e Pellegrino certamente mi ha sostenuto in questa esperienza. Era solito dirmi: “Passa un momento da me”; oppure telefonandomi: “Mi dici qualcosa su quell’articolo pubblicato su “La Stampa” di oggi?”: ecco questo per descrivere il tipo di rapporto.
Nell’ambiente più stretto dei preti sono sempre stato un “rompiscatole”. A me non è mai piaciuto cercare d’insegnare agli altri come prestare il loro servizio; la critica che spesso rivolgevo loro era di esser lontani dalla gente proprio per il modo di intendere il sacerdozio come separati dagli altri.
Ho 86 anni, ho passato la mia vita in fabbrica; prima di fare il prete operaio sono stato cappellano del lavoro. Ho fatto i miei studi in seminario al Cottolengo di Torino,
Nel 1951 ero viceparroco a Beinasco insieme ad un prete molto anziano; il parroco aveva più di ottant’anni ma era un uomo di grande intelligenza; nel 1953 ho conosciuto i cappellani del lavoro con Esterino Bosco.
Cominciai alla Michelin, alla Lancia ed alla Grandi Motori Fiat: in questi tre stabilimenti andavo all’ora di pranzo, mangiavo in mensa insieme agli operai.
Poco per volta, ho trovato dei dirigenti aziendali che hanno accettato che io avessi la porta aperta non solo per mangiare, ma per fare qualcos’altro.
La mia idea non era quella di attirare a me gli operai bensì coinvolgere il clero nell’azione sociale e politica di quegli anni.
Questo, di certo, ha dato fastidio a qualcuno dei preti anziani, anche se, in linea di massima ho sempre ottenuto il giusto rispetto; mi capitava spesso d’esser invitato a tenere delle conferenze circa la mia esperienza.
Una delle prime cose che di fatto è venuta fuori dall’ esperienza di fabbrica è stata la nascita della Gioc, della Gioventù operaia cristiana a Torino.

Quali erano i rapporti con le esperienze francesi? Quando sono cominciati i primi contatti e con chi?
I contatti cominciarono subito dopo che andai a lavorare, ma già quando ero cappellano del lavoro ero stato in Francia per qualche convegno. Quando entrai in fabbrica da operaio cominciai a prendere contatti con i preti operai francesi partecipando a tutte le loro riunioni annuali.
Io, essendo stato il più vecchio, o meglio uno dei primi preti operai, ero il riferimento per gli italiani, fui il primo a prendere contatti con i francesi.
Anche nell’intrecciare delle relazioni europee, un supporto valido fu per me il cardinal Pellegrino.

Come ha vissuto il passaggio da cappellano del lavoro a prete operaio?
I cappellani del lavoro nacquero a Torino prima del mio arrivo, durante la guerra, e dopo, con don Esterino Bosco, ebbero un forte sviluppo; ad un certo momento mi sono stancato di “vedere gli altri lavorare”; sono stato a Parigi quasi un mese in contatto diretto con i preti operai e mi sono detto che forse la situazione era matura anche in Italia.

Ha conosciuto Sirio Politi, uno dei primi preti operai, a Viareggio?
Sì, dopo che ho cominciato a lavorare. Mentre ero cappellano pensavo sempre all’esperienza dei preti operai quasi come se ritenessi la seconda esperienza un completamento della prima.
I preti operai francesi sono stati portati avanti da persone intelligenti che hanno saputo gestire la cosa senza scontrarsi direttamente con la gerarchia.

Quali erano i rapporti con i preti operai delle altre diocesi del Piemonte?
Diciamo che i primi preti operai partirono da Torino; prima di questa esperienza non esistevano casi simili in altre diocesi piemontesi. Il procedimento è stato inverso: le altre diocesi messe a conoscenza della mia esperienza mi contattavano per farmi parlare in giro e far venire fuori l’esperienza.

