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Siria – Gli interessi economici della Francia interventista

Marco Cesario
www.linkiesta.it

Appiccare il fuoco della guerra non per esportare la democrazia ma per dare un soffio vitale all’economia. In attesa del cruciale voto del congresso americano e l’altrettanto cruciale dibattito all’Assemblea Nazionale che potrebbe anche concludersi con un voto, l’adagio per la Francia sembra funzionare. Mostrare i muscoli, gonfiare il petto e pazienza se pure gli inglesi si sono momentaneamente tirati indietro e Assad minaccia rappresaglie contro una Francia riluttante (il 64% dei francesi è contraria ad un intervento in Siria e secondo un altro sondaggio il 74% vuole un voto all’Assemblea per decidere su un eventuale intervento).

Come ha ben spiegato Noam Chomsky, la corsa alle armi ha da sempre anche un ruolo decisivo nel tenere in moto l’economia ed il keynesismo militare non è soltanto appannaggio degli Stati Uniti ma da diversi anni anche un feticcio della politica estera della Francia. Alla stregua di una media potenza che cerca di riconquistare la sua perduta influenza nel Mediterraneo, la Francia, così come accadde in Libia, è infatti in prima fila tra i paesi interventisti ed anche il socialista Hollande appare ben più guerrafondaio del suo predecessore Sarkozy.
Però qui non si tratta della Libia ma della Siria – un paese che fu disegnato a tratti di matita rossa e blu dal britannico Sykes e dal francese Picot nel 1916 – e la Francia ha una ragione in più per agire, dati i suoi trascorsi storici: la Siria fu sotto mandato francese per ben 26 anni.

C’è inoltre un doppio filo che lega il partito di Bashar Assad, il partito Ba’ath, alla Francia. Partito d’ispirazione socialista, panarabo e laico, il partito della «resurrezione» fu infatti creato nel 1944 da Michel Aflaq et Salahedine Bitar allo scopo d’unificare diversi stati arabi in una grade nazione araba. Dettaglio non ininfluente, Michel Aflaq studiò alla Sorbona di Parigi e morì all’ospedale militare Val de Grâce (Parigi) nel 1989. A Parigi Aflaq conobbe e frequentò il suo collega ed amico Salahedine Bitar, co-fondatore del Ba’ath, anch’egli studente alla Sorbona.
Insomma, il partito che prenderà il potere dal 1963 al 1966 e poi definitivamente nel 1970 fino ai giorni nostri per ben 43 anni fu creato in Francia negli anni ’30 e s’ispirò apertamente al laicismo repubblicano francese (i Fratelli Musulmani Siriani, impiantati in Siria sin dal ’46, sfuggono alla repressione degli anni ’70 disperdendosi in altri paesi).

Da allora i rapporti Ba’ath-Francia sono burrascosi ma continui e mantengono, sullo sfondo, sempre lo stesso nodo: il Libano. Addirittura, in tempi recenti, nel 2008 il tiranno Assad si siede nella tribuna presidenziale a Place de la Concorde assieme al suo omologo dell’epoca Nicolas Sarkozy per assistere alle celebrazioni del 14 Luglio a Parigi. Liberté, Egalité, Fraternité. Poi, ultimo colpo di scena, il 12 Gennaio del 2011. Un colpo di stato «parlamentare» orchestrato dalla Siria, provoca la caduta del primo ministro libanese Saad Hariri, sponsorizzato dai Sauditi e dalla Francia. Da allora i rapporti Ba’ath-Francia si sono rotti definitivamente e l’interventismo di Hollande oggi ne è la riprova lampante.

Dicevamo dunque della guerra per espandere gli interessi economici di un Paese. Gli interessi economici francesi in Siria sono importanti e concentrati soprattutto nel settore degli idrocarburi e delle risorse minerarie ma anche nelle infrastrutture, nel settore degli immobili, agricoltura e alimentari. La multinazionale petrolifera Total, attraverso gli stabilimenti di Deir Ez Zor e Tabiyeh, riusciva a produrre 40.000 barili al giorno nel 2010. La Deir Ez Zor Petroleum Company è stata infatti fondata dalla compagnia petrolifera francese Total e dalla Società Pubblica dei Petroli Siriani per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nella regione. Dopo l’avvio delle sanzioni dell’Ue Total è stata però costretta a ritirarsi.

