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Don Enrico Chiavacci: quando la morale incontra la storia. E si fa cammino

Valerio Gigante
Adista Notizie n. 30 del 07/09/2013

Negli ultimi tempi, tutte le volte che la nostra agenzia lo contattava per avere da lui un saggio o un’intervista sulle principali questioni in ordine alla teologia ed alla morale, specie durante gli anni del pontificato di Ratzinger, don Enrico Chiavacci si schermiva ricordando soprattutto due cose: la sua età avanzata ed i suoi impegni di parroco, che gli assorbivano tempo ed energie. Ci teneva in questo modo a sottolineare l’importanza del suo essere prete-“pastore” della sua gente, i parrocchiani di San Silvestro a Ruffignano – periferia collinare a nord di Firenze – ancor prima che intellettuale e teologo. Anzi, si può dire che questa sua dimensione così fortemente ancorata alla cura pastorale della sua comunità, esercitata per più di 50 anni, fosse il tratto distintivo anche del Chiavacci teologo, la cui riflessione era sempre in divenire, perché sempre profondamente incarnata nella storia e nella realtà contemporanea, nelle attese e nella prospettiva del “popolo di Dio in cammino”. Per questo, nonostante le diffidenze e a volte l’ostilità da parte della gerarchia cattolica (che ne hanno certamente limitato il cursus honorum), don Enrico Chiavacci, 87 anni, morto a nella canonica della chiesa di San Silvestro nella notte tra il 24 ed il 25 agosto scorsi, è stato un punto di riferimento costante per quanti non hanno avuto paura del Concilio e del vento nuovo che esso poteva portare non solo nella liturgia e nella pastorale, ma nello stesso “dna” della Chiesa, ossia il suo modo di dirsi e di comunicarsi agli altri.

Dalla morale “privata” alla morale sociale

Don Enrico era in qualche modo “figlio d’arte”. Suo padre, Gaetano Chiavacci, era stato per anni docente di filosofia teoretica all’università di Firenze. Il figlio, nato a Siena nel 1926, entrò invece in seminario abbandonando gli studi di ingegneria, che restarono però una sua grande passione (soprattutto i treni, di cui era un grandissimo esperto). Ordinato prete della diocesi fiorentina nel 1950, dopo aver frequentato il seminario con tutta una generazione di giovani che saranno protagonisti della stagione conciliare, oltre che del grande rinnovamento della Chiesa fiorentina (Silvano Piovanelli, Bruno Borghi, Lorenzo Milani, Enzo Mazzi, solo per citarne alcuni), fin dai primi anni del suo ministero, ha unito l’impegno pastorale in parrocchia, prima come viceparroco e poi come parroco (a Ruffignano, cui arrivò nel 1961, per non andarsene più), all’attività di docente. Ha insegnato filosofia presso il liceo del Seminario fiorentino (1960-1966), filosofia morale presso lo Studio teologico fiorentino (1961-1965) e, dal 1966, teologia morale presso il medesimo istituto, divenuto nel 1997 Facoltà teologica dell’Italia centrale. Negli anni ‘80 ha insegnato presso l’Istituto teologico saveriano di Parma. Inoltre è stato visiting professor presso numerose istituzioni, in Italia ed all’estero. Nel 1996, al compimento dei 70 anni, aveva interrotto l’attività di docenza ordinaria allo Studio teologico, ma fino al 2010 aveva continuato a tenere alcuni corsi monografici presso la Facoltà e presso l’Istituto superiore di scienze religiose Beato Ippolito Galanti. Tra i suoi incarichi, quello di vicepresidente e poi anche presidente (1979-1984) dell’Associazione dei teologi moralisti italiani (Atism); membro della presidenza della Societas Ethica – European Society for Research in Ethics dal 1981 al 1985; membro di Pax Christi International; per anni membro del comitato direttivo di Rivista di teologia morale e del comitato scientifico di Rivista di sessuologia; direttore, negli anni ’80, della commissione diocesana Giustizia e Pace.

