Home Politica e Società Il lungo assedio alla Costituzione. Intervista a Raniero La Valle

Il lungo assedio alla Costituzione. Intervista a Raniero La Valle

Emilio Carnevali
www.micromega.net

All’interno del “cattolicesimo democratico” italiano Raniero La Valle è una delle voci che con maggiore forza e passione si sono battute negli ultimi anni a difesa della Costituzione e contro i numerosi tentativi di modifica e manomissione via via succedutisi. Come presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione la Valle è anche intervenuto lo scorso 8 settembre a Roma all’assemblea convocata da Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky. Ed è proprio da quell’incontro che siamo partiti per ragionare insieme della mobilitazione in vista del prossimo appuntamento del 12 ottobre.

Nel corso di quella relazione lei ha fatto un’affermazione abbastanza singolare. Gli attacchi alla Costituzione – ha detto in sostanza – non sono cominciati negli ultimi mesi e nemmeno negli ultimi anni. Risalgono al 1989…
Sì, il 1989 è naturalmente la data della caduta del muro di Berlino. Se volessimo esercitarci con una datazione ancora più precisa è possibile fare riferimento al 26 giugno 1991, il giorno in cui il presidente della Repubblica Cossiga inviò un ormai celebre messaggio alle Camere. Cossiga cominciava con il dichiarare ormai conclusa, con la fine del comunismo, la divisione del mondo in blocchi contrapposti. Con il tramonto di quell’assetto – era la sua tesi – anche la Costituzione approvata nel 1947 era destinata ad essere aggiornata e superata, perché non era più adeguata ai tempi. Si trattava di un’affermazione molto strana, perché a dire la verità la nostra Costituzione precede l’effettiva deflagrazione della guerra fredda ed è anzi il frutto dell’incontro e della collaborazione molto stretta fra le culture democratiche, liberali e cristiane e quelle di estrazione socialista e marxista.
La sua genesi, se mai, è da ricondursi ad un altro conflitto: la seconda guerra mondiale. All’indomani di quella tragedia il mondo si pose l’obiettivo di costruire assetti capaci di non farla più ripetere. Ecco allora la costituzione delle Nazioni Unite, seguita dalla dichiarazione universale dei diritti umani e dal vasto tentativo di dare forma a ordinamenti ispirati ad un’idea di convivenza pacifica e solidale (sia all’interno dei paesi, che a livello internazionale, con il rifiuto del colonialismo).

Questo processo è stato poi interrotto dall’improvvisa degenerazione del rapporto fra le due superpotenze vincitrici?
Esattamente. La novità introdotta dal costituzionalismo postbellico si è ad un certo punto scontrata con la guerra fredda. Quest’ultima ha spezzato il cammino che era stato intrapreso. E così per molti anni, per interi decenni, la Costituzione italiana è rimasta in buona parte inattuata. Il paese era diviso in due: c’era la pregiudiziale anticomunista, la conventio ad excludendum, ecc. Era una democrazia in qualche modo incompleta perché non poteva far conto su tutte le forze disponibili. Tutto questo finisce nel 1989. Con la caduta del muro di Berlino poteva davvero riaprirsi una fase nuova. Veniva meno l’elemento fondamentale che fino a quel momento aveva limitato il pieno sviluppo della nostra democrazia. Ebbero consapevolezza di ciò anche le grandi concentrazioni del potere economico e finanziario italiano, che si attivarono per correre ai ripari. Sapevano che o cambiavano la Costituzione oppure rischiavano di veder saltare gli equilibri e i rapporti di forza che si erano consolidati negli ultimi decenni.
Ne abbiamo avuto una prova anche recentemente, con la diffusione del rapporto della banca d’affari Jp Morgan in cui si diceva esplicitamente che i paesi del sud Europa devono mettere da parte le loro costituzioni nate dalla lotta al fascismo se vogliono reggere la competizione internazionale in tempi di globalizzazione. È come dire che il processo di smantellamento avviato nel 1989 non si è ancora compiuto e deve essere portato ancora avanti.

