Home Politica e Società Femminicidio – Alcune norme non sono una legge

Femminicidio – Alcune norme non sono una legge

Stefania Cantatore – Udi Napoli
www.womenews.net

La decisione di approvare alcune norme urgenti contro il femminicidio è un risultato molto parziale delle pressioni esercitate sulla politica, negli ultimi anni, da parte del movimento delle donne.

Le norme hanno il carattere dell’urgenza rispetto alla drammatica situazione di abbandono subita dalle vittime in Italia in relazione all’inerzia politica che caratterizza il contrasto al femminicidio.
Punti nodali sui quali più volte ci siamo espresse, e sui quali si sono offerte soluzioni da adottare non meno urgentemente di quelle apprese oggi, riguardano le norme atte a contrastare nelle istituzioni preposte la tendenza a trattare i reati di violenza femminicida “come problemi relazionali”.

In parte le norme approvate introducono una qualche novità rispetto alla denuncia e rispetto all’obbligatorietà dell’arresto in flagranza di reato di molestie e maltrattamenti, ma permane l’idea di fondo che tutto il resto possa essere rimandato al “cambiamento culturale, se e quando questo avverrà”.

Ci siamo espresse inequivocabilmete sul valore negativo del mantenimento dell’art. 1 del testo unico di pubblica sicurezza, avendo per altro incontrato a più riprese i ministeri competenti supportate da migliaia di firme, che prevede “la facoltà di comporre in via bonaria le controversie familiari”.
Le vittime sanno bene cosa significa questo: la dissuasione a sporgere la denuncia.

Per dare le risposte necessarie, non basta varare norme innovative, innovative per la vetustà del nostro sistema ma in grande ritardo sulla consapevolezza acquisita dalle donne, va cambiato l’impianto di uno stato che considera ancora la famiglia una protezione per antonomasia e la violenza un problema relazionale. Quanto si dovrà attendere per cambiare l’art. 1 del testo unico di Pubblica Sicurezza che data 1931? Anche abrogare significa innovare.

Ci aspettavamo finalmente le norme che introducessero l’obbligatorietà della refertazione sanitaria in caso di violenze. A proposito di cambiamento culturale le donne non possono più affidarsi alla sensibilità, vera o presunta, degli operatori nelle istituzioni e nelle varie discipline.

Un vero cambiamento nella cultura degli operatori avverrà se e quando delle norme precise comporteranno la valutazione professionale in base alla capacità di rispondere in modo corretto di fronte a patologie indotte da reati conosciutissimi perché largamente commessi in ogni tempo.

La violenza è un reato contro la persona, continuare a lavorare sulla querela senza mai prendere in consiederazione la procedibilità d’ufficio è un segno della reticenza politica su una materia che continua ad essere considerata pericolosa per l’autorevolezza maschile.

Le donne sono retribuite sempre meno, sono sempre più licenziate e per questo vulnerabili. La politica ha fatto di tutto perché questo accadesse. Di fronte ad una simile tragedia la timidezza delle norme introdotte si rivela in tutta la sia portata.
Certamente siamo tutte interessate al cambiamento culturale degli uomini, ma attendere i loro tempi sarebbe quanto meno l’ennesima funesta ingenuità.
Se il decreto di oggi è un segnale lo cogliamo come occasione per rivendicare più corpose novità per mettere fine ad una strage. Eliminare il femminicidio si può.

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Non siamo un’emergenza sociale

Be free
www.womenews.net

Il decreto varato dal Consiglio dei Ministri l’8 agosto 2013, basato su misure “di emergenza” che niente hanno a che fare con una visione della violenza di genere come fenomeno profondamente radicato e strutturale all’interno della società e del contesto italiano, riduce questo problema per l’ennesima volta ad una questione di ordine pubblico e sicurezza.

Il lavoro che Befree (cooperativa sociale contro la tratta, violenze e discriminazioni) svolge quotidianamente con donne sopravvissute alla violenza di genere e alla tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo ci ha insegnato, al contrario, che la violenza contro le donne ci interroga profondamente sulle relazioni tra i generi, sul potere e le sue dinamiche di sopraffazione; consapevolezza che ci impone di mettere in discussione una cultura che tende a giustificare la violenza di genere, e a sottovalutarne la portata.

