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40 anni, un soffio di Concilio di V.Gigante

Valerio Gigante
Adista Notizie n. 32/2013

Ha appena compiuto 40 anni – il 2 settembre scorso – una delle realtà più significative nate dai fermenti del postconcilio: la Comunità cristiana di Base di S. Paolo Fuori le Mura a Roma. Quella di S. Paolo non è la più “antica” tra le Comunità di Base. Capofila è l’Isolotto, che nacque alla fine del 1968 e che divenne, con la sua disobbedienza di massa all’autoritarismo dell’arcivescovo di Firenze, punto di riferimento di tutta quella parte di mondo cattolico che viveva con crescente disagio l’arretratezza e la sordità delle gerarchie, la loro connivenza con i poteri economici, politici e finanziari, la scarsa testimonianza evangelica. I fatti dell’Isolotto furono infatti la miccia che innescò tutta una serie di esperienze di comunità parrocchiali che, in solidarietà al proprio parroco punito o allontanato per le proprie posizioni pubbliche, decisero di essere Chiesa anche senza la benedizione ecclesiastica. Fu l’inizio del movimento delle cristiane di Base.

La comunità prima della comunità

A S. Paolo, questa presa di coscienza maturò pienamente nel 1973. Fino ad allora la comunità faceva riferimento all’abate della Basilica di S. Paolo Fuori le Mura, sulla via Ostiense, retta dai benedettini cassinesi, dom Giovanni Franzoni. Monaco e teologo dinamico, aperto e sensibile alle dinamiche sociali e politiche di quegli anni, profondamente convinto della necessità di rinnovare sin dalle sue più radicate strutture la Chiesa, Franzoni si dedicava in quegli anni in particolare all’attuazione del mandato conciliare su due importanti temi come la liturgia e l’ecumenismo. Aveva promosso le “Settimane di San Paolo”, giornate di studio – ogni 18 mesi – in cui esegeti cattolici, ortodossi e protestanti approfondivano aspetti della vita e delle lettere dell’apostolo. Nel contempo, stava cominciando a domandarsi – insieme ai confratelli – quale fosse il ruolo di un monastero che era collocato “fuori” dalle mura aureliane, ma che ormai era profondamente “dentro” la città, anche fisicamente, perché il quartiere Ostiense, nella seconda metà del Novecento, era ormai diventata una zona popolare e popolatissima della capitale. Presero quindi avvio nel 1967, sulla scia della pubblicazione della Populorum Progressio di Paolo VI, gruppi di studio che avevano il compito di analizzare i problemi del Terzo mondo. Gruppi cui partecipavano in maniera egualitaria ed “orizzontale” monaci e parrocchiani operai, insegnanti, impiegati, professionisti. Uomini e donne del quartiere, ma anche tanti giovani, specie scout e ragazzi dell’Azione cattolica. L’esperienza della neonata “Comunità cattolica di san Paolo” (il nome serviva soprattutto a distinguerla dalla comunità monastica), si inquadrava in un contesto storico-sociale segnato, in Italia e nel mondo, da grandi fermenti politici ed ecclesiali.

In questo contesto, la comunità di S. Paolo, tra il 1967 e l’inizio degli anni ‘70, si trovò a discutere e a prendere posizioni sulle vicende più controverse che animavano il dibattito dell’epoca, dentro e fuori la Chiesa: dall’opposizione al Concordato tra Stato e Chiesa alla condanna della guerra in Vietnam; dalla necessità di aprire un dialogo tra cristianesimo e marxismo alla contestazione del “dogma” dell’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana; dal divorzio alla richiesta di maggiore partecipazione di laici e donne alla vita della Chiesa; dalla solidarietà con le lotte studentesche ed operaie, che percorrevano la città ed il Paese, all’impegno contro il militarismo e la corsa agli armamenti.

Con i tanti gruppi e comunità nate dopo i fatti dell’Isolotto un po’ in tutta Italia la Comunità cattolica di San Paolo partecipò nel 1971 a Roma, al convegno nazionale che segnò la nascita del movimento delle CdB.

