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LA MEMORIA E IL CERCHIO DELLA COMUNITA’ di L.Angeloni

Enzo Mazzi: la scelta di non seppellire il messaggio

Luciana Angeloni
Cdb Isolotto – Firenze

Noi che abbiamo vissuto e siamo testimoni di un’intensa storia di impegno e di cambiamenti ,che abbiamo attraversato due secoli che ci ha viste/i partecipi e protagoniste/i, che abbiamo condiviso tratti di cammino con esperienze, movimenti, uomini e donne in ricerca, a causa dell’evolversi naturale della vita oggi ci troviamo a confrontarci con numerose “assenze”di persone che nella società e nel movimento della chiesa di base hanno avuto un ruolo significativo. Tali assenze ci interrogano sul significato dei riti, dei miti e del valore della memoria.

Volevo da tempo socializzare la scelta di Enzo, maturata insieme, di sottrarsi ai miti ed ai riti del culto della personalità al momento della morte : Il “ non funerale”, la cremazione,la distruzione di documenti privati.

Probabilmente ai più sono apparse scelte singolari, trasgressive e magari eretiche rispetto alla cultura della “sacralità della persona e della sua memoria”

Enzo ha scelto di mantenere la sua identità di “ eretico “ per non fare annullare la nostra esperienza ed il nostro messaggio da istituzioni voraci che pur di sopravvivere sono capaci di ingoiare cadaveri di donne e uomini che spesso hanno cercato di annientare da vivi. Santificare, innalzare sugli altari, costruire eroi vuol dire distruggere il cammino di consapevolezza di chi non ha nome.

Sono spunti ed appunti che non hanno lo scopo di difendere una persona e le sue scelte, né di esprimere un giudizio di valore da contrapporre a scelte e comportamenti diversi ed “atri”, ogni persona ha la sua identità e la sua storia . Interrogarci sul significato di ogni scelta è però un modo per cercare di comprendere il senso ed il valore di comunicare memoria e messaggi di speranza.

L’anomia di chi non ha potere

Perché sentiamo il bisogno di mettere al centro della memoria storica collettiva soltanto i “nomi” di chi ha avuto più visibilità e più strumenti culturali per affermarsi?

Non siamo succubi di una cultura che tende ad innalzare i pochi e mantenere i molti in condizioni di soggezione e di dipendenza? Il nostro cammino di movimento di base è nato per mettere al centro “il popolo di Dio”, ma anche noi tendiamo a ricordare solo “alcuni” quasi sempre preti od ex preti! Innalzando i pochi manteniamo nell’anomia uomini e donne che hanno avuto un ruolo fondamentale nel cammino comunitario.

Due papi ieratici e solenni oggi ci ripropongono , con una enciclica condivisa in un quadretto insolito ed eccezionale che sembra avere il sapore del nuovo che avanza, ancora un “verbo” calato dall’alto della sacralità di cui sono rivestite le loro persone per affermare la loro verità sulla “luce della fede”.

Nelle loro affermazioni di una dottrina che non ha il coraggio di accogliere il confronto con i cammini, le problematiche, la ricerca di donne ed uomini che si interrogano sul senso del nascere, del vivere, del morire, dell’ “oltre”,ancora una volta passa il messaggio di un Dio a immagine e somiglianza di quella cultura che impone, detta le regole e schiaccia coscienze libere.

Non mi sembra di notare grandi cambiamenti: senza voler comunque sminuire il valore di gesti significativi che emergono dalla loro buona volontà individuale, mi chiedo se possiamo noi rinunciare alla scelta del “Dio delle piccole cose” che andiamo ricercando attraverso vissuti capaci di trasgredire ed operare veri e liberatori cambiamenti .

Il bisogno di punti di riferimento

Papa Francesco è pronto a santificare insieme : papa Giovanni XXIII e papa Giovanni Paolo II: mettiamoli pure tutti sullo stesso altare! Alla pari!

Ma qual è il senso di queste mitizzazioni e santificazioni che non danno spazio alle consapevolezze ed al discernimento ? Queste sì sono “idolatrie” che producono personalità insicure, dipendenti e quindi inclini alla eterodirezione, alla ubbidienza, alla delega.

Coltivare il culto di personalità, siano esse laiche o religiose, avulse dai movimenti popolari , dalle sue lotte, conquiste ed anche errori , annulla i messaggi e favorisce il dominio dei poteri.

Le mitizzazioni non aiutano a crescere: coltivare insieme conoscenza e creatività è il punto di riferimento fecondo di cui c’è bisogno per alimentare impegno ed assunzione di responsabilità

Chiamare per nome

Ogni persona che incontriamo arricchisce ciascuna/o di noi con la sua identità,i suoi pregi ed i suoi limiti e ciò crea affettività, relazioni, comunità.

Chiamare per nome per dare significato alle identità e specificità personali, per mantenere una comunicazione di affetti e sentimenti che ci hanno accompagnato e che vogliamo mantenere vivi e presenti, ha certamente un valore e un senso ma solo se avviene in un contesto di relazioni e non attraverso celebrazioni e riti.

Dunque diamo spazio alla memoria degli affetti e chiamiamoci tutte/i per nome, lasciamo che il cerchio della- delle comunità rimanga aperto e vivo a tutte/i le/i presenti ed anche a tutte/i le/gli assenti, ma ciò che sarà importante comunicare alle generazioni che non ci hanno incontrato nella vita saranno “i messaggi ” e “le esperienze” che riusciremo a consegnare loro affinché coniughino la memoria con la loro storia ed i loro vissuti personali

“non è qui, è risorto”

Abbiamo costruita la nostra identità di comunità cercando faticosamente di essere coerenti con i tanti messaggi liberanti del vangelo.
“……perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui, è risorto….”
“…Quando due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro…..”
“ …Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti….”

Riappropriarci del massaggio del vangelo e del cammino di liberazione dell’umanità è stato ed è un impegno che va “oltre” ogni appartenenza e che permette allo spirito di continuare a vivere ed a comunicare con la ricerca dei cammini dell’umanità di ieri , di oggi e di domani.

Una società interculturale ed intergenerazionale non è l’evoluzione spontanea e naturale del presente,ma, affermando l’uguaglianza di tutte le persone,il valore di tutte le culture, l’interazione, la reciprocità, la convivenza nel suo pieno significato, è il risultato di un impegno intenzionale e condiviso che va pensato, progettato, organizzato.

In questa chiave tutte le scelte e le scelte di tutti hanno un peso, un valore, un significato : l’interrogativo di mantenere vivo lo spirito e con esso le persone cercando di andare oltre il così è e così sia ci interpella?

Il tema “come fare memoria” e “quale memoria trasmettere” interessa il nostro cammino di CdB : mi piacerebbe trovassimo un modo sereno e gioioso di chiamare per nome e fare memoria , un modo di continuare a cercare insieme il Dio delle piccole cose e dei tanti messaggi delle piccole-grandi storie e persone.

L’archivio storico delle CdB possiamo considerarlo uno dei modi per dare voce a chi non ha voce?

1 comment

Bruno Antonio Bellerate, prof. emerito sabato, 27 Luglio 2013 at 16:19

Complimenti: sono perfettamente d’accordo! La “cultualità” è un limite, non una crescita in umanità!Quindi da ridurre, non da promuovere.

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