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L’arte di curare i malati di L.Boff

Leonardo Boff, Teologo/Filosofo
Ricevuto dall’autore e tradotto da Romano Baraglia

Negli ultimi anni ho lavorato in forma approfondita alla categoria della cura, specie nei libri Saber Cuidar e in Cuidado Necessário (Vozes). La cura più che una tecnica o una virtù tra le altre, rappresenta un’arte, un paradigma nuovo di relazione verso la natura e verso le relazioni umane, amoroso, diligente e partecipativo. Ho preso parte a molti incontri e congressi di operatori della sanità con i quali ho potuto dialogare e da loro imparare: la cura è l’etica naturale di questa attività così sacra.

Riprendo qui alcune idee collegate ad atteggiamenti che devono star presenti in chi ha cura d’infermi, sia in casa che in ospedale. Vediamone alcuni tra gli altri.

Compassione: la capacità di mettersi al posto dell’altro e provare le stesse emozioni. Non trasmettergli l’impressione che sta solo e abbandonato al suo dolore.

Toccare, come essenza della carezza: toccare l’altro è restituirgli la certezza che appartiene alla nostra umanità. Il tocco-carezza è una manifestazione di amore. Molte volte, la malattia è segno che il paziente vuole comunicare, parlare ed essere ascoltato. Vuole arrivare a identificare un senso nella malattia. L’infermiere o l’infermiera, il dottore o la dottoressa possono aiutarlo ad aprirsi e a parlare. Un’infermiera è testimone che «quando ti tocco, io ho cura di te; quando mi prendo cura di te, ti tocco; se sei una persona anziana ho cura di te quando sei stanco; ti tocco quando ti abbraccio; ti tocco se stai piangendo; mi prendo cura di te, quando non hai più la forza di camminare».

Assistenza intelligente: il paziente ha bisogno di aiuto e l’infermiera o l’infermiere vuole prestare aiuto. La convergenza di questi due movimenti genera la reciprocità e il superamento del sentimento presente in una relazione diseguale. L’assistenza deve essere giudiziosa: tutto quello che il paziente può fare, incentivare a farlo e assisterlo soltanto quando ormai non può più fare da da solo.

Ridargli fiducia nella vita: ciò che il paziente desidera di più è ricuperare la salute. E allora appare decisivo restituirgli fiducia nella vita; nelle sue energie interiori, fisiche, psichiche e spirituali, perché esse attuano come una vera medicina. Incentivare i gesti simbolici, carichi di affetto. Non raramente i disegni che una bambina porta al padre malato, suscitano in lui tanta energia e commozione che equivale a un cocktail di vitamine.

Fargli accettare la condizione umana. Normalmente il paziente si interroga perplesso: «Perché tutto questo è capitato a me, esattamente adesso che tutto nella vita stava andando per il verso giusto? Perché, quand’ero giovane, mi sono ammalato di una malattia grave»? Tali domande rimandano a una riflessione umile sulla condizione umana, a qualsiasi momento, esposta a rischi a vulnerabilità insperate. Chi è sano sempre può diventare malato. E tutte le malattie rimandano alla salute che è il maggiore valore di riferimento. Ma non riusciamo a saltare sulla nostra ombra e non c’è nient’altro da fare che accogliere la vita così com’è: sana e malata, riuscita o andata a monte, ardente di vita e con disposizione ad accettare eventuali malattie e al limite la stessa morte. E’ in questi momenti che i pazienti fanno profonde revisioni della vita. Non si accontentano soltanto di spiegazioni scientifiche (sempre necessarie), date dal corpo medico ma desiderano dare un senso che sorge a partire di un dialogo profondo con il suo sé o dalla parola saggia di un parente, di un sacerdote, di un pastore di una persona spirituale. Riscattano allora, valori quotidiani che prima nemmeno percepivano, ridefiniscono il loro disegno di vita e maturano. Finiscono per avere pace.

Accompagnarli nella grande traversata. C’è un momento inevitabile in cui anche la persona più vecchia del mondo e noi tutti dobbiamo morire. E’ la legge della vita, soggetta alla morte: una traversata decisiva. Essa deve essere preparata per tutta una vita guidata da valori morali generosi responsabili e benefici. Ma per la gran maggioranza, la morte è sentita come un assalto o un sequestro generando così sentimenti di impotenza. E allora si rende conto che, finalmente, deve abbandonarsi.

La presenza discreta, rispettosa dell’infermiera o dell’infermiere o di un parente prossimo o di un’amica che gli prende la mano, sussurrandogli parole di conforto e di coraggio, lo invitano ad andare incontro alla luce e al seno di Dio che è padre e madre di bontà e possono fare sì che il moribondo esca dalla vita sereno, ringraziando per l’esistenza che ha ricevuto. Sussurrargli all’orecchio, se possiede un referente religioso, le parole consolatrici di Giovanni: “se il tuo cuore ti accusa, sappi che Dio è più grande del tuo cuore (1ªGv 3,20)”. Può abbandonarsi tranquillamente a Dio, il cui cuore è di puro amore e misericordia. Morire è cadere nelle braccia di Dio.

Qui la cura si rivela molto più come arte che come tecnica e suppone nell’operatore sanitario densità di vita, sentire spirituale e uno sguardo che va oltre la morte.

Raggiungere questo stadio è una missione che l’infermiere o l’infermiera e anche i medici e le dottoresse devono cercare per essere pienamente servitori della vita. Per tutti valgono le parole sagge: «La tragedia della vita non è la morte, ma quello che lasciamo morire dentro di noi quando viviamo».

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