Non è un caso che tra i primi obbiettivi dell’Esercito Libero Siriano (Els) ci siano stati i campi petroliferi proprio nell’area di Deir Ezzor. Le riserve di barili in Siria hanno infatti un valore stimato di circa 2,5 miliardi di dollari. Una nota del Tesoro francese ricorda che la Siria può trasformarsi in un hub petrolifero d’importanza centrale per convogliare il petrolio iracheno e saudita verso il Mediterraneo e fare da piattaforma petrolifera per rifornire diversi paesi come la Turchia, la Giordania, il Libano e Cipro.

Ed è proprio qui il nodo del problema. Il 25 Giugno del 2011 s’inaugura la costruzione di un nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria che avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2014-2016, soprannominato «gasdotto islamico», e che collega il North Dome/South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo, a Damasco. La possibilità di rifornire gas liquefatto all’Europa attraverso i porti del Mediterraneo della Siria mette in ombra il gasdotto Nabucco promosso invece dalla Ue e rischia di scontentare sia gli alleati che riforniscono l’Occidente di gas proveniente dal Golfo Persico che la Turchia, che di fatto viene estromessa.
Oltretutto il gasdotto islamico è in effetti un «gasdotto sciita» nel senso che dall’Iran sciita attraversa l’Iraq a maggioranza sciita approdando nel territorio nelle mani dello sciita-alawita Assad ed è dunque visto di malocchio dalla «santa alleanza sunnita».
La Francia dunque, forte della sua storia, deve vincere le reticenze anglo-americane ed immolarsi con solerzia, grazie all’appoggio delle petromonarchie, a spezzare l’asse sciita Iran-Siria-Hezbollah e preparare la «Nuova Siria». No, non siamo in epoca coloniale eppure lo schema ricorda quello del 1920, quando Francia e Gran Bretagna decisero di spartirsi il Medio Oriente.

Non è tutto. Su territorio siriano sono presenti decine di società francesi. Forte è l’implantazione delle imprese della distribuzione (Monoprix su tutti), degli hotel (Ibis, Novotel, Accor) e di diverse società di servizi. Ora la guerra costituisce un’occasione ghiotta per aumentare la propria fetta di mercato e irrobustire la presenza della Francia nel Paese (gli investitori francesi già si sfregano le mani pensando al dopo-Assad e alla ricostruzione) oltre che creare le condizioni per favorire la realizzazione di un progetto di un gasdotto nuovo di zecca che dal Qatar giunge all’Europa passando per la Turchia e Israele, un gasdotto che metta in ombra non solo il Nabucco ma anche il South Stream spezzando il quasi oligopolio russo sul gas europeo.

Per questo sin dall’inizio della guerra civile siriana, la direzione operativa del Dsge (servizi segreti francesi) s’è impegnata ad inviare agenti speciali nel Nord del Libano ed in Turchia con la missione precisa d’istruire e strutturare contingenti armati dell’al-Ǧayš as-Sūrī al-Ḥur, l’Esercito Siriano Libero (Esl), raggruppare migliaia di disertori, reclutare combattenti “stranieri” e scatenare la guerra civile ora in atto in Siria. Oltre a questi agenti speciali vengono spediti in Siria diversi membri del Comando delle Operazioni Speciali francese (Cos) per iniziare disertori e jihadisti alla guerriglia urbana contro l’esercito regolare di Bachar al-Assad. Il Cos risponde direttamente agli ordini dello Stato Maggiore dell’Esercito francese (Cema).

L’idea iniziale era quella di commettere attacchi di guerriglia, sfiancare il regime dall’interno e poi precedere con lo “scenario libico”: dapprima formazione ed addestramento di un esercito “libero” composto da disertori e jihadisti, poi infiltrazione progressiva della ribellione civile, in seguito supporto logistico e militare alle fazioni nemiche, poi presentazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, poi creazione di una no-fly zone imposta dalle forze della Nato e infine le incursioni mirate dei Rafale francesi. Qatar, Arabia Saudita, Turchia ma anche milizie d’Al-Qaeda riuniscono eserciti irregolari, armi, soldi, logistica pur di far cadere il dittatore.

Purtroppo per la Francia però Assad s’è dimostrato più rognoso del previsto. Dall’altra parte delle barricate ha infatti raccolto brigate internazionali in cui confluiscono l’Hezbollah libanese, i Pasdaran iraniani, le Brigate sciite irachene Badr (senza contare il sostegno diplomatico della Russia). Lo “scenario libico” s’è dunque complicato trasformando la guerra civile siriana in una guerra totale dove non ci sono vincitori né vinti ma solo interessi geopolitici ed economici per accaparrarsi il primato energetico in Medio Oriente. Il gas si sa è altamente infiammabile ma questa volta rischia di appiccare il fuoco a tutta la regione provocando un incendio di proporzioni inimmaginabili.

