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Enrico Chiavacci di G.Codrignani

Giancarla Codrignani

Se ne è andato un altro prete che avrebbe potuto essere cardinale o preside di facoltà teologica e invece ha voluto restare prete e parroco, certamente per dignità di vocazione. Ma anche per dignità intellettuale: la teologia era per lui fedeltà e testimonianza, ovviamente nella libertà; e per questo nel suo rigore era perfino intransigente. Faccio parte della Pax Christi storica e quindi l’ho ben conosciuto: percepisco ancora qualche mia timidezza ad entrare in dialogo critico con uno così.

Ho visto in occasione della sua scomparsa alcune note biografiche, ma nessuna indica la sua partecipazione nel 1980 ad un’iniziativa – più politica che di fede – delle comunità religiose americane contro il programma di ammodernamento missilistico della Nato da attuarsi nelle basi americane in Europa. Erano i cosiddetti “euromissili”, 108 Pershing e 464 Cruise, che, essendo a medio-raggio, erano sottratti ai limiti dei trattati Salt: erano preventivati per una guerra nucleare “limitata” in Europa. Il movimento per la pace statunitense invitò così venti personalità dei diversi paesi europei che avevano organizzato manifestazioni e proteste, per informare e sostenere le proteste europee.

Uno dei due invitati italiani era mons. Chiavacci, a nome della Pax Christi: non so quale fosse il suo tour, perché gli amici americani prelevavano gli invitati e subito li mettevano all’opera. Probabilmente gli avranno caricato la valigia per portarlo direttamente dall’aeroporto a celebrare una messa perché nell’omelia spiegasse a quali rischi il governo americano esponeva l’Europa, i cui governi erano troppo deboli per rifiutarsi al grande alleato.

Le comunità religiose erano allarmate e mobilitarono le loro basi con un lavoro a tappeto straordinario, che culminò, mentre ogni singolo momento di incontro degli esperti era servito anche da fund raising per pagare l’intera iniziativa, in una grande dimostrazione a Washington. Ovviamente Pax Christi, in particolare la sezione italiana presieduta da mons.Bettazzi, era anche negli Usa conosciuta e apprezzata da tutte le confessioni e dagli ebrei: è stato credo molto bello per Chiavacci rappresentarla.

Ricordo quest’episodio perché la fermezza con cui ha sempre contestato la violenza delle armi e delle guerre partendo dalla teologia morale, resta la stessa che oggi viviamo con il bilancio della difesa a quota 5 miliardi e mezzo per il 2013, con i nostri F35, con il Muos di Niscemi e l’insensata apertura di fronti nel Mediterraneo. Non perché lui era troppo in là con gli anni e non aveva protagonismo, ma perché i tempi non riescono più a produrre le stesse reazioni, noi, pur sentendoci coerenti, non riusciamo assolutamente a “fare” qualcosa di serio. Qualche interrogativo sul limite umano e sulla sua intermittente impotenza non fa male: Enrico Chiavacci certamente ci avrebbe invitato a ragionarci sopra.

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IL LAVORO

Enrico Chiavacci
da: Lezioni brevi di etica sociale; pp.82 ss

Il lavoro a oggi un argomento a cui si riconosce giu¬stamente un’importanza prioritaria nei programmi di politica economica dei singoli Stati. Ma in un si¬stema economico unico per tutta la famiglia umana – la globalizzazione ormai irreversibile di cui ho già parlato (cap. 5) — il tema del lavoro deve essere ne-cessariamente affrontato nel quadro di tale unico si¬stema economico: nessun governo, anche se pieno di buoni propositi e guidato da economisti valenti, può operare al di fuori del sistema.
Nella visione di fede cristiana vi è sempre, e su qualunque argomento riguardante gli essere umani e la loro convivenza, un ideale da perseguire e una realtà su cui intervenire. Fra ideale e realtà vi è e vi sarà sempre una distanza, un gap, un buco: la batta¬glia fra il progetto di Dio e 1’egoismo umano durerà fino all’ultimo giorno. Noi tutti siamo e dobbiamo essere inseriti in questa battaglia. Dobbiamo essere i profeti che annunciano il Regno. Oc¬corre ripensare dunque all’annuncio cristiano su questo urgente terra del lavoro. Limitarsi a procla-mare che il lavoro è a servizio dell’uomo e che bisogna combattere la disoccupazione serve a poco, e forse solo a mettersi la coscienza in pace senza troppi rischi.
(…….)
Oggi per noi il lavoro è una cosa, e l’attività in cui uno si realizza è cosa del tutto diversa. Basta pensare a due dottrine cattoliche tipiche del nostro secolo. Nelle prime encicliche sociali la preoccupazione per il lavoratore era triplice: il giusto salario e il salario familiare, le condizioni sul posto di lavoro (e in specie la moralità per le donne), il diritto al riposo festivo. Negli anni postbellici si affermò il tema del “tempo li¬bero”, come il tempo in cui ritrovare se stessi e rea¬lizzare le personali aspirazioni. Come è chiaro, il la¬voro era considerato altra cosa dall’attività propria¬mente umana.
Questo non deve stupire: con la prima industrializ¬zazione e contemporaneamente con l’imporsi delle dottrine economiche liberiste il lavoro non ~, e non può essere, che un fattore della produzione. Tutta la vita del lavoratore, anche quella familiare e religiosa e organizzata intorno a questa idea fondamentale: certamente è questa una grande lezione che abbiamo imparato da Karl Marx (e forse è per questo che molti, anche nella Chiesa, non hanno voluto impa¬rarla). Ma basta leggere qualche romanzo di Ch. Dic¬kens — soprattutto Hard Times (Tempi difficili) scritto nel 1854, cinque anni prima della Critica dell’economia politica e tredici anni prima del Capitale — per capire questa totale separazione (alienazione) del lavoro da ogni attività umana e umanizzante. Il lavoro, soprattutto il lavoro dipendente, è ormai pa¬cificamente accettato come qualcosa che serve a pro¬durre: quanto ad arricchirsi umanamente il lavora¬tore, se ci riesce, si arrangerà come meglio crede. Con l’avvento della produzione di grande serie — il fordi¬smo o il taylorismo — anche la modesta soddisfazione umana di saper far bene e intelligentemente il pro¬prio lavoro tende a sparire.