In quali altre diocesi hanno cominciato ad espandersi i primi PO?
Ad Alba, Alessandria, Ivrea; quando qualche sacerdote mi contattava per chiedermi delle informazioni, li invitavo a vivere con me per un periodo ed entrare in contatto con l’ambiente della fabbrica per cominciare a sperimentare l’esperienza.
Nel 1968 Pellegrino mi diede il permesso per andare a lavorare alla Lamet.
In Francia ho conosciuto mons. Ancel, il vescovo ausiliare di Lione, e sono stato nella parrocchia di Petit-Colombes, a Parigi.
Ovviamente sono entrato in fabbrica senza svelare la mia identità di prete; a volte sorridevo ad affermazioni del tipo: “Ma guarda che mascalzone quello là che va a dire in giro che tu sei un prete”; la mia identità è venuta fuori lentamente. Ero sempre in prima fila, avevo messo in piedi la commissione interna in una fabbrica dove non c’era, c’ero negli scioperi, nelle manifestazioni.

Pellegrino ha mai fatto degli incontri comuni con i preti operai?
Certo, quando cominciavamo ad essere un po’ di più o veniva lui da me, allora abitavo in Via Vittorio Amedeo a Torino, o andavamo noi da lui. Pellegrino era molto interessato a quest’esperienza.

C’era una sorta di curiosità ideologica da parte dei preti operai?
Gli atteggiamenti di approccio erano molto diversi. Ma l’aspetto predominante era quello di andare a condividere la vita della gente, perché questo era (ed è) il nostro modo di annunciare Gesù Cristo al mondo.
Negli anni Sessanta i poveri a Torino erano gli operai.
Di certo quest’esperienza non è stata uguale per tutti: c’erano delle accentuazioni diverse a seconda dei casi. Per alcuni era una questione prettamente religiosa, per altri era una questione ideologico- sociale.
A Torino non volevamo essere in opposizione alla Chiesa ufficiale, noi volevamo essere presenti nella Chiesa essendo parte della vita della gente senza creare attriti. Probabilmente questo fatto era consequenziale alla fase dei cappellani del lavoro, come se la cosa fosse nata gradualmente.
Quando andavo a trovare dei giovani preti operai a Milano o nel Veneto, mi rendevo conto che avevano una difficoltà robusta nel farsi accettare dai vescovi e dagli altri preti.
Quando facevo il cappellano del lavoro non mi sentivo pienamente integrato, gli operai quando mi vedevano provavano della diffidenza nei miei confronti perché di fatto la Chiesa era contro i comunisti. Da prete operaio, invece, la mia identità venne nascosta fino a quando non uscì naturalmente, per cui si riusciva ad essere veramente un tutt’uno con la gente, con i lavoratori. Quando scoprivano che ero un prete rimanevano delusi per me, ma io li capivo, perché gli operai avevano visto i preti solo in chiesa, per cui avevano un’unica idea del sacerdote.

Nelle riunioni nazionali con gli altri preti operai venivano fuori le differenze d’impostazione?
Sì, ma bisogna dire che in generale chi ha retto sono quelli che non entrarono in rotta di collisione con la gerarchia; molti di noi, per esempio, per questi attriti hanno smesso di fare i preti per dedicarsi ad altro.

Com’è venuto fuori l’impegno nel sindacato da parte di alcuni di voi?
Da questo punto di vista i più assidui furono i milanesi. Io, personalmente ho deciso di aderire al sindacato proprio quando mi sono reso conto che in fabbrica c’era bisogno di un’azione che creasse una situazione più giusta a favore dei lavoratori in difficoltà. Partecipavo assiduamente alle riunioni sindacali; io ero iscritto alla Cisl, perché nell’ambiente in cui lavoravo mi sono reso conto che i compagni comunisti davano prevalenza agli interessi del partito e non dei lavoratori: fu questo il motivo che mi portò ad iscrivermi alla Cisl.
Quello che più mi interessava era l’azione sindacale, un’azione che desse preminenza ai diritti dei lavoratori senza includere logiche di partito.
Io mi sentivo un operaio, ma prima di tutto un sacerdote che aveva deciso di vivere il proprio ministero in mezzo agli operai; non mi interessava la rivoluzione, ma creare un ambiente più giusto per i lavoratori.

Le diversità di tipo sindacale, hanno creato dei dissidi tra voi preti operai?
Assolutamente no! Il sindacato era solo uno strumento per mettere in atto le risposte sindacali che ciascuno di noi cercava.
Ormai, siamo “una razza in via d’estinzione”, non esiste una nuova generazione di preti operai come non esiste una nuova classe operaia; ciò non toglie che però esistano dei casi simili al nostro di sacerdoti che continuano ad impegnarsi per “una Chiesa povera”.

* Università degli Studi di Torino
** Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

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