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MORIRE, OGGI PER LA SIRIA ? SU SU, SIAMO SERI. LA POSTA IN GIOCO E’ ALTRA

Sergio Di Cori Modigliani
http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it, 5 settembre 2013

La messinscena per la guerra mondiale, dai più data per scontata, potrebbe fornire degli esiti imprevisti. Con la particolarità, questa sì davvero unica, che i risultati non verranno neppure presi in considerazione, dato che non se ne parla. E’, per l’appunto, ciò che i due contendenti vogliono: seguitare a trattare nel più ampio riserbo e nella discrezione più assoluta, approfittando del fatto che i media mondiali parlano d’altro, cioè di missili, terrorismo, guerra totale, ecc. Tutti ingredienti, questi, sapientemente orchestrati, per spaventare le persone, e spingerle a credere che Assad è un totale criminale oppure un coccolone vittima degli americani criminali, a seconda dello schieramento vecchio stampo ormai obsoleto (quello della precedente guerra fredda, tanto per capirsi). E’ questo ciò che penso su questo argomento.

Da specificare, nel caso non fosse chiaro, che i due contendenti sono Usa/Ue da una parte e Russia/Cina dall’altra. Ma la posta in gioco non è la Syria. Quella è davvero un’ottima arma di distrazione. C’è da credere che neppure ne parleranno, domani, quando si vedranno in 20 a San Pietroburgo.

La stampa mondiale ci racconterà come siano tutti asserragliati dentro uno stanzone, tenendoci con il fiato sospeso, per decidere se faranno la guerra mondiale oppure no. Il tutto, offerto con la spezia dei diritti civili e dell’etica. Come se a qualcuno interessasse la sorte di quei poveri civili innocenti. Ne hanno uccisi 112.000 negli ultimi due anni nella generale indifferenza e adesso, secondo voi, si vanno tutti a impelagare in una costosissima e micidiale guerra planetaria (dagli esiti incerti) per 356 anonime vittime? Semplicemente ridicolo.

La posta in gioco è un’altra, e ben più corposa. Si chiama: fonti di energia e soldi. Oppure, se volete, danaro. Per essere più precisi: Energy & Money. O meglio, per essere definitivi: il controllo energetico e monetario del pianeta Terra.

L’incontro decisivo non sarà quello ufficiale (diranno che parlano della Syria) bensì quello che si terrà a parte. Sarà ristretto. Ci saranno, verosimilmente, Obama, Putin, Hollande, Cameron, Abe e i due cinesi che contano. Fine degli invitati. Noi italiani, va da sé, al palo. Insieme a tutti gli altri, in attesa che i veri big prendano una decisione.

Di che cosa discuteranno? Dell’argomento del giorno (per loro). Fondamentale per tutti noi, dato che la nostra sopravvivenza dipende dalle scelte che faranno. Parleranno del world coin, ovvero: la moneta planetaria. E di shalegas. Su questi punti sono tutti in disaccordo, almeno dal 2008, per questo, forse, si finisce in guerra.

Il mondo globale presuppone una regolamentazione rispettata da tutti, nonchè l’applicazione e il rispetto di alcuni standard. Da almeno tre anni e mezzo Usa-zonaeuro-Cina si stanno letteralmente scannando per razionalizzare i mercati ed evitare crisi insostenibili. Ma hanno punti di vista diversi. E’ per questo che c’è la crisi economica. Alla quale si accompagna una “guerra energetica” che è un concetto completamente diverso da quello che i media hanno diffuso, facendoci credere che siamo dentro una “crisi delle fonti di energia”. Non è vero. Non soltanto non c’è nessuna crisi energetica, ma in questo momento c’è una massiccia e massiva sovrapproduzione energetica e, per tenere alti i prezzi al consumatore, si attuano specifiche politiche di spreco per giustificare i costi.

La fase attuale dello scontro è iniziata quattro anni fa, quando la Cina ha cominciato a sostenere che il dollaro non doveva essere la moneta di scambio per eccellenza e, contemporaneamente, ha cominciato a combattere la diffusione (quantomeno in tutto il sud est asiatico) delle energie rinnovabili aumentando a dismisura la propria produzione di carbone fossile, l’agente più inquinante che esista. La vera e propria dichiarazione di guerra è avvenuta proprio il giorno della rielezione di Obama, nel novembre del 2012, quando a Teheran, la Cina, l’India, il Brasile, l’Iran e la Russia hanno firmato un accordo comune che consente la compravendita planetaria di energia a “moneta libera”, ovvero “non contro-dollaro”. Il primo atto è stato un potente acquisto di petrolio da parte della Cina all’Iran pagato in rubli. Si è associata subito dopo l’India che ha accettato pagamenti internazionali in “yuan” cinesi. E infine hanno convinto anche i brasiliani.

