Siria, troviamo il coraggio di rompere l’indifferenza

Sabrina Ancarola
www.articolo21.org

“Ogni giorno ci sono nuove storie di massacri, ingiustizie, torture, ma ci si fa appena caso. Siamo sopraffatti. Pensiamo di non poterci fare nulla e così tutti diventiamo sempre più complici del più semplice dei crimini: l’indifferenza.” Tiziano Terzani

Le immagini dei bambini siriani uccisi dal gas nervino hanno fatto il giro del mondo, quante altre testimonianze occorrono affinché la comunità internazionale prenda provvedimenti per fermare questo orrore? Cosa dobbiamo fare affinché il mondo ripudi definitivamente la violenza come risoluzione ai conflitti? Ci commuoviamo quando guardiamo i vecchi filmati dei campi di concentramento, quando rivediamo pellicole come Schindler List, ma cosa proviamo oggi per i bambini e per gli adulti siriani? Dove sono le voci degli intellettuali, degli artisti? Dov’è la voce della coscienza civile del mondo? L’indifferenza è un crimine, come affermava Tiziano Terzani, oltre questa indifferenza riscontro anche come criminale l’atteggiamento di chi nega le stragi facendo assurde teorie supportate da pregiudizi, superficialità e non mostra il minimo cuore verso le vittime.

Il VDC (Centro per la Documentazione delle Violazioni dei Diritti Umani in Siria) ha pubblicato una relazione sui fatti accaduti nei sobborghi di Damasco la notte fra il 20 e il 21 agosto, questa relazione è scaricabile in pdf a questo indirizzo: http://www.vdc-sy.info/pdf/reports/chemicaldamascussuburbs-English.pdf In questo report il VDC documenta, attraverso le testimonianze dirette, quei momenti terribili a partire dal bombardamento dell’ospedale Al Fateh avvenuto poche ore prima.

L’attacco con uso di agenti chimici ha sorpreso molte persone nel sonno che non hanno avuto la possibilità di reagire. Tali sostanze colpiscono in modo particolare i bambini, le vittime più numerose di questa strage. Durante il tragitto dei testimoni nelle zone colpite dal gas ogni animale incontrato per strada è stato ritrovato morto. La sofferenza delle donne, rispetto a quella degli uomini, è stata maggiore per la mancanza di spazi privati dove potersi togliere gli indumenti contaminati e potersi lavare. Dato lo stato di panico generato dall’attacco è stato impossibile procedere all’identificazione di molti cadaveri che, anche a causa del caldo, sono stati seppelliti in fosse comuni.

Immaginiamo l’inferno dei genitori che cercano i loro figli, lo strazio, il dolore. “La cosa più difficile non è stata la morte in sé, ma il panico negli occhi della gente” Molti hanno assistito con impotenza alla morte dei propri figli. Altri fattori che hanno di fatto accresciuto il numero delle vittime sono stati la mancanza di ospedali, di strutture mediche, di personale sanitario e di attrezzatura adeguata ad assistere le vittime di armi chimiche.

Razan Zeitune, giovane avvocatessa siriana, attivista per il diritti umani (insignita di numerosi riconoscimenti internazionali fra cui: il Premio Sakharov, il Premio Politkovskaja, il Premio Ibn Rushd per la “Libertà di pensiero” e il Premio “Women of Courauge”) è rimasta nel suo paese per monitorare e denunciare le violazioni. Nel sito NewLebanon ha raccontato quanto ha visto dopo il massacro a Ghouta (la traduzione integrale dall’arabo all’inglese si può leggere qua: http://www.sirialibano.com/siria-2/massacro-nella-ghuta-il-racconto-di-razan-zeitune.html)

“Sto cercando di rivivere qual giorno al rallentatore nella speranza di poter scoppiare a piangere come una persone “normale” dovrebbe fare. Sono terrorizzata da questo torpore che sento nel petto e dalle immagini sfuocate che girano nella mia mente. Non è questa una reazione normale dopo una giornata passata ad inciampare sui corpi allineati fianco a fianco in lunghi e scuri corridoi. I corpi, avvolti in vecchie coperte e nel lino bianco, mostrano solo i volti diventati blu con una schiuma secca intorno alle loro bocche e, in alcuni casi, un filo di sangue che si mescola a questa schiuma. Su molti corpi è stato scritto un numero, su alcuni la parola “sconosciuto”.

La stesse storie, le stesse immagini, si ripetono in ogni avamposto medico della regione di Ghouta che accoglie i martiri e i feriti. I medici, nella maggioranza colpiti loro stessi dai gas velenosi, raccontano più volte di quante porte abbiano dovuto forzare nelle case dove hanno rivenuto i bambini che dormivano tranquillamente in pace nei loro letti. Qualcuno è riuscito a raggiungere i centri medici e di primo soccorso, ma molte intere famiglie sono state rinvenute morte, prese dai loro letti e trasportare direttamente nelle fosse comuni. Un padre è in piedi davanti alla tomba dove il figlio e la moglie sono stati sepolti a fianco di altre numerose famiglie. Ho pensato che forse avrebbe segretamente invidiato le famiglie interamente sterminate, coloro che non hanno lasciato nessuno dietro sé a sentire il dolore della perdita.