“Fuori” le Mura

La situazione della Comunità nella parrocchia dell’abbazia si fece sempre più difficile dal punto di vista istituzionale, stretta com’era tra gli assalti squadristici che erano avvenuti in Basilica, da parte di cattolici ultra-conservatori, durante le eucarestie celebrate dall’abate Franzoni e il pressing di Vaticano e Congregazione benedettina, che avevano inviato, senza esito, una visita canonica e due visite apostoliche. Nel luglio del 1973 l’abate Franzoni pubblicò uno dei suoi testi più celebri: La Terra è di Dio. In esso dom Giovanni, che all’epoca, come abate di S. Paolo aveva dignità episcopale, autorità magisteriale ed era membro della Conferenza episcopale italiana, denunciava le collusioni delle istituzioni cattoliche con la speculazione edilizia nella capitale, città che dal dopoguerra era sempre stata governata dalla Democrazia Cristiana. Insomma, un esponente della gerarchia cattolica che criticava radicalmente le basi stesse su cui si fondava il potere della Chiesa di Roma. Anche per questo la lettera fece grande scalpore. E suscitò l’ira della Curia romana. In quello stesso documento dom Giovanni faceva capire che la sua esperienza in abbazia era giunta al termine; e che egli si accingeva a vivere da monaco in una comunità «immersa nella condizione violenta della città». Era l’annuncio delle dimissioni, che arrivarono un mese dopo, il 12 luglio in seguito alle pressioni della Santa Sede sull’Ordine. Franzoni e la comunità decisero che era necessario continuare il percorso iniziato “fuori le Mura”, ma ormai anche fuori dall’abbazia. Trovarono perciò un locale di proprietà dell’abbazia stessa e ceduto in comodato d’uso a poco più di un chilometro da S. Paolo, in via Ostiense 152/B, quella che continua ad essere la sede della Comunità di Base. Lì, il pomeriggio di domenica 2 settembre 1973, presenti molte persone, Giovanni celebrò la prima messa. Le vicissitudini per la neonata Comunità cristiana di Base non erano però finite.

Rompere i recinti del sacro

Il 21 febbraio ‘74 il Consiglio permanente della Cei rendeva noto un documento in cui intendeva vincolare i credenti a votare per l’abrogazione della legge sul divorzio. La comunità discusse e criticò il documento, sostenendo il diritto di tutti alla libertà di coscienza nel voto. Franzoni scrisse “Il mio Regno non è di questo mondo. Una risposta alla notificazione della Cei sul referendum”, che ripercorrendo le Scritture, la storia della Chiesa, il sentire del popolo cristiano, concludeva che la gerarchia non poteva e non doveva arrogarsi il diritto di sostituirsi alla coscienza dei fedeli. La conseguenza fu la notificazione a Franzoni della sospensione a divinis latae sententiae, con la conseguente proibizione di celebrare i sacramenti. A fianco di dom Giovanni si mobilitarono in tanti. Anche duecento preti, che firmarono un appello a suo favore; e alcuni vicari generali di diocesi italiane, che gli inviarono la loro solidarietà. Fu tutto inutile. Il 19 luglio Franzoni venne anche dimesso dall’Ordine benedettino, rimanendo semplice prete, seppur “sospeso”.

Il divieto di celebrare i sacramenti imposto a Franzoni accendeva intanto dentro la comunità un dibattito su come celebrare l’eucarestia. Se cioè dovesse essere Franzoni a presiedere le funzioni, nonostante il divieto; se dovessero essere altri preti della comunità a farlo; se semplicemente la comunità si dovesse astenere dal celebrare finché fosse perdurata la sanzione canonica. Per darsi un ancoraggio biblico e teologico di maggior respiro, la CdB di S. Paolo, il 27-29 settembre ’74, organizzò un seminario su “Comunione ecclesiale e ministeri nella Chiesa”. Da quel momento cominciò ad emergere la volontà di proseguire l’esperienza cristiana “sacramentale” senza necessariamente un presbitero di riferimento.