Il fine era combattere e battere gli Usa eliminando il dollaro. Gli Usa si sono trovati isolati non potendo contare sull’appoggio dell’Europa e su una alleanza forte con l’euro, in conseguenza della debolezza strutturale della nostra moneta, non avendo dietro una banca centrale autentica che stampa moneta. E così ha cominciato a premere furiosamente con la BCE per un cambio di politica monetaria e per una visione post-keynesiana da applicare a tutto il continente. Contemporaneamente, l’amministrazione Obama ha accelerato in maniera incredibile il cambio della propria politica energetica dichiarando ufficialmente “la fine dell’era del carbone e l’inizio della fine dei fossili inquinanti”, portando al 46% l’uso interno del cosiddetto “shalegas” e dando incentivi per le energie rinnovabili, coinvolgendo le industrie petrolifere texane e convincendole alla riconversione industriale totale verso l’eolico, il solare e l’idrogeno, entro il 2035.

A luglio del 2013 il governo ha messo a disposizione un fondo di 7 miliardi di dollari per il passaggio in tre stati (Arkansas, Oklahoma e Tennessee) dai carburanti fossili al solare e per un 22% all’idrogeno facendo gestire il tutto a una fondazione dove hanno un importante quota la Texaco, la Mobil e la Exxon. Non appena rieletto, Obama si è precipitato in Birmania e poi è andato in Tailandia, Vietnam e Indonesia, tirando la volata al Giappone in funzione anti-cinese e consentendo al Sol Levante di strappare dopo 25 anni ai cinesi il mercato locale. Era un chiaro segnale geo-politico che l’Europa non ha né saputo né voluto leggere, insistendo nella propria ferrea alleanza con la Russia che insiste nel voler produrre carbone, acciaio e petrolio (di cui è ricchissima). Per tutto l’inverno si è scatenata una micidiale bagarre tra le potenze mondiali che contano, facendo pagare subito le nazioni più fragili, India e Brasile in testa. Un mese e mezzo fa è crollata la rupia con disastrose conseguenze per l’economia indiana e poi è toccato al Brasile.

Entrambe le nazioni hanno capito l’antifona cominciando a prendere le distanze dall’idea di avere come moneta internazionale lo yuan e il rublo. L’Europa, la quale oltre a non avere una politica comune, a non avere una banca centrale che stampa moneta, non ha neppure una strategia di politica industriale energetica, ha fatto finta di niente, come se non stesse accadendo nulla. Gli Usa, per impedire che in Sud America si cementasse l’asse Brasile/Argentina ha lanciato lo “shalegas” di cui l’Argentina è il secondo paese produttore al mondo chiudendo un accordo con quella nazione per mettere a disposizione know how e tirando su industrie estrattive locali controllate dal Banco de la Nacion di Buenos Aires, creando così lavoro e occupazione locale. Non solo. Di fatto, ha appoggiato l’Argentina presso il Fondo Monetario Internazionale nella propria guerra contro l’Europa, salvando il paese sudamericano da un possibile default, attraverso una inedita e nuova alleanza in funzione anti-cinese e anti-russa. Un mese e mezzo fa i primi vagiti della guerra in atto, di cui lo schiaffo kazako al nostro governo era stato uno dei segni più chiari perché Putin aveva bisogno di fare la voce grossa nel cuore del Mediterraneo.

Immediata la replica Usa. Mentre in Italia esplodeva la questione, gli Usa hanno risposto piazzando una trappola nella quale il nostro governo è caduto come una peracotta: hanno evidentemente passato la soffiata ai nostri servizi segreti indicando dove poter arrestare un agente segreto della Cia condannato in Italia e ricercato dall’interpol. Lo stesso giorno in cui Alfano balbettava le sue scuse in parlamento si annunciava (al mattino) l’arresto dell’agente americano latitante a Panama, con enfasi nazionalistica davvero inusitata. La festa è durata 12 ore. Partono subito da Milano i giudici con le carte per andarselo a prendere. Ma quando arrivano lì (la sera) viene comunicato loro che l’agente segreto è in viaggio-premio verso Washington. I magistrati e i nostri servizi se ne ritornano a casa con la coda tra le gambe. Putin è avvisato: giù le mani dall’Italia.