Peggio che ai tempi di Dickens e Marx

Oggi il problema è assai più grave. Dato che non si può avere il necessario per vivere se non lavorando, la disoccupazione è stata sempre un dramma. Ma fino agli anni ’60 inclusi, la disoccupazione poteva essere contrastata con l’aumento degli investimenti: ogni aumento degli investimenti di capitale equivaleva —per ciascun settore produttivo — a una certa quota di nuovi posti di lavoro. Oggi ciò non è più vero. Con la rivoluzione del silicio — l’introduzione massiccia dell’elettronica e dell’informatica — a partire dagli anni ’70 si investe per ridurre i posti di lavoro. Non il pro¬fitto dell’imprenditore, ma la massimizzazione del profitto del capitale è la regola suprema del sistema economico mondiale. Licenziare il maggior numero possibile di lavoratori dipendenti è ormai un credo a cui nessun imprenditore si può sottrarre.
(……..)
Sta di fatto che oggi la situazione e molto peggiore che ai tempi di Dickens o di Marx: oggi il primo pro-blema non è l’alienazione e lo sfruttamento dell’atti¬vità umana ridotta a merce, ma è la sopravvivenza fi¬sica messa a rischio dalla corsa al licenziamento in al¬cune aree e dal lavoro precario, disumanizzante, sot¬topagato e senza alcuna tutela sindacale o legislativa in altre aree.
La cultura del vantaggio economico
Ma vi è anche il problema quasi del tutto ignorato della sopravvivenza psicologica: il disoccupato, an¬che se con una sufficiente cassa integrazione, diviene presto un disadattato, un frustrato, un disperato che non ha possibilità di sentirsi vivo in un’attività che in qualche modo dia un senso al proprio esistere. Molti sono i suicidi da disoccupazione (già me lo diceva il card. Pellegrino negli anni ’70). A questa violata di¬gnità dell’essere umano, intrinseca alla logica economica mondiale oggi dominante, pochi fanno caso. Se tanti cattolici proclamano che il lavoro deve essere a servizio dell’uomo ma non hanno coraggio o interesse a mettere radicalmente in questione tale logica, que¬sti cattolici — ecclesiastici o laici che siano — rendono non credibile il loro annuncio.
E tuttavia la tragedia ha dimensioni ancora profonde. La logica della massimizzazione del pro¬fitto è ormai diventata anche la logica del lavoratore, dal grande dirigente al manovale. L’unico interesse è massimizzare il vantaggio economico: l’idea del la¬voro come fattore essenziale di umanizzazione, di au-torealizzazione — cioè del lavoro come attività umana — sta sparendo. La logica dei padroni è diventata la logica stessa dei lavoratori dipendenti: e un aspetto rilevante di quello che si dice il “consumismo”. E’ un fenomeno in parte spontaneo e inevitabile, in parte indotto ad arte attraverso la comunicazione di massa. Chi è in qualche modo in grado di scegliere un indi¬rizzo professionale non sceglie quello che gli è più congeniale, tanto meno quello in cui meglio può ser¬vire il suo prossimo: sceglie semplicemente quello che promette più rapidi e più sostanziosi guadagni.
Che fare di fronte a questo desolante panorama? Non spetta al teologo dare risposte tecnico-politiche, e comunque non posso farlo in questa sede.

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