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Un bilancio del Forum Sociale Mondiale

Gustavo Codas
Adista Documenti n. 18/2013

La prima grande ribellione popolare spontanea a livello nazionale contro la globalizzazione neoliberista è il Caracazo del 1989. Nel 1992, un gruppo di militari venezuelani ribelli, guidati da Hugo Chávez, cerca di dargli espressione politica.

Nel 1990, in mezzo allo sconcerto provocato dalla crisi terminale del socialismo burocratico, si realizza, per iniziativa del Partito dei lavoratori (PT) di Lula e con il sostegno del Partito Comunista Cubano (PCC) di Fidel, il primo Forum di São Paulo, con la partecipazione di un ampio spettro di partiti progressisti e di sinistra di tutta l’America Latina, allo scopo di dibattere le strategie politiche per uscire dalla crisi della lotta contro il neoconservatorismo.

La prima azione contro-egemonica articolata internazionalmente è la campagna per i 500 anni di resistenza indigena, nera e popolare promossa da diverse organizzazioni latinoamericane in occasione delle commemorazioni del 1992.
La prima risposta politica contro la globalizzazione neoliberista organizzata a livello nazionale con una proiezione mondiale viene dall’insurrezione indigena zapatista del primo gennaio del 1994. Il settore più emarginato ed escluso, più “arretrato” socialmente – quello degli indigeni poveri del Messico – si solleva contro l’espressione più “moderna” dell’offensiva neoliberista, il Nafta, il Trattato di Libero Commercio del Nordamerica.

La prima grande manifestazione contro gli effetti del neoliberismo al Nord si svolge con lo sciopero generale del 1995 che investe la Francia mettendo in discussione lo stato di crisi dell’un tempo potente sindacalismo europeo, il quale, dopo aver costruito il welfare state, assisteva ora impotente al suo crollo.

La prima vittoria elettorale duratura di un progetto politico alternativo al neoliberismo è quella di Chávez nel 1998. Casi anteriori come quello di Aristide nel 1991 ad Haiti non avevano resistito alle pressioni della destra e dell’imperialismo, andando incontro a un fallimento o ad un’involuzione.

Nel 1996, nell’Incontro intergalattico convocato dagli zapatisti in Chiapas, nel Messico, si riuniscono per la prima volta in uno stesso spazio soggetti sociali e politici del Nord e del Sud, molto diversi tra loro, ma uniti dal comune denominatore della lotta contro il neoliberismo.

Nel 1999, in occasione delle manifestazioni contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) a Seattle, negli Stati Uniti, si uniscono, vincendo una reciproca sfiducia, tanto i “nuovi” movimenti quanto molte delle organizzazioni sociali “tradizionali” di tutto il mondo, dando vita alla prima manifestazione di rappresentanti internazionali di diversa appartenenza politico-ideologica, ma tutti schierati contro la globalizzazione neoliberista.
Nel 1997 sorge l’Alleanza Sociale Continentale (ASC), nella quale nuovi e tradizionali movimenti di tutto l’emisfero uniscono le forze per combattere l’ALCA, l’Area di Libero Commercio delle Americhe, progetto chiave dell’imperialismo nordamericano per il continente.

Tutti questi processi ed eventi hanno luogo in un contesto mondiale ancora dominato dall’offensiva politica, economica e culturale globale neoliberista. Si tratta, cioè, di lotte controcorrente, contro-egemoniche, in un ambiente ampiamente favorevole al capitalismo neoliberista e alle forze sociali e politiche ad esso associate. Quando si svolge il Vertice dei popoli promosso dalla ASC in Quebec, nel Canada, nell’aprile del 2001, parallelamente al Vertice ufficiale dei presidenti, solo un governante sui 34 presenti esprime il proprio malessere nei confronti dell’ALCA e la propria vicinanza ai movimenti contestatari: Hugo Chávez del Venezuela.

In questo contesto ancora caratterizzato da un atteggiamento difensivo nei confronti del pensiero unico neoliberista e dell’ondata ideologica della “fine della storia”, nel Forum Sociale Mondiale (FSM) di Porto Alegre, nel gennaio del 2001, si tenta di creare uno spazio di convergenza per tutti questi attori così diversi, per dar loro modo di stabilire sinergie reciproche. Di scambiare le proprie analisi. Di conoscersi programmaticamente. Di decidere azioni congiunte ogni qualvolta lo avessero voluto. Punto di riferimento per agende di diverso tipo, il FSM assume grande importanza in un momento in cui le lotte si presentano disperse in molti luoghi del pianeta, offrendo la possibilità di interconnetterle, associarle, internazionalizzarle.

