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Educare alla laicità

Francesco Bilotta
www.italaialica.it | 11.09.2013

Ma ve la immaginate la Ministra dell’Istruzione italiana che inaugura l’anno scolastico presentando la “Carta della laicità”? Nonostante tutti i miei sforzi non ci sono riuscito. In Francia è successo, invece. Due giorni fa il Ministro francese dell’Educazione nazionale Vincent Peillon ne ha illustrato i contenuti in un liceo alla presenza di un ex presidente del Consiglio costituzionale francese, del Presidente dell’Assemblea nazionale e del portavoce del Governo, in una specie di trionfo della simbologia repubblicana. La Carta scolastica della laicità si compone di 15 articoli. I primi cinque tratteggiano le caratteristiche della laicità della Repubblica francese. Quelli che seguono, invece, entrano nel dettaglio di alcune regole che dovranno assicurare la realizzazione di una scuola laica. In sintesi, ecco il contenuto della Carta.

Prima di tutto si focalizza il contesto generale. Il rispetto di tutte le credenze è un’espressione del principio di uguaglianza oltre che della laicità della Repubblica (art. 1). Non esiste una religione di Stato e vi è una divisione tra lo Stato e le religioni che garantisce una assoluta neutralità dello Stato con riguardo alle convinzioni religiose o spirituali di ciascuno (art. 2). La laicità dello Stato consente l’esercizio di due libertà da parte dei cittadini: la libertà di scegliere di credere o di non credere; e la libertà di poter professare le proprie convinzioni rispettando quelle altrui e l’ordinata convivenza sociale (art. 3). La laicità, quale cifra caratterizzante lo Stato, viene descritta come un contesto nel quale ciascuno può esercitare la propria cittadinanza, rispettando i principi di uguaglianza e di solidarietà (art. 4). Tutti questi principi d’ora innanzi, grazie alla Carta scolastica della laicità, saranno particolarmente seguiti nelle scuole francesi (art. 5).

La scuola viene considerata come il contesto in cui si costruisce la personalità di ciascuno, dove si impara ad esercitare il libero arbitrio e a diventare pienamente cittadini. Pertanto, la scuola ha il compito di proteggere i giovani dal proselitismo e da ogni altro ostacolo che impedisca loro di fare scelte realmente libere (art. 6). La cultura che si forma nelle aule scolastiche deve essere comune e condivisa (art. 7). La libertà di espressione del pensiero conosce solo i limiti del buon funzionamento della scuola, del rispetto dei valori repubblicani e del pluralismo delle convinzioni (art. 8). Implicazione necessaria della laicità è la condanna ferma di ogni violenza e di ogni discriminazione, affinché sia garantita l’eguaglianza tra i ragazzi e le ragazze in un contesto di rispetto e di comprensione dell’altro (art. 9). Tutto il personale scolastico è responsabilizzato a trasmettere il valore della laicità agli alunni e a vigilare affinché la carta sia rispettata e sia portata a conoscenza dei loro genitori (art. 10). Inoltre, il personale scolastico ha il dovere di essere neutrale e non esprimere le proprie convinzioni politiche o religiose (art. 11). Le convinzioni religiose degli alunni, d’altra parte, non possono influire sul contenuto degli insegnamenti, per questo non si potrà impedire la trattazione di alcun argomento in ragione di tali convinzioni religiose (art. 12). Appartenere ad una qualche confessione religiosa non è una ragione sufficiente per rifiutarsi di rispettare le regole scolastiche (art. 13). All’interno della scuola è vietata la manifestazione delle proprie convinzioni religiose attraverso qualsiasi tipo di simbolo (art. 14). L’impegno di realizzare una scuola laica è affidato agli allievi attraverso il loro pensiero e le loro azioni (art. 15).

