Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia «Genitore» contro «madre» e «padre», ecco perché è un falso problema

«Genitore» contro «madre» e «padre», ecco perché è un falso problema

Elena Tebano
http://27esimaora.corriere.it

C’è un enorme malinteso alla base del dibattito sull’adozione del termine «genitore» al posto di «madre» e «padre», rilanciato nei giorni scorsi dalla ministra per l’integrazione Cécile Kyenge. Su questo blog ne ha parlato Elvira Serra, spiegando che è sbagliato considerare l’uso di «papà» e «mamma» un «concetto obsoleto».

Non potrei essere più d’accordo. È d’accordo anche la consigliera comunale di Venezia che ha introdotto la proposta di sostituire «padre» e «madre» con «genitore» sui moduli burocratici, come quelli per l’iscrizione all’asilo. «La scelta genitore, non esclude l’uso corrente del termine madre e padre, come molti temono, semplicemente li comprende – ha detto senza possibilità di dubbio la consigliera Camilla Seibezzi all’Ansa –. Questo provvedimento fa sì che qualsiasi tipo di famiglia che vada a iscrivere i propri figli alla scuola, non subisca discriminazioni né viva situazioni di disagio».

La nuova dizione vale per la burocrazia e serve a evitare di escludere a priori e le nuove famiglie che pure ci sono già nella società italiana. Nessuno, insomma, intende vietare di chiamare papà e mamma la coppia di genitori eterosessuali. O di aggiungere a penna, anche sui vari formulari, la dizione tradizionale. Potrebbero farlo persino le coppie gay: «a. Genitore – MADRE Tizia» e «b. Genitore – MADRE Caia». L’unica cosa che lo impedisce semmai è che la madre o il padre «sociale» (quello che non ha concepito il figlio, anche se lo ha voluto mettere al mondo e lo cresce insieme al partner) per la legge italiana non ha alcuna potestà sui bambini.

Per altro la ministra Kyenge ha risposto a una domanda dei cronisti sulla proposta di Seibezzi e ha detto di essere «a favore di tutto ciò che favorisce le pari opportunità». Adesso il suo portavoce smentisce che abbia mai definito superati i concetti di padre e madre. Ma per molti il timore è proprio che una proposta del genere significhi abbandonarli.

Usare una definizione più ampia (genitore), invece, non implica il divieto di adoperarne una più specifica (padre, o madre); pensarlo significa dare per scontato che le scelte di alcuni, o anche di molti, debbano valere per tutti – e con questo proprio non sono d’accordo.

Non sono d’accordo neppure con quanto scrive Elvira Serra sul fatto che i genitori sono sempre un uomo e una donna, perché sono coloro che concepiscono i bambini. Un genitore non è una persona che si limita a compiere l’atto della riproduzione (o a donare il suo Dna per permetterla), ma colui che ha la responsabilità di crescere un figlio. Questo e solo questo rende davvero padri e madri. Personalmente, credo anche che i bambini nati grazie alla donazione di gameti (sperma oppure ovuli) abbiano il diritto a sapere chi sono i loro donatori, e che questo diritto dovrebbe essere loro garantito dalla legge. Ma la donazione di per sé non rende quelle persone i loro genitori. Lo si diventa davvero solo nella relazione (buona o, ahimé, a volte anche cattiva) con i bambini.

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Perché sono contraria a «genitore 1» e «genitore 2»

Elvira Serra

Premessa n.1: il ministro Kyenge sta facendo un grande lavoro sull’integrazione. A lei ho dedicato la mia rubrica «La forza delle donne» sul numero di F di questa settimana. Il titolo dice tutto. «Abbiamo un sogno: che gli insulti verso di lei finiscano».

Premessa n.2: qui non c’entrano i diritti degli omosessuali, dei quali altre volte mi sono occupata sulla 27esima ora.

Detto questo non sono d’accordo con Cécile Kyenge quando si dice favorevole alla proposta di usare a scuola la parola «genitore 1» e «genitore 2» al posto del «concetto obsoleto» di «padre» e «madre».

Lei replicava all’idea di Camilla Seibezzi, consigliera comunale e delegata del sindaco di Venezia ai diritti civili e contro le discriminazioni, che aveva suggerito questa soluzione per evitare che i bambini alla scuola materna si sentissero diversi dagli altri: dunque voleva essere un passo in avanti contro l’omofobia. Seibezzi, dopo quella uscita è stata minacciata di morte. E questo non va bene, non è tollerabile e va denunciato in modo forte e chiaro.

Però, vorrei tornare al punto. L’iniziativa, nasce sull’onda francese, e qui se ne è già occupato Stefano Montefiori da Parigi.

Io ci vedo un impoverimento, non un arricchimento. Magari sbaglio. Ma nessun progresso può passare dalla cancellazione del passato. Peraltro, al momento (e mi consola), i bambini nascono ancora da un uomo e da una donna. Poi, nelle famiglie arcobaleno, ci sono due mamme o due papà.

Ma il nome che secondo me non può mai essere «obsoleto», come dice il nostro ministro per l’integrazione, è quello di mamma e di papà, di madre e di padre, che sono la nostra storia, le nostre origini, le nostre radici.

Mi spingo più in avanti. Credo che ogni bambino abbia diritto di sapere come è stato concepito. Da due ovociti non nasce un embrione. Da due spermatozoi non nasce un embrione. Così è. Mentre è vero che come si amano un uomo e una donna si amano due donne e due uomini, che da quell’amore possono desiderare un figlio. Figlio che però non nascerebbe senza i due ingredienti fondamentali.

Possiamo discutere sul fatto che non può essere chiamato padre un donatore di sperma, né madre una donatrice di ovuli o di un utero in affitto. Biologicamente, però, il padre e la madre sono quelli.

Non basterebbe scrivere, nei documenti scolastici, «mamma 1» e «mamma 2», «papà 1» e «papà 2»?

Ecco cosa ne pensa Camilla Seibezzi, dalla quale è partita la proposta a venezia:

Il diritto dei figli di tutti viene prima di tutto. I bambini vanno tutelati nei loro legami affettivi. La proposta di inserire “genitore” nei moduli di iscrizione scolastica non è accompagnato da alcun numero né deve indicare gerarchie: dunque né 1 né 2. E’ questo il termine che ad oggi meglio descrive la capacità di crescere i figli così come evidenzia anche l’evoluzione del diritto minorile: non si parla più di patria potestà, bensì di potestà genitoriale. Si continuerà ad essere padri e madri. Tutti. Semplicemente “genitore”. Il termine sostituirà padre e madre al fine di porre l’accento sulla capacità genitoriale e non sulla funzione riproduttiva. Il termine genitore seguito da più spazi permette di definire la realtà famigliare dei bambini a prescindere dal tipo di famiglia: si può avere un solo genitore per scelta o per lutto, una coppia di genitori eterosessuali o omosessuali, famiglie ricomposte, genitori adottivi o affidatari. Tutti sono compresi dal termine genitore. Essere cittadino italiano non significa venire umiliato nella propria identità regionale né dignità di cittadino. Genitore comprende tutti, è l’estensione di un diritto non la sua cancellazione. Non esiste pari dignità se non si hanno pari diritti.

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