Home Politica e Società L’Italia non è un Paese per donne, nemmeno se Ministre

L’Italia non è un Paese per donne, nemmeno se Ministre

Snoq – Genova
www.womenews.net

Dopo le dimissioni di Josefa Idem, Enrico Letta ha annunciato che le deleghe alle Pari Opportunità saranno ridistribuite demolendo di fatto il Ministero delle Pari Opportunità e l’importante lavoro fin qui fatto in breve tempo da Josefa Idem, alla svelta e nella quasi totale indifferenza di una classe politica che ha ben altre irregolarità di cui rendere conto

A questo governo diciamo subito di smetterla con l’ipocrisia del due pesi e due misure, esigiamo invece le immediate dimissioni di chiunque sia inquisit* o condannat* dal Parlamento e dal Senato, proprio perché ci teniamo alla trasparenza e alla legalità ma anche alla parità di trattamento. Siamo stanche del doppio binario che ci pretende perfette ma è sempre disponibile a giustificare gli uomini.

Chiediamo a tutte le donne, alle singole, a quelle che militano nei partiti, nei movimenti, nei sindacati e a tutti gli uomini amici delle donne di, facendo notare che il significato dell’istituzione non è comunque inficiata dalle sfortunate dimissioni della Ministra, né le sue funzioni sono divenute a un tratto marginali.

Come ha fatto ben notare Cecilia Robustelli in una lettera sottoscritta anche da Loredana Lipperini sul suo blog, le offese rivolte a Josefa Idem sono inaccettabili in paese civile e, aggiungiamo noi, sono l’evidente risultato di un maschilismo trasversale e strisciante, che appartiene a tutti gli schieramenti ed è ben deciso a resistere, soprattutto a quelle donne che, arrivate a poter decidere, manifestano indipendenza e volontà di dedicarsi seriamente a dare risposte a questioni accantonate da troppi anni, come ha fatto Josefa Idem rispetto ai diritti civili delle persone LGBT e alla violenza contro donne, strutturale in Italia, e non correggibile con il panno caldo del solito pacchetto sicurezza.

Il trattamento subito dall’ex Ministra è violento e misogino. Non facciamo del vittimismo ma affermiamo che, se le sue dimissioni erano dovute, lo sono anche da parte di tutti coloro che risultano inquisiti. Non può essere per questo esautorato un Ministero chiave come quello delle Pari Opportunità. E’ impensabile che le deleghe ministeriali vengano spartite come un bottino di guerra, specialmente a fronte delle condizioni in cui versa rispetto alle tematiche di cui il Ministero si occupa.

Chiediamo una sostituzione ragionata in continuità con l’operato recente delle Pari Opportunità di questo governo. L’impostazione innovativa della Ministra ci aveva fatto ben sperare nell’avvio di politiche efficaci per la soluzione dei molti problemi che fin qui il Paese non ha saputo o voluto risolvere.

Il Governo pensi a potenziare le Pari Opportunità designando una persona seriamente intenzionata a rimuovere le discriminazioni e competente nelle attività per i diritti, nelle politiche di genere e nelle disabilità così come previsto dalle indicazioni del Dipartimento

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Maledette Pari Opportunità

Flavia Perina
Il Fatto Quotidiano, 28 Giugno 2013

Ma sì, a che ci serve un ministero delle Pari Opportunità? Alla fine, sul terreno delle donne, la Guerra dei Vent’anni l’ha vinta lui, Berlusconi. E la sparizione del dicastero decisa da Enrico Letta è il formale riconoscimento della resa: l’antica idea “di sinistra” che le istituzioni si facciano carico della promozione della parità di genere è una scemenza. Vince l’idea “di destra” che ognuna se la spicci come può. Non a caso la notizia della cancellazione del ministero è stata eclissata, sui media, dalla manifestazione “Siamo tutti puttane” di Giuliano Ferrara e Daniela Santanchè, con la signorina Pascale a bordo palco: prova vivente di come l’intraprendenza femminile possa ottenere risultati eccellenti anche senza quote, leggi e regolamenti.

