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Lettera dal Libano

Olga Ambrosiano
Nena News

Beirut, 16 settembre 2013, Nena News – Vivo qui parecchio tempo all’anno, ai bordi del campo di Burj al Shemali e ormai quando mi muovo all’ interno del campo c’è chi mi chiama per nome e chi mormora “Assomoud.”, per farmi capire che mi ha riconosciuto. Prima, mi chiedevano per quale progetto lavorassi, oggi invece mi chiedono i voucher, l’una tantum che alcune organizzazioni internazionali distribuiscono ai profughi dalla Siria.

Prima, passando nei vicoletti del campo non avevo mai disdegnato di accettare l’invito a bere un caffè nelle loro case. Oggi tante donne mi chiedono di entrare per mostrarmi le condizioni dei loro tuguri. e la vecchietta con le mani rugose per l’artrite ti dice che non ce la fa a lavare i panni, ma la lavatrice è in Siria (meglio sarebbe dire ‘era’ in Siria).

E io non entro. Guardare? E perché? Conosco la lista che ha in tasca Abo Wassim, il responsabile di Assomoud: case senza bagni dove vivono due famiglie in ogni stanza, rifugi senza infissi con l’inverno che si avvicina. Rinuncio a entrare. Troppe le aspettative di questa gente quando vede “un europeo che si aggira nel campo”.

E poi mi fa male percepire i commenti tra i nuovi arrivati e quelli che c’erano già nel campo di non accettazione reciproca. Si, c’è anche questo. E poi rabbrividisco nel palpare quanto sia cresciuta l’insofferenza dei libanesi verso i palestinesi, è la prima volta che mi si palesa così insistentemente, è la prima volta che sento una frase di questo genere: “noi libanesi dobbiamo ricominciare a fare pulizia nel nostro Paese, i palestinesi.i siriani.gli iracheni” Brrr. che brutti presagi mi evoca questa frase.

E poi, e poi. quanti e poi potrei scrivere!

Tanti mi chiedono di aiutarli a venire in Italia, altri solo di portar via il loro figlio, ragazzo o bambino che sia. Sanno che è impossibile, ma la richiesta esprime il loro desiderio più grande. Qualche palestinese con cittadinanza libanese ha preparato i passaporti per tutta la famiglia e mi chiede il numero di telefono dell’Italia dicendo, preoccupato, che un giorno forse dovrò aiutarlo. Qualcuno che ha provato invece ad entrare in Italia via mare mi sveglia nella notte con una richiesta di aiuto, tra urla e grida per il mare in tempesta. Che altro deve accadere mentre ho il biglietto in tasca per rientrare seduta comodamente sulla poltrona del mio aereo?

Guardo la televisione siriana da una famiglia che mi traduce qualcosa. Lo scenario è sempre lo stesso: materassi a terra, di giorno accatastati l’uno sull’altro, una stampella attaccata alla porta con qualche camicia, un solo fornello per una famiglia che è come una fisarmonica, con parenti che fanno la spola tra El Alhoei e Burj al Shemali. La mamma dei 3 bambini ha perduto un occhio per le emanazioni di una bomba e dell’altro è rimasto solo il 30%; inizia la scuola ma il bimbo non lo prenderanno, ha bisogno di uno psichiatra, e la femminuccia in età da kindergarten di notte ha cominciato a farsela addosso.

E la televisione va, senza risparmiare nulla a quei bambini. Ma come impedire ai grandi di sapere cosa accade nel Paese da dove sono venuti? Una sera trasmettevano un reportage in cui intervistavano due trafficanti di organi tra la Siria e la Turchia, arrestati in Turchia. Sembra che si stiano facendo affari d’oro. C’è un prezzo per gli organi estratti dai vivi e un prezzo per quelli estratti dai morti. E il mio interlocutore dice: “sono scappato dalla Siria non per paura delle bombe, ma per paura di questo fenomeno”. Il viso di quei due in televisione, con le immagini delle bare che vengono restituite ai confini della Siria in casse chiuse ermeticamente, non mi si cancellerà più dalla mente.

Si potrebbe pensare che io sia depressa e che non abbia la stoffa per vivere qui, almeno in questo momento. Non è vero, perché se raccontassi cosa sta facendo Ulaia tra questa gente, con pochi mezzi e con volontari, nessuno ci crederebbe. Da anni abbiamo scelto di affiancare Assomoud che si conferma, anche in questa situazione, una delle poche strutture che viene incontro ai bisogni dei palestinesi. Purtroppo annaspano tra la crescente domanda di servizi e la riduzione dei finanziamenti. In Italia si stanno raccogliendo fondi per sostenerla, nella speranza di un congruo finanziamento che le consenta di sfruttare in pieno il personale qualificato di cui dispone.

Questa settimana chi poteva ha cominciato a fare le provviste. Non sanno quando, ma sanno che la guerra verrà. In generale non hanno paura, ma pure se ce l’avessero dove potrebbero andare? Dove può andare un Palestinese? E allora si scherza anche, e ogni programma qui in Assomoud è preceduto dalle parole: se sopravviviamo. E domenica, mentre guardavo i bambini del progetto musicale, mi è venuta in mente la scena del Titanic: la banda che suona mentre il gigante affonda.

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