In questa prospettiva, il Forum ospita l’Assemblea dei Movimenti Sociali (AMS) che, fin dall’inizio, assume un forte protagonismo nell’elaborazione di un’agenda di azioni comuni. Si tratta di un’iniziativa delle organizzazioni della Vía Campesina Internazionale, del sindacalismo combattivo di vari Paesi e della Marcia Mondiale delle Donne, tra altre realtà.

Il successo di tale prospettiva si rivela allorché, a partire dal Forum Sociale Europeo del novembre del 2002 a Firenze e dal FSM del gennaio del 2003 a Porto Alegre, la AMS decide di lanciare la giornata di azione globale contro la guerra scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iraq, mobilitando milioni di persone in tutto il mondo.
Finalmente, la globalizzazione neoliberista aveva incontrato una risposta alla sua altezza, con la convocazione dell’internazionale contadina “Globalizziamo la lotta!”.

Oggi la situazione mondiale e regionale del capitalismo e delle forze che lo avversano è cambiata. E rappresenta una sfida non solamente al FSM ma anche ad altre espressioni dei movimenti internazionali o regionali che si sono opposti al neoliberismo in tutti questi anni. È così che è andata in crisi anche la ASC, che un ruolo tanto importante ha svolto per impedire la realizzazione dell’ALCA durante la campagna continentale culminata vittoriosamente nel 2005 a Mar del Plata.

A partire dalla vittoria elettorale di Chávez nel 1998, buona parte dell’America Latina ha conosciuto vittorie elettorali presidenziali di forze progressiste. E ciò malgrado vi siano stati anche due colpi di Stato andati a segno: in Honduras nel 2010 e in Paraguay nel 2012. Nei Paesi retti da governi progressisti, i movimenti sociali si trovano di fronte sfide diverse da quella dell’opposizione frontale a progetti politici neoliberisti, assumendo molto spesso punti di vista differenti e persino opposti rispetto a quelli dei governi progressisti su alcuni temi chiave.
Queste esperienze di governi progressisti, molto diverse tra loro, trovano il loro minimo comune denominatore nell’opposizione all’egemonia imperialista nordamericana. È un terreno di convergenza tra questi governi e i movimenti sociali.

Ma cosa avviene nei diversi casi in cui sugli altri punti in agenda esistono posizioni differenti e persino contrapposte? E ciò accade non solamente nelle esperienze progressiste più timide (come quelle del Cono Sur, che, nonostante il loro profilo programmatico relativamente basso, sono state decisive per scongiurare l’ALCA nel 2005), ma anche nei processi chiaramente rivoluzionari. Come nel caso del conflitto tra il governo di Evo Morales e alcuni settori indigeni in relazione al TIPNIS (il progetto di costruzione di una strada nel territorio indigeno e parco nazionale Isiboro Secure, ndt), in Bolivia (senza entrare nel merito di chi abbia ragione).

Gli anni ’90 sono stati caratterizzati da una sensazione di vittoria dell’unilateralismo nordamericano inaugurato dalla prima guerra in Iraq. Ma, da alcuni anni a questa parte, le placche tettoniche del potere mondiale si stanno muovendo. Gli Stati Uniti non hanno perso la loro condizione di prima potenza economica, geopolitica e militare, ma diversi altri poli gli disputano il ruolo a livello regionale (il caso più chiaro è quello della Cina) e cercano di articolarsi a livello mondiale. Rispetto ai governi progressisti, esistono pochi dubbi sulla necessità di giocare questa partita, nei termini in cui si configura: quelli della necessità che sorgano vari poli contro l’unipolarismo statunitense. È possibile pensare la geopolitica mondiale a partire dai movimenti? L’internazionalismo dei movimenti sociali ha qualcosa da dire rispetto alla revisione del potere mondiale interstatale?