Gli scontri sono vicini e ancora pesanti, ma nessuno se ne frega. Sono tutti impegnati a scavare e a togliere la sporcizia. Una persona che vigila sui lavori di sepoltura spiega come sono stati messi, fianco a fianco, 140 cadaveri in questa piccola tomba. Dice che per scattare le foto è necessario fare l’elenco dei nomi delle intere famiglie sepolte qua e là. Un attesa come quella di chi suppone d’incontrare la propria famiglia, salutare i genitori, giocare con i bambini, ma tutto ciò che vediamo è un po’ di sporco irregolare e alcuni ramoscelli sparsi a caso sopra.

Le famiglie si affollano nei corridoi rivestiti dai corpi per cercare i propri figli. Una vecchia signora entra e prega i presenti di portarla dai propri figli e dai propri fratelli che sono stati uccisi. Alcuni giovani l’aiutano scoprendo i volti dei martiri che ancora non sono stati identificati. Si passa da un viso all’altro con il fiato sospeso fino a quando la signora crede erroneamente di aver visto qualcuno di sua conoscenza. La ricerca finisce e lei, con voce tremula, loda Allah, perché ad ogni avamposto medico che visita diminuisce la probabilità di trovare morto uno dei suoi cari. Nella maggior parte dei casi le famiglie sono state sparse negli avamposti medici di tutta la regione di Ghouta. Molti che hanno ricevuto un trattamento sanitario si fanno forza per andare a ricercare i membri della loro famiglia da una città all’altra. E per coloro che non sono riusciti a ritrovare i loro cari nei corridoi rivesti dai feriti e dai martiri, o nelle liste dei defunti che il personale amministrativo è riuscito a stilare, prevale la rabbia e la tristezza, spesso hanno come unico risultato quello di crollare a piangere.”

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Millecinquecento persone gassate a Goutha, in Siria. Ma leggendo e rileggendo si ha l’impressione che Goutha non esista…
http://ilmondodiannibale.globalist.it

Un giornalista che si trovava ad Arbeen ha sussurrato: 18 missili sono stati sparati dall’area damascena dell’aeroporto militare di Mezzeh e dell’October War Panorama, il museo militare del regime degli Assad, colpendo Zamalka, Ayn Tarma, Douma, and Moadamiya. Cioè quella zona urbana denominata Est- Goutha.

Il collega Muhammad Salaheddine, della Alan tv, ha dichiarato di aver visto quattro bombe da 122 mm arrivare dall’area dell’autostrada Damasco-Homs e dal Baghdad Bridge, adiacente il centro di ricerche chimiche di Nusariyeh, controllato dall’esercito leale alla famiglia al-Assad.

Un medico ha affermato di essersi dovuto assumere la responsabilità di decidere chi curare e chi lasciar morire, vista la penuria di mezzi a disposizione.

I bombardamenti da Damasco, spesso aerei, ha spiegato un altro dottore, erano frequenti, per questo molti genitori, la sera, portavano i figli a dormire nel rifugi approssimativamente costruiti negli androni, ai pianterreni. Ma il gas è pensante e così quando c’è stato l’attacco è entrato proprio lì: ecco perché sono morti tanti bambini.

Ma tutto questo è vero? Forse sì, ma chissà chi è stato, si chiedono alcuni. E chissà se qualcosa è accaduto davvero, chiedono opportunamente altri.

Già , forse non è accaduto proprio niente: come nulla accadde nel 1988 ad Halabja, nel Kurdistan iracheno.

Est Goutha non esiste, come probabilmente non esiste Halabja. Esistono le sale del Palazzo di Vetro, esistono gli esperti interpellati dai grandi giornali, quelli che non studiano da dove venga una bomba per capire chi l’abbia sparata, ma il “cui prodest”.

Poi esistono i guru, quelli che ci fanno sobbalzare dall’entusiasmo quando ci fanno sapere che qualcuno negli anni Novanta con preveggenza scoprì che con la Guerra Fredda le ideologie perdevano peso e le religioni le avrebbero sostituite, e questo avrebbe messo in contrasto la civiltà islamica con l’Occidente.

Dunque la rivoluzione khomeinista non c’era stata, e probabilmente non c’è mai stata; dunque la teoria del cerchio della fede per isolare l’Unione Sovietica sul suo fianco sud non era mai stata elaborata e probabilmente non è mai esistita; dunque l’invasione sovietica dell’Afghanistan non c’era stata e probabilmente non c’è mai stata, come il finanziamento statunitense dei “mujaheddin” o il Contras-Gate. Tutto questo probabilmente non ha mai avuto luogo.

E io direi che non ha mai avuto luogo Halabja, la carneficina chimica di curdi ingiustamente imputata a Saddam, o questo presunto incidente di Est-Goutha.

Tutto procede bene, per fortuna. Riposiamo in pace.