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“Il vescovo in cammino con il suo popolo” un appello da Fonte Avellana

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Gli organizzatori della prima “Agorà tra fede e laicità”, Gabrielli editori e Monastero di Fonte Avellana, insieme a tutti i partecipanti, lanciano questo appello rivolto a tutti i Vescovi italiani e invitano alla condivisione e alla firma.

I partecipanti alla prima “Agorà tra fede e laicità”, dedicata al servizio del vescovo e svoltasi nel monastero camaldolese di Fonte Avellana dal 19 al 21 aprile 2013, comunicano, animati da un sincero spirito di rinnovamento e sotto forma di suggestioni rivolte ai pastori delle diocesi italiane, quanto emerso in quei giorni di ascolto e dialogo.

Promossa da Gabrielli editori e dal Monastero di Fonte Avellana a partire dal libro Non solo vescovi. La Gerarchia cattolica e le sfide della Chiesa (Giovanni Panettiere, Gabrielli editori 2012), l’agorà ha visto la partecipazione di persone provenienti da varie regioni italiane e dei relatori prof. Giuseppe Goisis, prof. Andrea Grillo, prof.ssa Benedetta Zorzi, prof. Gianluigi Pasquale, il teologo Claudio Ubaldo Cortoni. La due giorni è stata custodita dal Priore generale dei Camaldolesi p. Alessandro Barban e dal priore di Fonte Avellana, don Gianni Giacomelli.

L’agorà ha riconosciuto nel ruolo del vescovo un punto di riferimento fondamentale/centrale per un autentico rinnovamento della Chiesa locale e quindi universale. Chi è il vescovo? Quali devono essere le caratteristiche dei vescovi per l’oggi? Quale il loro ruolo nei confronti della comunità ecclesiale e della più vasta comunità umana? Questi gli interrogativi iniziali ai quali, in una sorta di piccolo sinodo informale, hanno cercato di rispondere laici, presbiteri e vescovi. Da qui il nostro appello alla condivisione e alla firma

IL VESCOVO IN CAMMINO CON IL SUO POPOLO

Non solo Vescovi è il titolo del libro di Giovanni Panettiere da cui è partita l’agorà, proprio per rimarcare che uno dei motivi/obbiettivi primari dell’Agorà stessa è quello di riuscire a guardare al libro non solo come termine di un discorso, ma come origine di un altro più ampio e più coinvolgente che permetta l’esperienza di costruire, insieme, un libro. Riportiamo qui tra le tante riflessioni quella che ha dato corpo alla scelta del titolo. Si trattava di richiamare quanti nella Chiesa, o in altri ambiti, sono deputati a compiere un servizio, a non correre il rischio di mascherare la persona con il ruolo. Il Vescovo rimane persona con la sua storia e i suoi valori. Se così non fosse verrebbe a mancare l’elemento fondamentale per un aggancio interpersonale e di comunità. Al di fuori di questo percorso muore ogni comunicazione. E’ il pericolo da cui mette in guardia il card. Martini nella preziosa pagina che ci ha donato negli ultimi giorni della sua vita. Bisogna evitare a tutti i costi di entrare a far parte di una casta.

Il Vescovo, quando c’è, è con tutti e di tutti. Il Vescovo è una persona sgombra di sé e desiderosa di vita. Non sta con tutti perché deve dare a tutti qualcosa di preordinato, ma è una persona che vuol arricchirsi con gioia e spontaneità della vita altrui, perché vuol dire a tutti che la loro vita è preziosa e che quindi vale la pena di mettersi in cammino insieme. Per potersi incamminare insieme non bisogna andar di fretta, non bisogna far vedere che si ha tanto da fare, che si è importanti… così si diminuisce l’altro bloccando la sua crescita comunitaria; si tratta invero di coinvolgere l’altro ad essere di tutti moltiplicando così, come in una “cariocinesi”, una comunità che cammina riconoscendosi e servendo.

Passare da una figura lontana che dà delle direttive, ad una figura vicina che cammina con il suo popolo. Nella prima parte di questa frase c’è il rigetto assoluto di ogni parvenza di burocrazia nella figura del Vescovo; si desidera che il Vescovo si preoccupi del camminare costante del popolo che per “essere popolo” ha bisogno di coagulo, ha bisogno di non sfarinarsi, ha bisogno di lievitare in unità per essere nutrimento l’uno dell’altro. Anche le pecore nel cercare il cibo si mettono in movimento, ma c’è il rischio che il gregge si disperda in mille chiazze. C’è bisogno che il Servitore di unità cammini senza sosta e in mille direzioni perché nessuno perda la propria forza centripeta; che non si stanchi mai; e che per essere sempre pronto a camminare con il suo popolo, che spesso diviene gregge, dorma in piedi appoggiato al suo bastone pastorale ricurvo, per essere pronto e vigile, pur nel sonno, a riprendere il cammino. Ma che sappia anche riconoscere nella direzione presa da qualche pecora l’indicazione di un buon cibo per tutto il gregge. Come il gregge è la vita per il pastore così è il Popolo per il suo Vescovo. Il dono della vita e il servizio non sono mai a “una” direzione.