Dunque di questo parleranno a San Pietroburgo: della moneta planetaria.

Gli Usa sono disposti a un compromesso realistico: affiancare al dollaro anche l’euro, a condizione però che la BCE si trasformi prima in banca centrale reale quindi in grado di battere moneta, emettere eurobonds, ecc. La Germania ha le elezioni e quindi si è chiamata fuori fino al 24 settembre -con un’ottima scusa comprensibile a tutti- e così la Francia ha colto l’occasione al volo per riprendere il controllo della gestione della politica europea: è finita invitata al tavolo giusto, unica nazione dell’euro che ci rappresenta tutti. Parleranno dello shalegas, dell’idrogeno, di come andare a gestire l’inizio della fine dell’era del petrolio e del carbon fossile, il che comporta un monumentale riassesto planetario del gioco delle parti. Parleranno di colossi finanziari e forse perfino di Keynes. La Russia è debolissima in questo momento.

La dichiarazione di Putin rilasciata alle ore 9.30 di mercoledì 4 settembre parla chiaro: “vogliamo una chiara prova presentata e documentata dall’Onu” ha detto e poi ha aggiunto “pur sostenendo il governo di Assad ci teniamo a precisare che la nostra fornitura di missili alla Syria è soltanto parziale: abbiamo consegnato loro soltanto alcune componenti, non tutte”. Da questi fatti, in maniera diplomaticamente davvero molto elegante, sembra che i russi abbiano deciso di gettare acqua sul fuoco, abbandonando Assad al suo triste destino. Lo hanno scaricato. Il che consente –nel caso le cose si dovessero mettere male, non si sa mai- di salvarsi dal cataclisma planetario perché se dei missili francesi abbattono missili siriani, ebbene, non saranno missili russi (non sono operativi) bensì missili siriani (vecchie cerbottane inutili) e quindi la Russia non è obbligata a rispondere. E salva la faccia.

Di questo parleranno. E noi non sapremo mai che cosa si sono detti. Lo capiremo strada facendo. Le guerre, dai tempi di Troia, si combattono sempre e soprattutto per le fonti di energia.

La oscena guerra d’Iraq, un vero e proprio atto criminale allestito da una banda di delinquenti, l’hanno combattuta per il petrolio. E’ stato un atto unilaterale di un gruppo di malfattori sostenuti dai colossi finanziari che hanno riportato il pianeta indietro di almeno 50 anni, perchè era una guerra “vecchia”, di altri tempi. Per non parlare del milione di morti innocenti che ha provocato tra il 2003 e il 2010. La prima guerra mondiale fu provocata per decidere chi in Europa avrebbe avuto il controllo del più grosso bacino minerario continentale, quello della Ruhr, conteso da francesi e tedeschi. Il milione di italiani morto al fronte neppure l’ha mai saputo.

Se scoppierà una guerra furibonda mondiale, sarà anche questa volta per l’energia. Ma non sarà una guerra per il petrolio. Anzi. Sarà la prima guerra mondiale che inaugura la civiltà (si fa per dire) post-moderna che sta mandando in pensione proprio il petrolio, insieme al carbone. Non è vero che il mondo ha bisogno sempre di più di petrolio: è falso. Ne ha bisogno sempre di meno. Per questo motivo le grandi potenze si scontrano.

Di tutto ciò avremmo dovuto discutere in Italia tutti i giorni per capire, comprendere, dibattere, confrontarci, parlando di politica economica europea, di energia, di approvvigionamento delle fonti, di rinnovabili, di strategie europee. Macchè. In compenso se ne parla nel resto del continente (meno male) così come, in Europa, è chiaro a tutti che per la strategia euro-atlantica, in questo momento, è fondamentale eliminare per sempre dalla scena politica attiva il più forte alleato e amico di Putin e dei petrolieri ex sovietici nel Mediterraneo, quel Silvio Berlusconi che forse non ha capito affatto come si stanno mettendo le cose per lui in campo internazionale.

L’aspetto tragico, davvero tragico (e qui ritorniamo alle nostre mestizie locali) consiste nel fatto che secondo me non lo ha capito neppure il PD, vittima della putrefazione ormai incorporata del PCI e della DC, per non aver voluto fare i conti con la propria storia e con la Storia. A costo di far affondare la nazione. Come sta facendo. Giovedì prossimo sarà chiaro a tutti quale decisione è stata presa a San Pietroburgo.

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