Ecco perché una legge che non contempli queste imprescindibili premesse non è una buona legge.

Anzi, è una legge pericolosa, perché intrisa di quegli stessi valori di cui si nutre la violenza di genere che riproducono la visione delle donne come corpi deboli, corpi senza parola, sovradeterminati e incapaci di decidere.

Le donne che si rivolgono ai servizi antiviolenza ci raccontano di un’Italia che non è preparata culturalmente a farsi carico della violenza contro le donne, e a darle il giusto peso. Le leggi che già esistono a tutela delle donne vittime di violenza o di tratta degli esseri umani non vengono applicate a causa di una mentalità, diffusa a più livelli, che tende a sminuire il fenomeno e a colpevolizzare le donne.

La misura prevista dal decreto relativa alla non “revocabilità della querela” è indicativa dell’incapacità di comprendere e affrontare il fenomeno della violenza nella sua complessità. Il problema non è che le donne revocano le denunce sporte; il problema è che le donne non trovano intorno a loro un contesto in grado di supportarle, di prendere una posizione netta contro la violenza, non vengono credute nelle aule dei Tribunali o nei commissariati, non vengono ascoltate nei luoghi che invece sarebbero deputati a supportarle, perdono il lavoro a causa dei maltrattamenti subiti e sono condannate ad una esistenza di povertà.

Prevedere l’irrevocabilità della denuncia per atti persecutori, senza chiedersi perché le donne revochino le denunce, significa concepirle come soggetti incapaci di portare avanti il proprio percorso di liberazione dalla violenza e sovra determinarne le azioni e le decisioni.

Inasprire le pene nel caso in cui la violenza sessuale sia perpetrata ai danni di una donna in stato di gravidanza, sancisce una pericolosa differenza di valore tra le donne non riconoscendole nella loro dignità di persone, a prescindere che diventino madri o meno. Non è uguale per tutte una legge costruita su una logica di sottrazione che legittima e riproduce quella violenza normativa di incasellare la soggettività delle donne nei ruoli e nelle funzioni imposti dalla società.

Inserire all’interno del decreto misure repressive e securitarie che niente hanno a che fare con la lotta contro la violenza di genere significa ancora una volta usare il corpo delle donne strumentalmente, allo scopo di far passare norme restrittive che spengono ogni forma di dissenso.

Significa inoltre considerare la violenza di genere non come un fenomeno specifico, che quindi merita una attenzione esclusiva, ma uno dei tanti “fenomeni delinquenziali divenuti particolarmente acuti”.

Non aver coinvolto nella discussione e nella elaborazione del decreto le associazioni di donne che da anni lottano contro il fenomeno della violenza di genere rappresenta un’occasione persa per la crescita di consapevolezza su questo grave fenomeno, e per la creazione di misure efficaci al suo contrasto.

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Il femminicidio delle larghissime intese

Imma Barbarossa
http://paestum2012.wordpress.com/

Confesso di aver provato un moto di sgomento nel sentire (e vedere) Angelino Alfano parlare di “violenza di genere” e di un decreto governativo composto di “prevenzione, punizione, protezione”. Poi con la retorica commossa del presidente Letta il femminicidio entra a pieno titolo in un provvedimento con cui le larghe intese affrontano con la fretta del “fare” l’emergenza della violenza maschile contro le donne, accanto a misure repressive contro il “terrorismo” del movimento No Tav e… contro i ladri di rame.

Ancora una volta le donne entrano in un provvedimento di ordine pubblico e sicurezza, ancora una volta corpi e menti sotto tutela. La storia è lunga, il dibattito tra le femministe complesso e accidentato, fin da quando nel senso comune cominciò a farsi strada l’idea che la violenza contro le donne non era una questione di offesa al pudore o alla morale, in cui si sono per decenni esercitati giudici e penalisti su quanto la “provocazione” femminile desse o non desse adito al desiderio irrefrenabile dell’uomo cacciatore e su come le mogli non dovessero rifiutarsi al debito coniugale. Sotto l’urto e la riflessione del movimento femminista la questione della violenza contro le donne cominciò a collocarsi dentro l’ordine patriarcale e il sistema del dominio maschile. Dell’amore come possesso. Dentro il ‘nido’ della famiglia, dentro la ‘serenità’ della coppia anche ‘regolarmente’ coniugata in chiesa.