Ma non c’era solo il problema della messa. C’erano anche battesimi e matrimoni. Come celebrarli in comunità? Un intenso e sofferto dibattito portò la CdB a riappropriarsi pienamente dei ministeri, come dono di Dio ad ogni comunità cristiana e viatico per vivere con pienezza il messaggio evangelico. Proseguiva così il percorso di progressiva degerarchizzazione e desacralizzazione della vita comunitaria, all’interno della quale anche il ruolo guida di Franzoni fu dallo stesso messo in discussione, a favore di dinamiche più orizzontali, partecipative ed evangeliche.

Sul fronte politico, nel 1976 Franzoni, sul settimanale che era stato fortemente voluto dalla comunità, Com Nuovi Tempi, scrisse che alle imminenti elezioni avrebbe votato per il Pci. La reazione fu durissima. Il 2 agosto il card. Poletti – con l’esplicita approvazione del papa – emanò il decreto di riduzione di Giovanni allo stato laicale.

Ma il cammino iniziato non poteva più essere interrotto. La sordità della gerarchia anzi non fece altro che accelerarne gli esiti. Se a livello culturale e politico, la Comunità, assieme a tutto il movimento delle CdB, riaffermava infatti il principio del pluralismo politico, negando ogni identificazione tra “cristiano” e “democristiano” – arrivando poi a pubblicare, nel 1981, anche un importante pronunciamento per la libertà di voto nel referendum (17 maggio) sull’abrogazione della legge sulla interruzione volontaria della gravidanza –, a livello teologico la ricerca della CdB giunse a teorizzare, nel documento “Conversione e riconciliazione”, che il sacramento della penitenza era solo un modo, peraltro storicamente datato, per chiedere perdono a Dio, ponendo piuttosto l’accento sui temi evangelici della “conversione” e dell’impegno per il Regno di Dio.

Mille fronti, un unico impegno

Gli anni successivi videro la comunità impegnarsi con maggior forza nel movimento delle CdB, intensificare i rapporti ecumenici, soprattutto con la comunità valdese di piazza Cavour, avviare esperienze di solidarietà in vari Paesi dell’America Latina, ospitare incontri con i più significativi esponenti della teologia postconciliare e dell’episcopato progressista. Nel 2003 la CdB partecipò a tutte le grandi manifestazioni pubbliche contro la guerra; nel 2005 contrastò la campagna astensionista del card. Ruini sul referendum sulla legge 40; nel 2006 si schierò a favore del diritto di Piergiorgio Welby di porre fine alle sue sofferenze; nel 2009 sostenne le ragioni di Beppino Englaro che voleva interrompere la vita artificiale della figlia Eluana (Franzoni è peraltro socio onorario dell’associazione Libera Uscita per la depenalizzazione dell’eutanasia).

A livello internazionale la CdB di S. Paolo ha affiancato alla tradizionale attenzione verso il Centro e il Sud America anche quella verso la causa palestinese, contribuendo tra l’altro a fondare la sezione italiana del Soccorso palestinese (divenuto poi Soccorso sociale per i palestinesi). Ma i fronti di impegno della CdB di S. Paolo sono stati e restano moltissimi: dal Comitato romano per la difesa dei Diritti costituzionali del Cittadino handicappato alle due Cooperative Sociali fondate quali strumenti per dare assistenza e fare prevenzione nei settori dell’handicap, della terza età, della tossicodipendenza; dal Comitato di Quartiere Ostiense, ospitato nella sede della Comunità (così come è avvenuto per la sede nazionale del movimento dei preti sposati “Vocatio”) al cineclub Spazio Comune. Fino al “Laboratorio di religione”, animato da Giovanni e da altri membri della comunità il sabato pomeriggio, per riflettere, con i ragazzi, sui temi della fede in maniera laica e rispettando il cammino di ciascuno. Nei saloni della comunità ogni lunedì si riunisce inoltre il “gruppo biblico”, che offre e condivide stimoli di riflessione e di approfondimento delle Scritture. E c’è un “gruppo donne”, che porta avanti una riflessione di genere sui testi biblici e la denuncia del patriarcato che ancora pervade la struttura ecclesiastica e la società. Attività che ancora oggi rendono la CdB un punto di riferimento imprescindibile per chi vuole vivere il proprio essere cristiano in maniera vigile. E in ascolto dei tempi.

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