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L’Africa che cresce

Rosa Ana De Santis
www.altrenotizie.org

I computer dell’ONU dicono che nel 2100 4 persone su 10 saranno africane. Pelle scura e capelli crespi i tratti tipici della popolazione terrestre. Gli europei quasi scomparsi, ridotti a 1 su 10. Questi numeri demografici uniti al surriscaldamento del clima dicono quindi che i flussi migratori aumenteranno vertiginosamente e il mare umano che si muoverà dal più antico dei continenti troverà praterie da abitare.

Divertente e preoccupante insieme unire questi numeri, frutto di studi e precise analisi demografiche, alla politica arroccata dell’Occidente che prova a blindare i propri confini sicuro del proprio sviluppo e della propria ricchezza. La natura, come è evidente, farà il suo corso e i migranti, finora trattati come elementi di disturbo o come risorsa da utilizzare, diventeranno invece protagonisti di un autentico ribaltamento di civiltà. Un capitolo storico che pochi oggi hanno il coraggio di mettere al centro dell’agenda politica. L’avamposto Lampedusa, della nostra piccola penisola, descrive bene questa miopia delle azioni di governo.

Robert M. Pirzig, nel suo Lo Zen e l’arte della manutenzione della bicicletta, descrive in modo mirabile, con un’immagine efficacissima, il rapporto dei Greci con il passato, opposto a quello oggi diffuso nella nostra cultura. Per i Greci il passato era davanti agli occhi, sterminato e chiarissimo all’analisi, mentre era il futuro ad essere alle spalle. Quest’immagine sembra aderire perfettamente al nostro destino culturale.

L’Africa che siamo abituati a pensare soltanto come origine remota della storia dell’uomo, l’abbiamo confinata nei volumi zero della storia, fingendo di non vederla e trattandola come un capitolo chiuso di civiltà capace solo di partorire qualche flusso di clandestini che non vogliono soccombere alle guerre e alla fame. E non abbiamo compreso in tempo, non vedendola più davanti a noi quanto essa fosse nel futuro. Alle nostre spalle, come pensano i Greci, proprio dietro al mare.

Salvo eventuali pandemie o catastrofi naturali, la crescita demografica, legata soprattutto alla fertilità della donna e a determinate condizioni che ne caratterizzano la vita sociale – dalla scolarizzazione ai diritti – sarà l’Africa a crescere, più della Cina dove la politica del “figlio unico” porterà i suoi frutti di arresto della crescita della popolazione. Di contro l’Europa, come gli USA del resto, sarà un paese di vecchi e anche solo per ragioni legate all’età è destinata a soccombere ai flussi migratori che verranno dal Sud del Mondo e chiamarli flussi sarà un eufemismo.

Tenuto conto infatti che quasi sette milioni di “giovani e giovanissimi” si ritroveranno a vivere in paesi desertificati lo scenario è facilmente intuibile. La sopravvivenza e il bisogno daranno luogo a un vero e proprio capovolgimento di mondi più che alla migrazione come siamo abituati a vederla e percepirla oggi.

Prima ancora di pensare alle difficoltà di un sovvertimento culturale tutt’altro che indolore ci saranno altri problemi da gestire quale il fabbisogno alimentare di persone che si abitueranno presto ad assumere un’altra dieta, a non morire di riso e acqua sporca, a mangiare proteine. Gli equilibri risorse-bisogni, finora fondati sull’ingiustizia di un mondo piccolo e ricco che divora per tutti, salteranno come coriandoli.

La soluzione, per ora inesistente, diventa impossibile se affidata a quella sottofilosofia della politica che questo rischio ha provato strenuamente solo a negarlo in virtù di una superiorità economica che, dopo la crisi degli ultimi anni, è rimasta a rappresentare le spoglie di un dogma più che una verità storica. Forse, come avviene per finzione cinematografica e altamente simbolica, nel cuore di Metropoliz – fabbrica occupata da immigrati e poveri nella periferia di Roma – la soluzione è quella di sparare i protagonisti di questa nuova Terra sulla luna.

Questo il film originale e di talento di Fabrizio Boni e Giorgio De Finis. Verso la stessa luna dove è depositato in un’ampolla il senno dell’Orlando Furioso, e il canto dei nostri poeti, l’umanità dei ricchi occidentali sotto assedio dovrebbe spedire i migranti, i clandestini, i rom e in primis tutta l’Africa.

A questa opera di espulsione senza orizzonte sembra votato l’Occidente da troppo tempo. Proprio come fosse pronta, da un momento all’altro, una spedizione verso la Luna. Chissà se gli Europei e l’Occidente in generale capiranno in tempo che questa è una guerra già persa, perché si combatterà senza armi e senza soldi, ma con i numeri dei nuovi abitanti del pianeta. Che non avranno quasi più gli occhi azzurri e non saranno mai più bianchi.

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