Sempre attento a coniugare le sue aperture con la sostanziale adesione all’istituzione ecclesiastica (e per questo non è mai stato assimilabile ai cattolici “disobbedienti” tout court), Chiavacci è stato per tutta una generazione di credenti un “gigante” della teologia postconciliare. Il suo Corso fondamentale di Morale, pubblicato nel corso degli anni ’70 e ‘80 dalla Cittadella di Assisi, così come il suo celebre commento al documento conciliare Gaudium et Spes (La Gaudium et Spes, Ave, Roma 1967) restano ancora un imprescindibile caposaldo per tutti coloro che si avvicinano agli studi di Morale. Proprio la Gaudium et Spes per Chiavacci ridefiniva in chiave nuova e positiva il tema dell’etica cristiana, discostandosi dal tradizionale binomio lecito-illecito e passando così «da una morale per la salvezza privata della propria anima a una morale per l’impegno della sequela di Cristo». «La cura e la dedizione per l’altro sono la morale», scrisse in uno dei suoi testi più letti ed apprezzati dalla nuova generazione di teologi, preti, credenti che continuava ad abbeverarsi alla rivoluzione del Concilio, Invito alla teologia morale (Queriniana, Brescia, 1995): «Anche nei miei comportamenti privati, esteriori o interiori, in cui l’altro non è direttamente coinvolto, il mio vivere donato resta il criterio ultimo e ineliminabile della moralità. Anche nella totale solitudine esteriore e nel silenzio interiore, e anche nell’impotenza materiale di entrare in rapporto con l’altro, l’altro mi è sempre presente. Nostro Signore morì in assoluta solitudine e in condizioni di assoluta impotenza, ma anche in un assoluto abbandono al disegno del Padre che tanto ha amato il mondo da dare il suo figlio unigenito (Gv 3,16). Questa è dunque la vita morale nell’annuncio cristiano: e la teologia morale cristiana ha primariamente il compito di additare tale altissima vocazione (Optatam totius, n. 16), e solo secondariamente quello di produrre precetti, aiutare ed accompagnare nella ricerca dei modi migliori, e degli inevitabili limiti, con cui tale vocazione può esser vissuta nel tempo e nello spazio». La sua teologia morale diventava così anche una morale sociale. E non era quindi per eclettismo che Chiavacci indagava un campo più vasto di quello tradizionalmente collegato alla sua disciplina. Applicò infatti i suoi studi sulla morale anche ai sistemi economici, allo strapotere della finanza e della speculazione nell’epoca della globalizzazione, alla realtà dei Paesi in via di sviluppo e della loro dipendenza dai Paesi del Nord della Terra, alla pace, ai diritti umani, alla nonviolenza.

Il difficile crinale tra obbedienza e profezia

Questa sua concezione aperta e anticonvenzionale della morale, teorizzata e professata, lo portò ad assumere posizioni “scomode”. Il suo nome è legato infatti a tutti i più scottanti dibattiti sui temi etici che hanno attraversato il Paese, dagli anni ’60 ad oggi: dal divorzio all’aborto; dalla contraccezione alla sessualità; dall’identità di genere alla condizione delle persone lgbt. Su tutte questi temi Chiavacci si è mostrato sempre aperto ad una elaborazione teologica profondamente innovatrice: a partire dalle sue riserve sull’enciclica Humanae Vitae (1968) che vieta l’uso della pillola anticoncezionale, passando per il referendum sul divorzio, che vide Chiavacci schierato tra gli intellettuali cattolici che “disobbedirono” alle indicazioni della Cei (sostenendo però che la vittoria del “No” non significava di per sé un rifiuto in blocco dell’istituzione ecclesiastica), fino a quando – erano gli anni ‘76-’78 – nell’ambito dell’acceso dibattito in Parlamento e nel Paese sulla legalizzazione dell’aborto, Chiavacci (che sintetizzò il suo pensiero nel libro L’aborto nella discussione teologica cattolica, Queriniana, Brescia, 1977), sostenne che regolamentare l’aborto non era un tabù. Una legge sull’interruzione della gravidanza poteva infatti per lui avere due scopi: rendere l’aborto meno pericoloso possibile per la salute e, soprattutto, dissuadere le donne dall’abortire. Quindi tale legge, lungi dall’essere punitiva per le donne, doveva però mettere in primo piano la finalità dissuasiva rispetto al diritto all’interruzione di gravidanza, che pure Chiavacci ammetteva. Una proposta che andava in quel senso fu quella presentata da La Valle, Meucci, Gozzini e Codrignani, poi recepita nel testo approvato come legge 194/78.

Rispetto al dibattito etico più recente, il teologo si è espresso favorevolmente (non sempre, non in tutti i casi, a condizione comunque che non vi fossero embrioni di risulta) alla fecondazione in vitro omologa. Quando poi, nel 2008, in aperta opposizione al suo vescovo, don Alessandro Santoro celebrò il matrimonio di Sandra Alvino, nata uomo ma da decenni a tutti gli effetti una donna, anche per lo Stato italiano, e Fortunato Talotta, don Enrico Chiavacci, in punta di codice, commentò: «Dal punto di vista del diritto canonico vigente e di alcune, sia pur poche, interpretazioni ufficiali, un matrimonio del genere semplicemente non si può celebrare». Ma, avvertiva subito dopo, in rapporto ai mutamenti della società nonché alle nuove acquisizioni scientifiche, «il diritto può anche cambiare». In nessun caso, infatti, «la Chiesa deve chiudersi in un ‘no’ assoluto e irreversibile, ma pronunciarlo con comprensione della serietà del problema della coppia che ha di fronte, senza farne una battaglia ideologica».