Ma i progetti di riforma attualmente in discussione non sono imposti da Jp Morgan o da qualche altro centro finanziario. Sono promossi dalla maggioranza dei rappresentanti dei cittadini democraticamente eletti, maggioranza che si fa interprete di una volontà di rinnovamento considerata diffusa.
Che la volontà di cambiamento su questi temi sia così diffusa è tutto da dimostrare. Ogni volta che si è provato a cambiare la Costituzione il paese ha reagito e ha resistito. Penso in primo luogo alla grande consultazione popolare del 2006. È un po’ un falso mito quello secondo cui ci sarebbe una volontà di cambiamento della Costituzione nel paese. Ho impressione che tale volontà sia tutta e solo nella classe politica.

Nel suo intervento all’assemblea dell’8 settembre lei ha detto che la mobilitazione in difesa della Costituzione dovrebbe accompagnarsi ad una grande battaglia per il ripristino della legge elettorale proporzionale. Dal momento che il sistema elettorale non è materia costituzionale, in che modo le due cose sono legate?
Le leggi elettorali sono leggi strumentali rispetto all’attuazione delle Costituzione. Quindi anche se sono formalmente non costituzionali sono “leggi di sistema”, poiché sono capaci di “plasmare” il sistema politico. Non a caso negli anni recenti, dato che non si riusciva a cambiare la Costituzione, si è proceduto intervenendo sulla legge elettorale (lo abbiamo visto con l’introduzione del maggioritario, sospinto dal prevalente mito della governabilità). Così si è tentato di rispondere ad una crisi che veniva presentata come una crisi di governabilità, quando in realtà era una crisi di rappresentanza. Non esiste affatto un problema di governabilità in Italia e negli altri paesi europei. I grandi poteri che oggi dirigono l’Europa riescono benissimo a far fare i “compiti a casa” ai governi ad essi sottoposti. Sono i popoli ad essere completamente privi di potere. Dunque l’obiettivo che bisognerebbe porsi non è quello di inventarsi un sistema elettorale che accresca ed esalti le prerogative del potere esecutivo, dei governi, bensì quello di ristabilire la forza della rappresentanza. E quest’ultima non la si può ristabilire se non facendo ricorso a tutte le realtà effettivamente rappresentative presenti nel Paese. Da qui l’esigenza di un sistema proporzionale.

Con un paese diviso sostanzialmente in tre, e con una delle due parti dichiaratamente indisponibile a collaborare con qualsisia altra, il proporzionale non rischia di rendere permanente l’assetto fondato sulle larghe intese Pd-Pdl?
Non possiamo proiettare schematicamente la situazione di adesso in un futuro nel quale sarà modificata la legge elettorale. Una volta che verrà meno la forzatura maggioritaria e bipolare, è evidente che lo scenario sarà molto diverso. L’assetto attuale è figlio del Porcellum, che ha tentato di imporre un una divisione artificiale, innaturale e violenta del paese in due parti. Ma i cittadini italiani hanno rifiutato questa divisione, dando vita non a due bensì a tre parti, pur muovendosi dentro i vincoli della legge Calderoli. Se dunque ci fosse una legge grazie alla quale potessero essere riconosciti tutti i gruppi dotati di una certa rappresentanza non è affatto detto che continueremmo a trovarci in un regime tripolare.
I gruppi potrebbero essere non più tre, ma quattro o cinque o sei. E a quel punto starebbe a loro la responsabilità di trovare la formula che più si adatta alle loro ragioni ideali e agli interessi di cui intendono farsi portatori.

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Liberté, égalité, laicité: perché alla Costituzione italiana serve un check up

Carlo Patrignani
www.altritaliani.net

Consegnate dai “saggi” le proposte di riforma della Carta Costituzionale, c’è da chiedersi cosa abbia funzionato e cosa meno nell’esperienza del sistema politico italiano. Domande a cui bisogna cercare di dare risposte forti e rapide, come sul tema della laicità, tenendo conto dell’attuale crisi di fiducia dei cittadini nell’attuale assetto della politica nostrana.