L’ottica prevalente fu la giusta abrogazione delle norme del codice Rocco e insieme l’esigenza di una legge che, da una parte, affrontasse la questione in termini penali, dall’altra rendesse ‘superflua’ la denuncia della vittima. “Procedibilità d’ufficio” sembrava la soluzione più protettiva nei confronti delle donne, e tale senso cominciò a insinuarsi nelle donne delle istituzioni, a cui fu delegato il compito di occuparsi dei termini legislativi, magari con qualche eccezione, quella all’interno del matrimonio, in quanto “tra moglie e marito non mettere il dito”, come recita un proverbio popolare.

Eravamo in poche, tra gli anni Settanta e Ottanta, a ritenere che alla donna dovesse essere lasciata la libertà e la responsabilità della querela di parte, costruendole intorno un contesto e una rete di solidarietà e di “welfare di genere”. Poche ma visibili. Ma furono gli anni Novanta a partorire le “Norme contro la violenza sessuale” (legge n.66 del 15 febbraio 1996), alla fine di uno dei governi Berlusconi, pochi mesi prima della vittoria elettorale di Prodi. Relatrici Alessandra Mussolini e Anna Finocchiaro. Una legge che aumentava le pene sempre a motivo di sicurezza, introduceva la querela di parte tranne in alcuni casi (se lo stupro era commesso da un genitore o tutore o appartenente alle forze dell’ordine e via dicendo), ma soprattutto introduceva la questione della violenza presunta che interveniva pesantemente sul ‘consenso’ delle minori, cioè sulla libertà delle giovanissime. Ricordo che nel plauso generale istituzionale Rifondazione comunista votò contro (dichiarazione di voto di Elettra Deiana) e fu estremamente faticoso spiegare ai compagni maschi le motivazioni di quel voto contrario: quando c’è da “difendere” le donne tutti, o quasi tutti, diventano paladini.

Oggi ci risiamo: nel frattempo le larghe intese hanno scoperto il termine femminicidio, si approvano misure già approvate e mai applicate (ad esempio l’allontanamento del violento dall’abitazione familiare), si rende irrevocabile la querela, ignorando che tante donne uccise hanno ripetutamente e inutilmente denunciato. Questa volta il plauso non è tanto generale. Qualche crepa si apre, anche se le critiche che mi è capitato di leggere, tranne qualche eccezione, sono di questo tipo: la legge va bene, ma sono solo parole, non ci sono soldi per i centri di accoglienza per donne maltrattate, non basta una legge, la questione è culturale. Si trascurano,a mio avviso, due aspetti, uno sociale e culturale, l’altro simbolico.

Quello sociale e culturale sta nella mancanza di un contesto solidale nei confronti delle donne: soprattutto occorrerebbe avviare percorsi formativi sessuati nelle scuole e in tutti i luoghi in cui le relazioni tra i sessi potrebbero essere sottratte agli stereotipi maschilisti, viriloidi, patriarcali. Percorsi formativi per docenti, personale dei tribunali, commissariati, vigili urbani e così via. L’aspetto simbolico infine, che a me pare centrale: la modifica profonda della relazione tra i sessi e soprattutto la centralità di una soggettività femminile libera e consapevole della sua autonomia e della sua autodeterminazione. Il punto è questo. Senza di questo si rischia la celebrazione, in parlamento e sui giornali che contano, del solito squallido rito dell’“unanimità” sulle donne, magari con qualche ghiribizzo del Movimento Cinque stelle, affascinato dall’aumento delle pene. E ribadendo, secondo un senso comune ahimè troppo diffuso, che la violenza contro le donne non è né di destra né di sinistra. Nel senso che la sinistra non è né maschile né femminile. E’ neutra, cioè è maschile.

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