Le ricette neoliberiste sono entrate in una crisi ideologica terminale durante il collasso capitalista del 2008. Ma in molti casi continuano ad essere applicate, soprattutto al Nord, anche senza il supporto di alcuna legittimità. E continuano ad operare sul terreno ideologico avviato negli anni ’80 dalla recentemente scomparsa Margaret Thatcher, quello del “Non c’è alternativa” (Tina, nella sigla in inglese) al neoliberismo. Perché se ci sono idee alternative, in generale non sono sorte forze politiche in grado di promuovere programmi alternativi. Non basta più la critica al capitalismo neoliberista, occorre affermare una controproposta e organizzare una forza politica maggioritaria sulla base di tale programma.

I movimenti sociali e le Ong (a cui nel Forum si dà il nome di “società civile” come qualcosa di separato o contrapposto rispetto ai partiti politici e ai governi di sinistra) si caratterizzano per la loro frammentazione. I partiti politici di sinistra e progressisti sopravvissuti sono segnati da un ritardo programmatico. Da dove uscirà una risposta? Solo in Grecia sembra poter funzionare una combinazione di proteste e di costruzione di una forza contro-egemonica, politica e sociale, che porti avanti un programma per il superamento della crisi. Importante, ma troppo poco per una generalizzata crisi europea.

Le forze politiche di ispirazione musulmana si sono costituite già da tempo come uno dei principali poli antimperialisti mondiali e tuttavia sostengono una visione del mondo troppo diversa da quella dei movimenti sociali occidentali. È possibile tendere ponti? Con quale metodologia, con quali obiettivi?

Di fatto, gli avvenimenti ci oltrepassano. Le rivoluzioni arabe e i movimenti degli indignati in Europa e negli Stati Uniti hanno presentato dinamiche proprie al di fuori dello spazio del FSM o delle articolazioni create o rafforzate a partire dal FSM. I due processi politici che più hanno cercato di superare i limiti dei vecchi regimi democratico-neocolonizzati, la rivoluzione bolivariana in Venezuela e quella plurinazionale in Bolivia, sono iniziative di forze politiche in veste governativa che hanno tratto stimolo dall’assedio capitalista. E se è vero che hanno innescato mobilitazioni sociali possenti, in esse non sono apparsi però movimenti sociali in grado di esprimere il cambiamento e di spingerlo in avanti.

Non è possibile che tutta questa diversità possa venire inclusa in un unico processo o spazio. Il fatto che per un bel po’ di tempo bisognerà portare avanti tale diversità di iniziative può essere un bene, se operiamo in maniera corretta. Abbiamo bisogno che ognuna di queste esperienze stabilisca conquiste comuni, aspetti sui quali convergere, sintesi possibili. È necessario mantenere aperto il dialogo, nella consapevolezza che oggi non ci sono partiti-guida, non c’è un faro, non c’è un partito della rivoluzione mondiale che detti ricette contro-egemoniche, e che, se esistono buone teorie critiche sulla civiltà che muore, non esiste però ancora una sintesi sulle possibili alternative.

Nel FSM, la “società civile” ha rivolto critiche al dirigismo dei partiti politici e dei governi di sinistra del XX secolo. Una critica fondata, ma non accompagnata da una visione autocritica sui propri limiti. Gli amministratori del FSM hanno privilegiato la sua istituzionalizzazione e il controllo del suo marchio piuttosto che cercare di interpretare i cambiamenti. Alcuni di questi cambiamenti risalgono a prima della sua creazione, altri ai primi tempi, ma altri ancora presentano a livello globale, da circa quattro anni, opportunità inedite.

Il FSM, alcune volte e in certe circostanze, ha saputo rendersi flessibile: se quanti lo amministrano si sintonizzassero di più con i nuovi tempi, esso si offrirebbe oggi come uno spazio in cui potrebbe amichevolmente incontrarsi tutta questa complessità, senza condizioni, superando i dogmi del Forum stesso, e cercando sintesi politiche che permettano di costruire forze in grado di disputare il potere con una prospettiva politica di superamento delle esperienze fallite del secolo scorso.

Il mondo delle lotte contro-egemoniche e delle sperimentazioni alternative nel XXI secolo è ampio, enormemente variegato e senza padroni. Meglio così. Probabilmente non entra in un solo spazio, per quanto aperto e flessibile possa essere. Affinché in questo nuovo contesto il processo del Forum rappresenti qualcosa di più di una pagina importante del passato, deve mostrarsi aperto e, invece di cercare di assorbire le energie o soffocarle in base a criteri prestabiliti, deve definire un nuovo metodo che aiuti a liberarle.

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