Sarebbe giusto e corretto, al posto degli inutili e dispendiosi girotondi buoni solo a fungere da momentaneo contenitore di una comprensibile delusione politica e conseguente rabbia, accendere “le droit d’inventaire”, il diritto di inventario, per vedere cosa ha funzionato e cosa no della Costituzione: non serve a nulla dire che è “la più bella del mondo”. Occorre il coraggio di fare l’inventario sull’assetto istituzionale e sul modello elettorale. Non si finisce mai di rimarcare “la grande anomalie italienne”: non disporre, come avviene nella maggior parte dei paesi europei, di un assetto istituzionale e di un modello elettorale che, nell’assoluto e prioritario rispetto degli elettori e delle elettrici consenta loro di poter scegliere chiaramente al momento, e solo al momento del voto, tra due schieramenti politici alternativi. Ad esempio, come è avvenuto il 4 maggio 2012 in Francia, tra socialisti e conservatori, tra François Hollande e Nicolas Sarkozy. O come avverrà in Germania dove il 22 settembre i tedeschi sceglieranno tra la conservatrice Angela Merkel e il socialdemocratico Peer Steinbruk.

Dal 1948, quando la Costituzione vide la luce, dopo una lunga e per nulla pacifica partitura, ad oggi, l’Italia è il solo paese europeo “bloccato” e “paralizzato” per essere stato, ininterrottamente, governato per più di trent’anni dalla Dc che, di volta in volta, ha, a seconda delle convenienze e degli equilibri interni, scelto: il centro, il centro-destra, il centro-sinistra con l’appoggio esterno del Psi, il centro-sinistra organico con il Psi al governo, i monocolori di solidarietà nazionale con l’astensione del Pci, fino al pentapartito a guida socialista. Dal ’48 al crollo del Muro di Berlino e Tangentopoli, in Italia non ha mai visto la luce, questa è l’amarissima verità, un governo “progressista” o “laburista” che dir si voglia, guidato da una colazione delle sinistre.
Poi dal 1994 sostituendo la Dc con Silvio Berlusconi, che sbaragliò la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, la litania, frutto amaro del provincialismo tutto italiano, è proseguita: alle vittorie del centro-destra di Berlusconi ha risposto per due volte di misura, il centro-sinistra di Romano Prodi, un coacervo rissoso di partiti e partitini, che ha dato pessima prova di saper governare essendo durato appena venti mesi, cadauno. Anche l’attuale governo delle “larghe intese” – una prassi inaugurata in Italia da Palmiro Togliatti con il governissimo di Pietro Badoglio nel 1944 – di Enrico Letta, un rampollo democristiano, che altro è se non la prosecuzione dei governi a guida Dc con un’imbiancata di “rosso” ormai sbiadito?

“Le droit d’inventaire” s’impone, non è più procrastinabile. E s’impone a maggior ragione in presenza delle “inframmettenze” quotidiane del papa e della Chiesa nella politica e quindi nella direzione dello Stato per effetto dell’articolo 7 con cui nella Costituzione del ’48 sono stati recepiti i Patti lateranensi del ’29 tra la Chiesa e il duce: il Concordato con cui la prima legittimò il regime fascista e il secondo riconobbe la religione cattolica come religione di Stato.
Ma su quest’articolo è calato da tempo un vergognoso e persistente silenzio a sinistra. L’esatto contrario di quanto avviene, ad esempio, in Francia dove la separazione tra Chiesa e Stato è stata ribadita, con naturalezza, nella “Charte de laïcité” del ministro della Pubblica istruzione, Vincent Peillon: liberté, égalité, laicité. Se si vuole Peillon in epoca moderna ha applicato quanto Antonio Gramsci scriveva nei suoi Quaderni del carcere definendo il Concordato «la capitolazione dello Stato» per regalare alla Chiesa il monopolio dell’educazione scolastica ed universitaria, in una parola la cultura.
Invece degli inutili e dispendiosi girotondi pilotati da vecchi e bolliti maîtres à penser – come il filosofo sessantottino Paolo Flores D’Arcais, abile a stilare appelli in difesa della Costituzione «più bella del mondo», il quale ovunque sia approdato, Pci, Psi, Rete di Orlando, Idv, Pd, ha solo distrutto senza costruire nulla – sarebbe più istruttivo e saggio rileggere la posizione assunta dal Partito d’Azione in seno all’Assemblea Costituente, quando si trattò di scegliere l’assetto istituzionale della Repubblica, su cui si sarebbe giocato il rapporto tra governanti e governati.