Il suo ruolo è quello di “curare” e “rassicurare”, in obbedienza al Maestro, cura per l’umanità. Uno dei compiti importanti del Vescovo è anche quello di mantenere viva la “speranza”, la prospettiva e l’apertura ad un orizzonte di pace e di giustizia che davvero oggi, più di sempre, l’uomo avverte come una necessità ed un forte bisogno.

In una ecclesiologia del “corpo” e del “sangue” di Cristo, il Vescovo appare come colui che, con carisma riassuntivo, fa circolare e vivifica il corpo sociale ed ecclesiale, promuovendo la circolazione e la interdipendenza dei carismi. Il Sangue versato nel periodo delle persecuzioni è una scuola di servizio e di ministero.

E’ importante che ci siano Vescovi capaci di condurre e non di guidare. La differenza tra “guidare” e “condurre” sta nel “con” della parola condurre “ducere-cum”, tirare insieme il carro, far sprigionare le energie per raggiungere la meta. Più la meta è alta più le energie si moltiplicano e più il coinvolgimento di molti è spontaneo; e non c’è meta più alta della Giustizia del Regno di Dio… in essa nessuno rimarrà disoccupato. E’ responsabilità dei Vescovi (ma potremmo dire anche dei sacerdoti) riscoprire e far riscoprire questa meta… e avremo così dei cristiani lottatori invece che consumatori di una religiosità dei sospiri.

Il Vescovo è padre nella sua diocesi, il suo linguaggio e il suo operare debbono essere accessibili a tutti. Il padre è padre perché ha generato e chi ha veramente generato conosce il cammino del suo figlio più del figliolo stesso; dal respiro o, meglio, da ogni sospirare, sa qual è il travaglio, la difficoltà che l’attanaglia e, anche, la speranza che lo sostiene. E il Vescovo genera perché è colui che conferma a ogni persona la grande e silenziosa presenza dello Spirito di Gesù. Il suo linguaggio deve essere misurato, semplice, che non strumentalizzi il sapere, trasparente e costruttivo, fatto più di silenzio che di parole in maniera da far risuonare il timido linguaggio dello Spirito. Chi salva le possibilità di dialogo tra la singola persona e lo Spirito che è in lui è Padre, è Madre, è Fratello, è Sorella e ancor di più lo è chi agevola il dialogo tra lo Spirito che inabita in maniera multiforme in tanti/uno e l’intero popolo perché anticipa la Vita futura.

C’è un popolo che cammina: questa è la Chiesa. E’ possibile camminare senza l’apporto di tutti? C’è una forma di sentire e vivere l’episcopato che diventa un ascolto e un agire in sinergia con un popolo: lì il popolo si riconosce e si sente Chiesa. Possiamo tradurre anche così l’affermazione iniziale: se c’è un popolo che cammina perché ha fede qui c’è la Chiesa; e se per caso c’è uno che si ferma tutto il popolo si ferma perché l’ostacolo di quell’uno al camminare venga superato. Il fermarsi potrebbe, in quel caso, rappresentare una provvidenziale occasione per riprecisare la meta e riorientare il cammino. L’annuncio del Vangelo proposto oggi si rivolge ad un soggetto in continua costruzione di identità, e questo soggetto necessariamente deve farsi portatore attivo della sua fede e non più essere un uditore passivo. E’ qui che il Vescovo si fa partecipe nell’arte dell’ascolto, che sa cogliere ciò che lo Spirito suggerisce per il tramite del povero. Il Vescovo è, tra tutti, colui che primeggia nell’arte dell’ascolto per avere il primato, sempre riconosciuto, nelle sole parole necessarie a difesa del diritto dei poveri dove risiede la “chiave” per cogliere e visualizzare il messaggio di Gesù.

Il Vescovo è un “luogo” di parola mutua. Coscienti che non si cresce se non ci viene data la possibilità della parola, colui che per ministero vuole promuovere, per mandato di Gesù, la Vita deve per primo far parlare tutti i membri del proprio popolo e mentre li ascolta aiutarli a scegliere il silenzio per mettersi in ascolto perché altra gente cresca… solo alla fine di questo variegato relazionarsi tra silenzio, ascolto e parola, il Vescovo avrà facilitato il compito di realizzare con poche parole di saggezza la calda esperienza di convivenza attiva. Non c’è arte più grande per far crescere in amore una comunità che quella di un silenzioso ascolto esercitato come contemplazione di quello Spirito che geme o esulta in ciascuno di noi. Questa forma quasi divina dell’ascolto fa esplodere la danza interiore nella festa esteriore.

Il Vescovo è tale per tutti: è vicino a chiunque in un territorio. Lo è indipendentemente dalle appartenenze religiose. Come Gesù il Vescovo è colui che, vedendo nello svantaggiato il “Dio perdente” e ponendosi al suo servizio, supera ogni barriera di appartenenza e rende, senza far altro, il messaggio di salvezza immediatamente efficace.

