Home Politica e Società Kyenge: “Non mi fermo: voglio rompere il muro razzista”

Kyenge: “Non mi fermo: voglio rompere il muro razzista”

Intervista di Rachele Gonnelli
L’Unità, 24 agosto 2013

Ha il potere di suscitare sentimenti forti, profondi, Cécile Kyenge. Poi dipende da cosa uno ha nel fondo del suo animo. Evidentemente l’unica corda che riesce a vibrare nel cuore di Mario Borghezio sono le note di Faccetta nera. A Tarsia, piccolo paese dell’entroterra calabro, appena l’hanno vista e riconosciuta per strada, le finestre si sono aperte, la gente si è messa a salutare dai balconi. No, non perché è il primo governante di origine straniera e con la pelle di colore nero o perché si batte per l’integrazione e una società multiculturale. «Sono tutti molto orgogliosi di me spiega lei e non mi considerano una straniera, anzi proprio l’opposto. Mi dicono: sei la prima tarsiana che va al governo e quando ci ricapita a noi?».

Aggiunge la ministra: «In effetti sono anche un po’ di Tarsia, perché è da lì che viene la famiglia di mio marito, sono orgogliosa di essere anche calabrese». Nata in Congo, prima di fare il ministro lavorava come medico a Modena. Quindi si può definire una congolese-modenese-calabrotta. Insomma, frutto, oltre che della globalizzazione, anche dello squilibrio territoriale italiano: un record di ibridazione o mdting-pot. Ciò che fa gonfiare le vene del collo ai cantori di Faccetta nera sotto il vessillo di Casa Pound odi altre bandiere.

C’è chi la odia e anche chi i si butterebbe nel fuoco per lei. Non le scoccia essere al centro di opposti furori politici?

«Non è facile. Anche perché si aggiunge a un carico di responsabilità che pesa sulla mia figura, diventata una sorta di simbolo. E, guardi, non solo in Italia. Anche in Africa, anche negli Usa. Il mio stato d’animo è che so che devo dare il meglio, so che devo dare risposte anche dal punto di vista comportamentale, dare educazione e formazione, avere un effetto pedagogico. E nonostante gli insulti andare avanti proponendo una diversa visione del mondo anche a chi ne ha una opposta alla mia. In fondo tanti progetti, pur partendo molto distanti, se improntati al rispetto dei diritti umani, possono portare a risultati analoghi».

Non teme di essere schiacciata da questo ruolo di donna-immagine al positivo? Gasparri dice che non conta nulla e non le faranno fare nulla.

«Gasparri è in Parlamento dal ’92, non sono io a dover rendere conto a lui casomai sarebbe lui a dover rendere conto di cosa ha fatto in questi 21 anni. Battute a parte, certo che i timori di non riuscire ci sono sempre. Quando una persona diventa un simbolo che spacca la cultura di prima, vuol dire che apre una strada e che su questa strada si può lavorare insieme. Non si deve incentrare tutto su quello che fa quella persona. C’è il Parlamento, ci sono le autorità locali, la società civile. Ognuno deve fare la sua parte».

Quest’estate ha girato in lungo e il largo l’Italia, dalle feste nel Nord ai piccoli centri del Sud. Quale idea si è fatta?

«È vero, ho avuto pochissimi giorni di ferie. Ho avviato un monitoraggio dei luoghi dove si presentano le difficoltà e anche delle buone pratiche che nascono dai territori. Per verificare i limiti delle politiche sull’immigrazione fin qui adottate e anche i punti di forza su cui imbastire politiche nazionali nuove. Ho avuto molte sorprese. Molti enti locali, pur nella enorme difficoltà di trovare risorse, che è il comune denominatore, stanno portando avanti progetti innovativi come qui in Calabria ad Acquaformosa e a Riace. Persiste una difficoltà culturale, e parlo del Sud, dove non sono certo io a segnalare un aumento dell’attività della criminalità organizzata che fa da freno allo sviluppo e al lavoro. Le persone che sono più invisibili sono spesso le più ricattabili».

Sta lavorando a un piano per il superamento dei Cie?

«Ho chiesto una riflessione su questo. Il monitoraggio in giro per l’Italia è servito anche ad acquisire dati sulle condizioni di vita nei Cie. Quello di Isola Capo Rizzuto è stato chiuso dopo l’ultima rivolta ma la struttura è in condizioni inutilizzabili. Sui Cie ci sono considerazioni che devono essere fatte sul piano umano, econole sue regole, le sue leggi, ma sempre devono essere tutelati i diritti delle persone, specialmente se non hanno commesso alcun reato e vengono trattati peggio dei peggiori criminali. Non ha senso, ad esempio, che l’identificazione non sia possibile farla in carcere. Bisogna eliminare questa commistione. E si potrebbero risparmiare fondi da destinare all’accoglienza. Una persona che ha fatto un percorso di integrazione, non crea problemi. Ma le si devono offrire opportunità per uscire dalla clandestinità e dall’illegalità. Ci guadagnamo tutti quanti».