“[…] La nuova Costituzione […] dovrà essere il meno possibile una dichiarazione di principi generali […] Importa assai di più che […] dia alla Repubblica i modi e le forme di funzionare […] il sistema della Repubblica Parlamentare si risolve inevitabilmente in una pratica parlamentaristica, pratica che rappresenta la forma tipica di degenerazione, da cui le democrazie di tipo occidentale devono guardarsi come dalla morte […] Gli Stati moderni sono caratterizzati da tre fenomeni: il primo di questo è il crescente interventismo dello Stato; il secondo, il prevalere dell’elemento permanente (burocrazia ed esercito) rispetto all’elemento elettivo (Parlamento), il terzo invece l’affermarsi dei grandi partiti organizzati detti ‘di massa’ e il conseguente spostarsi in larga misura della lotta politica dal Parlamento all’interno dei partiti e del potere politico dal governo alle direzioni dei partiti. […] Il corpo elettorale è chiamato a scegliere sui programmi dei diversi partiti e a dare il voto al programma di questo o quell’altro partito; ma non ha avuto agio di potersi pronunciare sul programma di governo; per quanto si sapesse fin da prima che non un governo di partito si sarebbe avuto, ma un governo di coalizione. Giustamente, anche se oscuramente, il popolo sente di essere stato defraudato e in qualche caso ingannato e traduce questa sua protesta nella sfiducia verso i partiti e nel disinteresse per la politica […] Vediamo invece cosa avviene nella Repubblica Presidenziale ove, è bene ricordarlo, il Presidente della Repubblica influenza l’esercizio del potere sullo stesso tempo Capo del Governo e viene eletto direttamente a suffragio universale, anziché eletto, per cosi’ dire in secondo grado dalla Camera dei Deputati (cioe’ dai partiti): gia’ in sede di elezioni il Presidente della Repubblica, appunto perché sarà anche Capo del Governo, è costretto a presentarsi con un programma di governo: il compromesso programmatico non avverrà tra i diversi candidati alla presidenza e dopo le elezioni […] dunque il compromesso avverrà prima delle elezioni, fra alcuni partiti che […] si accorderanno per la candidatura di un uomo a cui sarà affidato un programma concordato […] Se si guarda al funzionamento della democrazia britannica, essa appare caratterizzata proprio dal fatto che alle elezioni il popolo vota per un governo già sostanzialmente precostituito […] Si dirà che questo può accadere in Gran Bretagna perché lì esiste il sistema dei due partiti: ma quel che importa e’ ottenere gli stessi risultati riconosciuti utili anche dove il sistema dei due partiti non esiste, ciò che si può avere, appunto, con il sistema della Repubblica Presidenziale. Senza contare che il funzionamento dell’istituto condurrebbe anche da noi, se non al sistema puro dei due partiti, a un sistema analogo determinando quei vasti raggruppamenti di partiti in un solo organismo a carattere unitario o federativo […] condizioni queste primordiali se si vuole costruire l’edificio solido di una democrazia moderna e non fermarsi ad erigere una facciata magari adorna di solenni quanto simboliche dichiarazioni di diritti, ma dietro la quale persistano il malcostume della dittatura irresponsabile o le consuetudini fiacche del decrepito parlamentarismo fascista”.