C’è voluta un’anziana antropologa, Amalia Signorelli, stella dell’ultimo Ballarò, per spiegarci come lo sdoganamento del machismo e della compravendita del corpo costituisca uno dei risultati culturali più vistosi del berlusconismo.

Il ragionamento ha conseguenze molto logiche. Una volta legittimata l’idea che l’auto-imprenditorialità femminile ha un’arma in più, il meretricio, non serve un ministero per tutelare le donne. Se la possono cavare da sole, basta che siano “consapevoli di essere sedute sulla propria fortuna” e disponibili “a farne partecipi chi può concretarla”, secondo la memorabile citazione di Piero Ostellino. Semmai bisognerà sgomberare il campo dalle altre, quelle rimaste attaccate alla retorica dei diritti, quelle “ipocrite che si fanno scopare gratis dai parrucconi di sinistra sposati”, come ha detto Anselma Dell’Olio in piazza Farnese.

Enrico Letta ha preso atto. Il Pd ha preso atto. Le donne del Pd hanno preso atto. Tre anni fa cavalcavano le piazze di Se Non Ora Quando e raccoglievano firme per chiedere “il rispetto della dignità delle donne”, adesso sparpagliano le deleghe del ministero delle donne tra Cecilia Guerra e Michaela Biancofiore, sperando che di queste maledette Pari Opportunità nessuno ne parli mai più.

Ora, non è che l’ex-dicastero della Idem, della Carfagna e della Finocchiaro abbia mai fatto la differenza o prodotto risultati clamorosi. Ma la sua cancellazione a opera di un governo guidato dal Partito Democratico è un atto simbolico di innegabile valore. Fu Romano Prodi a istituirlo nel 1997, proprio come ministero-icona della vittoria delle sinistre e del loro primo governo. Da allora (con la breve parentesi del tecnico Monti) c’è sempre stato. Abolirlo non sembra “una infelice non-scelta”, come ha scritto ieri il Corriere della Sera ma tutto il contrario: una scelta, e molto precisa, dalla parte di quelli che le Pari Opportunità le hanno subìte o usate, senza mai condividerle.

Quelli che “Zapatero ha fatto un governo troppo rosa che noi non possiamo fare perché in Italia c’è una prevalenza di uomini”, quelli che “Alle donne dico: cercatevi un ragazzo ricco”, quelli che “Venghino, venghino a investire in Italia, che non ci sono più i comunisti, ma belle segretarie”. Altro che non-scelta. Nel racconto berlusconiano degli ultimi anni, le donne, un certo tipo di donne – le adulte, diciamo, il famoso “settore menopausa” – sono il nemico. “Quelle donne” non lo capiscono. Quelle donne “lo hanno condannato a morte”, come dice la Santanchè riferendosi ai tre magistrati del processo Ruby.

Hanno fatto cadere le sue Giunte per difetto di rappresentanza femminile. Hanno provocato tempeste all’epoca delle veline nelle liste delle Europee. Non apprezzano il suo fascino, come la Merkel, e protestano per innocenti battute sul lato B. Hanno un’idea tutta loro del sessismo, come il premier finlandese Tarja Halonen, e convocano gli ambasciatori per uno scherzoso corteggiamento. Sul terreno di “quelle donne”, non le Olgettine o le showgirl ma le altre, le donne normali stufe di essere considerate soprammobili, dal ’94 a oggi si è combattuto lo scontro più aspro tra Pdl e Pd. Quel campo di battaglia, insieme alla giustizia, è stato il luogo dove le differenze di stile e di cultura politica si sono rivelate assolute e inconciliabili. La scomparsa simbolica delle Pari Opportunità ci dice chi ha vinto la contesa e chi dovrà passare sotto le forche caudine della pacificazione a senso unico. Rassegnandosi a ridere alla prossima barzelletta sulla mela, o al prossimo “Ma lei quante volte viene, signorina?”

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