Un’iniziativa del genere solleva molte riflessioni, a partire dalla funzione che dovrebbe assolvere la scuola pubblica. È possibile continuare a concepirla come un luogo in cui – se va bene – si trasmettono nozioni? È possibile che non possa divenire uno spazio in cui far germogliare un senso di appartenenza civile diffuso? Molti dei momenti di socializzazione extrascolastici dei ragazzi sono occasione di formazione umana e civile: la frequentazione di associazioni sportive, dell’oratorio, delle scuole di musica o di danza, del bar o del muretto sotto casa e così di seguito. Perché non si dovrebbe immaginare una funzione simile anche per la scuola, visto anche il numero delle ore di permanenza dei ragazzi in quel luogo?

È possibile che sia da esecrare la prospettiva di un’educazione civile e umana dei giovani diffusa (anche) grazie alla scuola? A leggere Giovanni Belardelli la mia è una posizione illiberale, giacché immaginando una scuola in cui si impara a essere cittadine e cittadini consapevoli dei propri diritti, e apprezzando l’iniziativa francese che chiede a tutte e a tutti di fondare tale sforzo educativo sulla laicità sosterrei “forme pedagogiche autoritarie tipiche delle dittature di massa del Novecento”. Ora, togliendo di mezzo i fantasmi delle dittature di massa che immagino non avrebbero affatto apprezzato il contenuto della Carta francese, come ad esempio il rispetto e la possibilità di professare la propria fede, la libertà di espressione del pensiero e l’educazione all’uso del libero arbitrio, una tale critica non tiene conto: a) della funzione latamente pedagogica che tutte le regole hanno per loro natura, giacché servono ad indurre nei consociati alcuni comportamenti e a scoraggiarne altri; b) della necessità di pretendere certi comportamenti e non altri, specialmente in contesti come quelli educativi. Inoltre, quella francese a me pare una proposta più che un’imposizione da regime totalitario. A riprova di ciò vi è l’assenza di ogni forma di sanzione nella Carta.

Mi rendo ben conto che la scuola italiana è in condizioni disastrose e che prima di tutto dovremmo preoccuparci di non far cadere il soffitto delle aule in testa ai ragazzi e alle ragazze. Eppure, non riesco a rassegnarmi al fatto che lo sforzo che si compie da anni in altri Paesi (come la Spagna, ad esempio) nel sollecitare, soprattutto attraverso l’insegnamento dell’educazione civica, la creazione di una società inclusiva e rispettosa delle pluralismo culturale, sia impensabile in Italia.

A me basterebbe che a scuola si imparasse il rispetto dell’altro. Ma come fa una giovane studentessa di religione ebraica o mussulmana a sentirsi rispettata se entra in classe e trova un crocifisso appeso al muro? Separare lo Stato dalle religioni nelle scuole, non vuol dire misconoscere l’importanza che ha per alcuni una certa credenza religiosa, vuol dire piuttosto impedire a quelle convinzioni di ostacolare un percorso formativo improntato all’uguaglianza, al rispetto dell’altro, alla solidarietà, alla libertà di pensiero. Vuol dire prima di tutto educare alla non prevaricazione. Certo, vi sono esperienze differenti, come quella austriaca in cui nelle scuole è affisso il simbolo religioso della comunità più numerosa presente nella singola classe. E l’Austria è il paese con più persone che si dicono laiche in Europa. Ma anche tale modalità di azione finisce con il far sentire qualcuno escluso, non considerato. È per questo che non mi convince.

Se è vero come sostiene John Stuart Mill che «il valore di uno Stato, a lungo andare, è il valore dei singoli che lo compongono», solo offrendo ai cittadini e alle cittadine una scuola che non solo dia loro una buona opportunità di formazione e di informazione, ma sia anche una palestra di inclusione potremo sperare di rinnovare profondamente questo Paese. Sono convinto che a tal fine sia necessario un ambiente neutrale rispetto alle convinzioni religiose di ciascuno. È un sogno? Forse, ma senza sogni è impossibile costruire un futuro migliore.

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