Il vice premier Alfano ha proposto di far pagare rette e alloggi ai Paesi di provenienza. Una provocazione?

«Potrebbe essere. Certo non è il mio pensiero né lo posso condividere, mentre le proposte serie vanno condivise, discusse con tutti, per riuscire a capire gli obiettivi e su cosa si basano concretamente. Sapendo che i diritti sono universali, non si può operare una disparità di trattamento. Che facciamo se alcune persone hanno problemi con il potere politico in loco, da cui dipendono per le rette? E poi c’è il carovita che non è lo stesso ovunque, un euro non vale un euro qui come in Egitto o in Albania. Vorrei ragionamenti sensati piuttosto che spot».

Ha detto di voler cambiare la legge Bossi-Fini. Ha una proposta di legge alternativa?

«Nessuna proposta. Il tavolo deve essere avviato a settembre con tecnici, amministratori ed esperti. La fase degli annunci verrà dopo. Per ora sto condividendo un percorso con i cittadini e con tutte le forze politiche. Il mio metodo è sempre lo stesso, il confronto, che non deve essere solo dall’alto. Segnalazioni di difficoltà e proposte devono venire anche dal basso».

Tutto il governo chiede all’Europa di aiutare di più l’Italia ad affrontare il problema dell’immigrazione. C’è già il Frontex, ci sono i fondi europei. Cosa in particolare dovrebbe fare l’Europa?

«Non vorrei invadere un campo non mio. Abbiamo delle norme. La Convenzione di Dublino sul diritto d’asilo è stata rivista solo pochi mesi fa. Nel 2010 e nel 2011 c’era la possibilità di chiedere di modificare la norma per cui si può chiedere l’asilo politico nella zona Schengen solo nel Paese dove si è sbarcati o atterrati. Ci si poteva far sentire, chiedere di essere considerati come Paese di transito, ma non è stato fatto. Forse questo passaggio è mancato perché la collaborazione con la Commissione europea su molti punti non era delle migliori. Ora è un punto debole. Con Letta, Moavero e Bonino stiamo lavorando. L’occasione per porre la questione sarà il semestre di presidenza europea l’anno prossimo. Esiste poi una norma del 2011: per casi di calamità e emergenze umanitarie la presa in carico del problema deve essere a livello comunitario. Alcuni eurodeputati si battono perché questa norma venga applicata come invece non è stato nel caso dei tunisini rigettati oltrefrontiera dalla Francia. Speriamo che l’Europa la applichi diversamente ora».

Con il Medioriente in fiamme, perdurerà un’emergenza sbarchi?

«Non dobbiamo alimentare un sentimento o una aspettativa di invasione. I numeri e le previsioni servono per approntare e migliorare l’accoglienza. Credo che si debba partire dai limiti che sono emersi durante la cosiddetta emergenza-Nordafrica. Il tavolo di lavoro nato allora sta andando avanti. La logica deve essere quella della distribuzione sul territorio dei profughi, non della concentrazione a Lampedusa o in pochi centri. Si deve anche ricordare sempre che si tratta di persone, che fuggono da guerre, catastrofi naturali, fame. L’Europa e la comunità internazionale devono rafforzare la democrazia e la pace. E si deve rafforzare la collaborazione con i Paesi d’origine dei migranti. A quel punto andarsene è solo una scelta».

Con la crisi molti immigrati se ne vanno. Potrebbero avere un permesso di soggiorno per cercare un nuovo lavoro?

«Adesso se un immigrato perde il lavoro perde anche il diritto al soggiorno e cade nel circuito dell’illegalità, da cui poi è difficile uscire. Il lavoro è anche un bisogno e c’è tanto da recuperare. Lo si può fare anche attraverso l’integrazione. Ad esempio i piccoli comuni spopolati aderendo al circuito Sprar si sono rivitalizzati, hanno riaperto botteghe, laboratori, bar. Il tavolo del Nordafrica deve ripartire di lì, credo. Più in generale: il lavoro crea lavoro. Ho visitato una ditta nel Padovano che fa trattori, era in difficoltà e ha chiesto ad alcuni operai stranieri di aiutare a aprire canali di vendita all’estero. Ora ha varie sedi nel mondo ed è uscita dalla crisi. Se un lavoratore conosce tre lingue, potenzialmente ha accesso a tre mercati. Dopo la crisi può esserci la depressione oppure dobbiamo attrezzarci ad andare oltre le frontiere. L’immigrazione non deve essere vista come un problema, ma come una risorsa».

