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“Ci si trasforma in quel che si ama”. Don Andrea Gallo e le cdb

Peppino Coscione
Comunità cristiana di base di Oregina (Genova)
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Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato per annunciare la liberazione ai prigionieri e il ricupero della vista ai ciechi; per rimettere in libertà gli oppressi” (Luca 4,18). “La mia disponibilità non ha meriti. Non è uno sforzo ascetico. Credo che la parola di Dio debba avere una efficacia storica (…). E’ questa la dignità profetica e a nessuna profezia può essere vietato scendere nella polis, nella città, fra gli altri. Ecco perché io sto in mezzo alla gente e sfilo nei cortei. Il regno è già, non ancora perfetto”. Sono le parole che Andrea scrive nel libro “Così in terra, come in cielo” (pag.132).

Salesius nel Pellegrino cherubico,V,200 scrive: “Ci si trasforma in quel che si ama” ed è quello che è successo ad Andrea Gallo, prete di strada, fattosi “carne viva” soprattutto per gli ultimi e le ultime della terra, che ha dato vita ad un’esperienza , almeno a Genova, ineguagliabile; esperienza che ci auguriamo continui per rispondere ai bisogni di tante persone in difficoltà quasi sempre molto gravi. Ma come e cosa ha permesso ad Andrea questa trasformazione? Lo dice lui stesso: “A parte mia madre e don Bosco, mi hanno ispirato don Milani e la sua dedizione totale agli emarginati, il teologo Dietrich Bonhoeffer e il suo motto, PREGARE E FARE CIO’ CHE E’ GIUSTO FRA GLI UOMINI (il maiuscolo è nel testo), il Concilio Vaticano II, il pedagogista brasiliano Paulo Freire, e soprattutto la Teologia della liberazione (…) che nasce dall’esperienza di fede dei poveri che cercano l’affrancamento dall’oppressione . Come i teologi Frei Betto e Giulio Girardi, io non credo che il rinnovamento della Chiesa venga dall’alto, credo che lo Spirito santo lavori dal basso” (op.cit. pag.94 ).

Quanto è detto nell’opera citata di Andrea ha fatto e fa parte del cammino delle cdb, sebbene esse non siano né qui né altrove nominate esplicitamente , neanche attraverso alcuni protagonisti come Enzo Mazzi, Giovanni Franzoni, Ciro Castaldo, con i quali Andrea ha pure avuto relazioni amichevoli soprattutto negli anni ’70-80. I partecipanti al collegamento nazionale delle CDB che si tenne a Genova nel febbraio 2002, ricordano, fosse oggi, che conclusero i suoi lavori proprio in casa di Andrea che accolse tutti e tutte con calore, invitando a camminare assieme nel solco del Concilio Vaticano II.

Le cdb hanno condiviso con Andrea valori comuni, è detto nel comunicato delle cdb che lo ricorda: la dimensione laica del vivere la fede nei nostri giorni, impegnati/e nei referendum sul divorzio , sulla legge 194, sulla legge 40, sul testamento biologico, costanti nella denuncia dei privilegi ancora presenti anche nel Concordato del 1984, contro l’ingerenza della gerarchia ecclesiastica cattolica nella politica e il suo connubio stretto con gruppi di potere politico-finanziari.

Valore comune è tuttora la lotta per l’abolizione del celibato obbligatorio, la necessità di una trasformazione dei ministeri nella chiesa cattolica, che contempli una ministerialità femminile in un quadro però che non continui ad essere patriarcale e maschilista. A questo proposito, sebbene nel 1997 gli sia stato consegnato il premio Minerva, a Roma, per il contributo professionale e umano dato alla società, in quanto uomo che si è battuto per le donne, sebbene dicesse di leggere con piacere la rubrica Tempi di sororità come abbonato della rivista “Tempi di Fraternità”, penso che anche su Andrea, come su altri preti “rivoluzionari”, sia pesata molto l’eredità religiosa declinata al maschile.

Andrea ha scelto di rimanere parte della struttura ecclesiastica cattolica, nella fiducia che la critica accompagnata all’amore per la chiesa serva ad un suo profondo cambiamento, fiducia espressa anche nel suo ultimo libro “In cammino con Francesco”. Sempre nel libro citato a pagina 117-118 Andrea scrive: “Io, che suscito tanto scandalo per le mie scelte, amo la mia Chiesa (la maiuscola è nel testo), le sue disposizioni, il diritto canonico. Ho chiaro il concetto di disciplina,insegnatomi prima dalla mia famiglia operaia, poi dalla Marina militare. Quando entrai nei Salesiani (la maiuscola è nel testo) ero uno scavezzacollo, però le liturgie non me le perdevo mai. Non immaginate la gioia che provavo e che provo tuttora a confrontarmi con il mio vescovo, ad accettare anche la correzione fraterna, ma a patto di poter dire quello che penso. L’obbedienza non è una virtù”.

Forse la volontà del cardinale Bagnasco di presiedere la liturgia funebre per il prete di strada sta a significare che questa gerarchia ecclesiastica può introiettare anche preti scomodi come Andrea Gallo. Mi chiedo: è sufficiente “poter dire quello che penso?”; quanti decenni occorre attendere perché la chiesa cattolica si rinnovi profondamente nelle sue strutture istituzionali, nella sua cultura antropologica e teologica, nella sua liturgia, nella sua catechesi? Non ci insegna la storia delle chiese cristiane che soltanto pratiche innovative, e talora di rottura, dal basso hanno dato origine a novità inizialmente sospettate, negate o quanto meno emarginate?

Per questo mi piace terminare riandando al libro di Enzo Mazzi “Il valore dell’eresia”: perché non cogliere l’eresia come realtà positiva, dinamica, come forza generativa in espansione, osteggiata da un’altra forza opposta: il potere, la stabilità, il conformismo, la gerarchia?

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