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Chi è stato?

Nino Lisi
Cdb San Paolo (Roma)

Si dice, per fare intendere cosa sia una notizia, che un cane che morde un uomo non è una notizia, mentre se è un uomo che morde un cane, quella sì che è una notizia. L’ovvio insomma non fa notizia.

E’ dunque un pessimo segnale che abbia fatto notizia la visita di papa Francesco a Lampedusa, tra quelli che, fuggiti dalla guerra o dalla fame dei loro paesi, sono riusciti a scampare dalla morte in mare e sono incappati nelle norme della Bossi-Fini. Vuol dire che nella comune percezione papa e chiesa cattolica non sono sentiti come veraci portatori della buona novella annunciata ai poveri da Gesù di Nazareth, ma assai diversamente.

Lo riprova il fatto che la fotografia di Giovanni Paolo II e di Pinochet affacciati insieme dal balcone del palazzo del potere cileno non fece notizia. Destò scalpore e scandalo soltanto per un’esigua minoranza di cristiani, ma non fece notizia. La contiguità del potere della chiesa agli altri poteri che governano e dominano il mondo fa parte dell’ovvio. Come ovvia fu ritenuta la partecipazione del generale Videla all’incoronazione in piazza s. Pietro di Giovanni Paolo I. Se ne indignò soltanto uno sparuto gruppo di cristiani, che protestò pubblicamente.

Non era ovvio che dei cristiani contestassero un papa perché aveva consentito che alla sua presenza fosse ammesso il responsabile della sparizione di migliaia di cittadini. Ma se ne lesse solo in un fondo di Michelangelo Notarianni su il manifesto, perché non tutto ciò che non è ovvio fa notizia: occorre anche che non disturbi il potere.

E’ avvenuto qualcosa del genere anche per l’omelia di papa Francesco.

I media hanno dato gran risalto alla ”globalizzazione dell’indifferenza”, all’incapacità di unire le proprie lacrime a quelle di chi è nei patimenti, al nascondersi nel “tutti e nessuno” per sfuggire alle proprie responsabilità. Cioè a quanto il papa ha detto a proposito delle persone “comuni”, che dovrebbero darsi carico del samaritano aggredito e derubato e non lo fanno (non lo facciamo) o lo fanno (lo facciamo) troppo poco. Per tutti costoro il papa ha chiesto perdono. Ed è giusto.

Ma il papa ha chiesto perdono anche per altri, per gli aggressori del samaritano, per coloro che “con le loro decisioni” ne causano l’afflizione. Dunque ha riconosciuto che si sa chi è stato: non il caso né uno sconosciuto destino, ma persone note che hanno un potere decisionale immenso. In essi il papa ha dichiarato apertamente che c’è peccato, un peccato grandissimo se provoca dolore e sofferenze a tanta parte dell’umanità.

Gli estremi per “fare una notizia” c’erano, ma bisognava scovarli in pochissime parole, quasi nascoste in fondo all’omelia e collegare la globalizzazione dell’indifferenza alla globalizzazione dei mercati, della finanza e dei capitali. Impresa troppo ardua per un’informazione che comunque fa parte del sistema.

Ma riconoscere l’esistenza del peccato, papa Francesco, non basta. Occorre prenderne le distanze, dissociarsi apertamente, rompere l’omertà e la connivenza che legano la chiesa ai poteri del mondo. Per farlo non è neppure sufficiente anche se necessario ripulire lo IOR. Bisogna che la chiesa decida da che parte stare: se a Lampedusa o sui balconi del potere.

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