—————————————————————-

Il signor ministro di colore: stereotipi razzisti e linguaggio “neutro”

Ileana Montini
www.womenews.net

Anche il bianco è un colore, infatti la Kienge alla festa del PD di Cervia ha corretto il giornalista definendosi di “pelle nera”. Vale la pena ricordare che durante la prima emigrazione italiana negli Stati Uniti, i nostri emigranti erano definiti di “pelle olivastra”.

“Il signore ministro Cecile Kienge“ per poco non si è preso in faccia alcune banane, lanciate da un giovane durante l’incontro organizzato dalla Festa del Pd a Cervia venerdì 26 luglio.
Prima del lancio delle banane e dell’arrivo della Kienge, giovani di Forza Nuova avevano gettato nell’area della festa tre manichini imbrattati di vernice rossa con un volantino contro lo jus soli.

La Kienge è stata presentata dalla segretaria comunale Pd Daniela Rampini che l’ha salutata come “ministro”. L’ha fatto anche il coordinatore Giancarlo Mazzucca, direttore del quotidiano Il Giorno, chiamandola “il signor ministro”. Il quale ha tracciato la storia ripetendo la diceria leghista di un’entrata entrata in Italia da clandestina; definendola poi “di colore”, stereotipo di stampo colonialista.
La ministra ha rettificato un po’ indispettita perché è giunta trent’anni fa nel nostro Paese con un permesso di studio. L’on. Paola De Micheli del Pd arrivata con notevole, e giustificato, ritardo ha, a sua volta, definita la Kienge “di colore”.

“Di colore” è una definizione che si usa soltanto per i neri e che suona esplicitamente razzista. Anche il bianco è un colore, infatti la Kienge ha corretto il giornalista definendosi di “pelle nera”.
Vale la pena ricordare che durante la prima emigrazione italiana negli Stati Uniti, i nostri emigranti erano definiti di “pelle olivastra”.

L’insistenza nell’uso del neutro universale, cioè il maschile, applicato a una donna di origine straniera come la Kienge, marca con evidenza l’arretratezza mentale dell’Italia. Cioè, la difficoltà culturale a riconoscere alle donne, in quanto tali, il diritto di raggiungere ruoli importanti e di potere.

Difficoltà delle stesse donne (vedi la segretaria Rampini) a legittimarsi il diritto di parlare, agire nell’ambito pubblico, a partire dalla propria soggettività storica; senza essere assimilata al modello maschile.
D’altronde, pochi giorni prima alla festa del Pd della città rivierasca romagnola, si era svolto un dibattito sul femminicidio, coordinato da una giornalista di una Tv locale che si è ripetutamente definita come “un giornalista…”.

Ci si chiede perché il Pd locale non ha invitato a condurre l’incontro con la ministra per l’emigrazione e l’Integrazione, un/una giornalista preparato/a su queste problematiche. E’ mancata, per esempio, una domanda assai opportuna, sull’argomento delle seconde generazioni di ragazze e sulla situazione, in genere, delle donne immigrate.

La problematica dell’integrazione, assai complessa, non si può trattare in modo generico. Richiede un taglio di genere perché, tra l’altro, spesso in talune etnie le donne, le giovani donne, pagano il prezzo di essere considerate con il loro corpo, il segno dell’identità collettiva . E in quanto tali quindi controllate dagli uomini padri, mariti, fratelli in modi coercitivi se non violenti.

Nel Pd sembra esserci un grosso deficit di formazione politica e culturale della dirigenza. E’ emerso esplicitamente nel comizio tenuto dall’onorevole piacentina, pragmaticamente brava, ma poco solida sul piano delle idee e dei concetti più generali.

1 comment

Prof. Alberto Bencivenga domenica, 25 Agosto 2013 at 11:30

Ho vissuto circa 40 anni in Africa insegnando chirurgia all’università di Mogadiscio e poi di NairobI (dopo averlo fatto per anni in Germania e Svizzera) ed ho viaggiato in lungo e in largo in Africa, in Asia e nelle Americhe, imparando una cosa: che gli africani hanno un’umanità e un senso pratico decisamente superiori a chiunque! È per questo che sono stato felicissimo quando ho saputo della nomina della Dott.ssa Kyenge a ministra! Perché ho sperato che possa riuscire a civilizzare un po’ i sottosviluppati professionisti della politica italiana!

Reply

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.