Ed è quanto è successo e succede ancora: ossia l’occupazione permanente da parte del sistema dei partiti, la partitocrazia, dello Stato e dei suoi apparati: “la rivoluzione liberale” sognata e perseguita non solo dal Pd’A, ma da illustri liberali come Piero Gobetti, e da socialisti liberali come i fratelli Rosselli, finanche da Gramsci che nutriva molti dubbi sull’efficacia del sistema parlamentare, andava in frantumi per l’asse di ferro dei tre maggiori partiti: Pci, Psi, Dc.
Ora certamente nella Costituzione vi sono sanciti dei principi invidiabili: l’art. 1 “[…] Repubblica democratica fondata sul lavoro” o l’art.3, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge […] E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta” e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana, o l’art. 9 “[…] La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” o il riconoscimento dei partiti e dei sindacati. Ma questi principi, purtroppo, sono restati sulla carta, non si sono mai realizzati. E di altri come l’art.7 non si parla nonostante sarebbe da abolire hic et nunc.
Per questo s’impone “le droit d’inventaire”. Perché questa insopportabile, incivile, indecorosa discrepanza tra quanto promesso – non a voce, ma per iscritto – e non è stato realizzato? Cos’è che non ha funzionato e non funziona ancora? Probabilmente, anzi certamente la causa principale sta in un assetto istituzionale, il sistema parlamentare, anacronistico ed improduttivo di “riforme” vere, quelle che in positivo incidono sulle condizioni di vita delle persone. E in un modello elettorale che priva l’elettore e l’elettrice di scegliere chiaramente assieme al candidato-premier il partito o la coalizione di riferimento.

Chi urla invocando la piazza non è al momento lo specialista Beppe Grillo ma il suo emulo Flores D’Arcais, con il seguito di intellettuali e scrittori, politici decapitati dal voto popolare e l’onnipresente don Ciotti più, ironia della sorte, ‘Libertà e Giustizia’.
Costoro contestano il progetto di riforma avviato dal governo con la deroga all’art. 138, prevista al fine di rivedere le norme sulla struttura del Parlamento, sulla forma di governo e sull’impianto autonomistico, perché temono possa venire stravolta la Costituzione “più bella del mondo”.
Si tratta di una questione eminentemente giuridica. Quindi, lasciando ai giuristi il compito e il dovere di giudicare se sia giusto o sbagliato, qui interessa affermare il principio del “droit d’inventaire”, che è questione culturale, politica e storica insieme.
Rifacendoci così al dibattito in seno alla Costituente va ricordato un ordine del giorno assai significativo, del segretario della Commissione per la Costituente, il giurista Tomaso Pergassi, che recita: «La seconda sottocommissione […], ritenuto che né il tipo del governo presidenziale né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare, da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi idonei a tutelare le esigenze di stabilita’ dell’azione di governo e ad evitare degenerazioni del parlamentarismo».

Alla luce di tale ordine del giorno che già prevedeva di individuare “[…] dispositivi idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo e ad evitare degenerazioni del parlamentarismo”, si puo’ avviare “le droit d’inventaire” per adeguare l’assetto istituzionale e il modello elettorale, con il superamento del Porcellum, ai sistemi più evoluti ed efficaci dei paesi europei: ad esempio, fermo restando il ruolo super partes del Presidente della Repubblica, si puo’ discutere del “semipresidenzialismo” alla francese con un modello elettorale che preveda per il primo turno il proporzionale con soglia di sbarramento del 5% e per il secondo turno un premio di maggioranza per il partito o la “coalizione” che arrivi al 40% dei voti. O, fermo restando il modello parlamentare, rafforzare i poteri del premier: avrebbe la fiducia della sola Camera con un numero ridotto rispetto agli attuali 630 e non del Senato, che diverrebbe la Camera delle Autonomie, ed il potere di nomina e revoca dei ministri. Inoltre, ci sarebbe l’istituto della sfiducia costruttiva, ossia l’obbligo di indicare una maggioranza alternativa.

Di proposte ne possono venire altre e di altro tipo: ma è innegabile che se vogliamo stare al passo con l’Europa dobbiamo rivedere ciò che della Costituzione non ha funzionato e non funziona. E per far questo lavoro, che si chiama “riforma”, servono certe qualità specifiche: onestà, rigore, competenza, intelligenza e una biografia all’altezza della situazione, per saper costruire e non per distruggere.

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