E’ giusto mantenere doppi incarichi per il Vescovo ? C’è da chiedersi se questo non mina la sua prossimità con la sua Chiesa. Certamente questo problema è storicamente lampante nella vita della Chiesa di Roma dove il suo Vescovo naturale si è trovato a fare il Vescovo di tutte le Chiese del mondo quasi in supplenza degli stessi vescovi e a dare in supplenza la propria Chiesa al Cardinal Vicario snaturando in entrambi i casi il compito dei Vescovi. Giustamente il principio di prossimità del Vescovo con la propria Chiesa va a determinare modi e tempi dei servizi interecclesiali. L’autopresentazione di Francesco come Vescovo di Roma è portatrice di profondi ripensamenti dell’organizzazione delle singole Chiese e del rapporto tra le Chiese non solo cattoliche ma cristiane.

Chi elegge il Vescovo? Da chi è riconosciuto? Qui l’unica cosa che possiamo dire con certezza è che il popolo di Dio non ha il minimo ruolo nella scelta del proprio pastore. Deve accettare e allinearsi. Se va bene Deo Gratias, se va male attendere, se si ha pazienza, la prossima tornata. Tuttavia, è vera l’affermazione che possono esserci i pastori se si riconosce tutta la comunità cristiana come soggetto di pastoralità. E’ la Chiesa che in unità con il Vescovo si pasce. Ogni cristiano, in forza del Battesimo, diviene discepolo e in quanto discepolo responsabile di creare l’ambiente adatto perché non solo lui ma tutti gli altri discepoli possano crescere in questa discepolanza. (Gesù mandò i discepoli, non gli apostoli, a due a due). E l’unità con il Vescovo in questo servizio non avviene così a comando ma si avvera lentamente e può incominciare molto prima dell’inizio del servizio ministeriale, specialmente ora che c’è il limite di età per il passaggio delle consegne.

Come si forma un buon Vescovo. Proprio perché i Vescovi vengono scelti tra il corpo sacerdotale il problema della loro formazione si pone all’interno della formazione dei presbiteri. Purtroppo da un tempo secolare i preti sono educati prima di tutto ad entrare dentro il corpo sacerdotale che risulta essere, anche in virtù del celibato, un corpo separato. Per il servizio che devono esprimere dovrebbero, invece, essere educati alla relazione piena e responsabile con tutte le modalità di essere del popolo di Dio: donne, uomini, giovani e vecchi, lavoratori e disoccupati, intellettualmente svegli o ritardati ecc. E queste relazioni non si inventano dall’esterno. E’ la comunità cristiana il luogo di questa formazione che sola, oltre educare al servizio degli altri, educa anche alla crescita di sé in questo servizio. E insieme alla comunità, il singolo credente si impegna a responsabilizzarsi di fronte al valore dell’unità che si realizza visibilmente nella relazione positiva con il Vescovo.

Il Vescovo è custode dell’identità cristiana e dell’unità attorno a Nostro Signore. Così come ogni organismo vivente ha un codice genetico, un DNA, che lo caratterizza e lo identifica, anche l’Unica Chiesa di Cristo, cioè il Corpo mistico di Nostro Signore indicatoci da Paolo ha il suo DNA. Esso è come la “Parola d’ordine” che permette al sistema immunitario di identificare ogni cellula per difenderla o combatterla. Ed il Vangelo è l’espressione di questo DNA. Il Concilio, con i documenti Lumen Gentium e Unitatis Redintegratio, indica ai vescovi ed a tutti noi che la centralità di Cristo deve venire prima della figura confessionale della Chiesa cattolica romana, così come di ogni altra Chiesa particolare. Ogni Vescovo, quindi, ha il dovere di promuovere l’identità cristiana prima dell’identità cattolica e, facendo leva su tale primaria identità che ci accomuna, “deve promuovere l’unità di tutti i cristiani sostenendo ogni azione o iniziativa … nella consapevolezza che la Chiesa è tenuta a ciò per volontà stessa di Cristo” (UUS § 101).

Donne e non solo. Per cercare di capire la problematica di Genere nella Chiesa vogliamo ricorrere alla stessa motivazione che ha fatto scegliere come titolo del libro/intervista di Giovanni Panettiere “Non solo Vescovi”. Abbiamo detto che i Vescovi prima di essere Vescovi sono persone che non possono essere sacrificate all’essere Vescovi anche se le persone esplicitano la propria forza nel compiere in modo personale il proprio ufficio. Sul tema delle donne nella Chiesa, è stato detto con forza e con chiarezza, che prima di essere donne sono persone con il diritto pieno di esprimere le proprie potenzialità nella pienezza delle proprie possibilità. Il riconoscimento di questo principio è il fondamento culturale di cui le donne hanno bisogno per trovare il proprio spazio per esprimere in pienezza il proprio servizio e, oltre loro, ne ha bisogno la stessa comunità ecclesiale. La discussione si è espressa in maniera vivace e appassionata; nel volume “Habemus Aepiscopum” se ne parlerà con l’ampiezza dovuta.

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