Anche sulla questione del rapporto tra fede ed omosessualità Chiavacci, riferendosi alle fonti bibliche, suggeriva di cercare nuove strade nella morale cristiana, che non ricadessero nella consueta condanna degli atti omosessuali come “contro-natura”. Spiegava il teologo, in un articolo pubblicato nel 2000 su Vivens Homo, rivista della Facoltà Teologica dell’Italia centrale, che nella Bibbia la condanna degli atti omosessuali riguarda sostanzialmente la violazione di un ordine gerarchico che Dio stesso avrebbe stabilito. E che aveva l’uomo al suo vertice. In questo senso, «come altre narrazioni bibliche confermano», Chiavacci riteneva «che il peccato di omosessualità sia in radice non in primo luogo un peccato di sesso, ma un peccato di dominio violento e – nel consenziente – un peccato di abdicazione dal proprio ruolo naturale di dominatore e non di dominato».

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Chiavacci, teologo classico e postmoderno

Antonietta Potente
Adista Notizie n. 30 del 07/09/2013

Non amo fare commemorazioni di nessun genere e, ancor meno, di persone con le quali ho condiviso parte del cammino professionale. Oltre tutto, in questo caso mi viene chiesto di ricordare un collega che incontrai a Firenze quando ero appena all’inizio del mio itinerario riflessivo nell’ambito dell’università, un ambito diverso da quello da cui provenivo. Dunque, conosciuto prima attraverso la sua sintesi e poi conosciuto personalmente.

Con Enrico Chiavacci, avevo una sintonia di fondo, la stessa passione: la realtà contemporanea, con le sue più intriganti trasformazioni. La metodologia, l’approccio, lo stile, certamente erano diversi e, inoltre, dopo pochi anni persi le sue tracce, perché io feci il salto nell’altra prospettiva e partii per il Sudamerica. Così di Enrico Chiavacci, mi arrivavano solo echi e sintesi di pensiero scritte. Non lo sentii mai, in tutti questi anni, perdere il gusto e la passione per le problematiche storiche. Le sue sintesi etiche non lasciavano mai un gusto puramente ecclesiale. Le coordinate su cui si muoveva erano molto vaste, anche se il suo osservatorio non ha mai lasciato il territorio fiorentino.Ed è proprio questo che mi sembra di dover ricordare di Enrico Chiavacci: il suo pensiero era accompagnato e supportato dalla ricchezza del “suo” territorio geografico e culturale, oltre che ambientale. Chiavacci era un teologo colto e la sua morale sociale, oltre ad ispirarsi al clima postconciliare (i suoi commenti alla Gaudium et Spes erano sempre molto belli), si ispirava, a mio avviso, a questo ricco bagaglio culturale, che ispirava in lui anche la sua teologia.Acuto e critico, come un vero teologo postconciliare; e postmoderno, come chi non vuole mistificare la realtà. Ed è proprio questa realtà che si ritrova costantemente nei suoi testi, l’ambigua realtà che lui sapeva mettere in luce per trovare vie di un’etica cristiana saggiamente dialogante.

Enrico Chiavacci ha ispirato molte persone; molti studenti che attualmente sono preti della Chiesa fiorentina e, sottolineo, ha ispirato, perché la sua non mi risulta sia stata una scuola, ma piuttosto la consegna di elementi e strumenti, criteri di lettura importanti perché ciascuno impari a rileggere la vita e la storia che la vita faticosamente partorisce. Allora, forse, tra questi studenti che oggi sono preti fiorentini, si trovano persone diverse, impegnate nella storia in modo diverso, perché ciascuno ha ricevuto da Enrico Chiavacci strumenti di lettura, informazioni preziose, criteri di conoscenza delle situazioni.Come tante altre persone, anche Enrico Chiavacci, sparisce lasciando una scia tra luci e ombre che, a mio avviso non significano aspetti positivi e negativi, ma piuttosto tanti interrogativi.

Domande inquiete a cui aveva dedicato il suo studio attento e la sua fine e distinta passione per la realtà. Chiavacci infatti nella mia memoria, resta come un acuto, fine e distinto teologo della contemporaneità, proprio come la sua cravatta.Non patetico, ma elegantemente solidale. Non eroe, o rivoluzionario, ma intelligentemente impegnato a rileggere l’etica cristiana in mezzo alle molteplici ambiguità del cristianesimo e della Chiesa contemporanea.

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