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Sentimenti e politica di A.Corsani

Alberto Corsani
www.riforma.it

Aiuto, si stanno ingarbugliando i fili del nostro vivere. La politica sconfina nei sentimenti, e i sentimenti che fine faranno? In politica le manifestazioni più diffuse di questi ultimi tempi sono i toni esasperati, ultimativi, perentori e definitivi con cui ci si esprime. Con cui si affronta l’avversario, ma spesso anche il compagno di partito; anzi, i toni definitivi sono spesso utilizzati in chiave autolesionistica; sono i toni di chi abbandona, di chi straccia la tessera scandalizzato per scelte ritenute dirimenti (i bombardieri F-35, il Tav, il governo di larghe intese…).

Ma ogni scelta è dirimente per qualcuno. E ognuno e ognuna di noi ha il suo «ponte degli asini», ognuno porta con sé la tematica che considera più centrale delle altre, su cui vorrebbe veder misurarsi sodali e avversari. Ma perché la mia discriminante dovrebbe aver più valore di quella di un altro? Ho constatato la personale sofferenza di chi ha speso un’intera vita nella militanza, anche oscura, «di base», e che ora non si ritrova più nell’andazzo generale.

E non posso che solidarizzare con queste persone quando denunciano una politica ormai ridotta da un lato alla tecnocrazia finanziaria, che tutto livella al di là degli schieramenti (ci sono provvedimenti che qualunque governo pare «obbligato» a prendere, pena il crack nazionale) e, dall’altro lato, invasata dalla demagogia dei populismi, che non hanno altro colore se non quello, appunto, del populismo.

Ma credo che andarsene sbattendo la porta, come un amante deluso o un’amante tradita, non contribuisca a rasserenare il clima. La politica non può fare a meno dei sentimenti perché questi sono linfa per le motivazioni ideali, quelle motivazioni che decenni di comportamenti scandalosi (della politica, ma anche della società e degli elettori – qualcuno quei politici li ha pur votati) hanno messo in ombra. Ma la politica non può fare a meno della razionalità e dell’accettazione della discussione.

Chiedere ai parlamentari di rinunciare alla propria autonomia di valutazione, garantita dalla Costituzione, significa rendere inutile il dibattito politico: significa impedire di cambiare idea, e allora tanto vale procedere con il voto di fiducia, senza discussione. Il Parlamento invece serve a discutere e può capitare che qualcuno si faccia convincere, guarda un po’, perfino dai propri avversari. Che non sono il diavolo in persona.

I sentimenti, pur sinceri, devono permeare invece la nostra vita di relazione, da cui sembrano purtroppo un po’ estromessi. L’ansia della prestazione prevale sull’autenticità dei rapporti; la necessità di «fare risultato» ingabbia lo slancio degli affetti nelle griglie contrassegnate orribilmente dalle «faccine», non lascia spazio né alle sfumature né alle esitazioni.

Mentre in Parlamento, ma anche nelle amministrazioni e in molti servizi pubblici, si è diffusa una tendenza a non render conto a nessuno; nei rapporti interpersonali, invece, ci si sente sempre più sotto esame: perché sempre compare lo spettro di qualcuno che fa meglio, nel trovare la fidanzata o nel far crescere i figli.

Mi inquieto e non capisco, cerco qualche paletto e qualcuno che lo condivida: per esempio, direi a questo qualcuno che nella politica non è in gioco il darsi generoso di una vita, è in gioco la serietà e l’onestà delle persone. Non è poco, non è meno importante, ma è un’altra cosa. Una linea politica si discute, e se proprio non ci si ritrova, ci si adegua. Perdendo un amore, o un’amicizia, invece, si lasciano pezzi di sé. Sapremo distinguere?

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