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Siria, tra jihadismo e divisione

Roberto Prinzi
Nena News

A poco meno di ventiquattro ore dall’inizio dei lavori dell’Assemblea Generale annuale delle Nazioni Unite, il presidente turco Abdullah Gul ha espresso dubbi e paure riguardo al pericolo jihadista. “Non riusciamo a impedire le infiltrazioni di terroristi malgrado tutte le nostre precauzioni e il dispiegamento di cannoni e carri armati alla frontiera” ha detto Gul ieri a New York dove si trova per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “I gruppi radicali” ha aggiunto “sono una grande fonte di preoccupazione per la nostra sicurezza”. Parole chiare che non lasciano molto spazio all’interpretazione. Dichiarazioni con cui per la prima volta Ankara riconosce pubblicamente il rischio di un pericolo jihadista ai suoi confini.

Conflitti interni all’opposizione

Un’uscita non casuale quella del presidente turco ma che forse nasce in conseguenza di quanto è accaduto la scorsa settimana nella cittadina siriana di A’zaz a pochi chilometri dal suo paese. Mercoledì il Fronte Islamico di Iraq e del Levante (ISIS) aveva preso possesso della città dopo essersi scontrato a lungo con alcune unità ribelli. La situazione si è era calmata venerdì quando la brigata Liwa’ al-Tawhid – parte dell’Esercito Libero Siriano (ESL) – era riuscita a raggiungere un accordo di cessate il fuoco con l’ISIS. Lo scontro nella cittadina siriana settentrionale è stato un duro colpo per molti oppositori ad al-Asad poiché A’zaz ha un’importanza simbolica e strategica notevole. E’ stata infatti una delle prime cittadine che hanno “liberato” e che hanno amministrato.

Se è vero che l’assalto jihadista ad A’zaz ha dimostrato nuovamente come come gran parte dei ribelli si oppongano con forza a gruppi qaedisti (che rappresentano numericamente una schiacciante minoranza), dall’altro ha riconfermato la profonda divisione delle forze anti al-Asad. Ma se su questo punto sono convinti anche i più accesi sostenitori dei ribelli, più interessante è sottolineare i conflitti interni ad “al-Qa’eda”. Ritenerla un’organizzazione monolitica non ha molto fondamento (con la buona pace di molti commentatori occidentali) persino quando il suo studio viene limitato alle sue ramificazioni siriana (Fronte al-Nusra) e irachena (ISIS).

Ieri l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha riportato la notizia di scontri tra i due gruppi affiliati ad al-Qa’eda nella provincia di Hasakeh nel nord est della Siria. Secondo la ONG che ha sede in Gran Bretagna, alcuni combattenti del Fronte Islamico di Iraq e del Levante (ISIS) avrebbero attaccato il quartier generale del Fronte al-Nusra a Shahadi occupandolo e sequestrando diverse quantità di armi. Non è ancora possibile poter stabilire con esattezza se lo scontro tra i due gruppi sia stata causata da una disputa locale o, invece, sia il frutto di tensioni più profonde che investono i due gruppi.

Quello però che appare certo è che i due gruppi, sebbene abbiano spesso combattuto fianco a fianco, hanno preferito marcare una certa distanza l’uno dall’altro non unendosi. Guidati da due differenti capi (al-Baghdadi e al-Julani) presentano anche una diversa composizione interna: laddove il Fronte al-Nusra è costituita principalmente da siriani, l’ISIS è per lo più formata da “stranieri”).

Ancora sangue

Intanto se Gul ha il tempo di preoccuparsi, in Siria questo privilegio non esiste perché il sangue scorre a fiotti. Sempre l’Osservatorio dei Diritti Umani ha stimato un bilancio di oltre cento morti solo nella giornata di ieri. La stessa ONG ha riportato anche l’uccisione di 15 persone in un villaggio sunnita a nord ovest della città di Hama (tra le vittime anche una donna e due bambini) rappresaglia all’attacco ribelle ad alcuni posti di blocco militari che aveva causato la morte di 26 persone (16 soldati e 10 del NDF). Un grido di allarme è stato lanciato dalla Coalizione siriana per la situazione della regione della Ghouta (a est di Damasco) e i sobborghi meridionali della capitale siriana che vivono un vero e proprio “disastro umanitario” a causa dell’assedio delle forze del regime. L’Opposizione ha nuovamente accusato l’Occidente di restare inerte “dinanzi alla carneficina del popolo siriano”.

Colpi di mortaio hanno poi colpito il complesso dell’ambasciata russa a Damasco. L’esplosione ha frantumato le finestre senza causare danni alla struttura dell’edificio ma provocando il ferimento di tre persone la cui nazionalità è per il momento incerta. Una evidente atto di ritorsione contro il sostegno che Mosca ha sempre offerto al regime ba’thista in questi due anni e mezzo di conflitto.

Sul piano politico

Proseguono intanto lentamente le trattative diplomatiche su come raccogliere l’arsenale chimico siriano. La scorsa settimana una relazione dell’ONU aveva confermato l’uso del gas sarin nell’attacco del 21 Agosto a Ghouta. Il presidente Bashar al-Asad continua a ostentare sicurezza e dichiara di “non essere preoccupato” per i tentativi dei paesi occidentali di far approvare dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione relativa al conflitto siriano fondata sul Capitolo VII della Carta ONU che prevede il possibile uso della forza. Intervenendo sulla rete televisiva cinese ‘CcTv’ ha dichiarato che con la presentazione di questa bozza gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia “stanno semplicemente cercando di fare di se stessi i vincitori di una guerra alla Siria, che è il loro nemico immaginario”. Al-Asad ha anche lodato l’atteggiamento della Russia e della Cina che “in sede di Consiglio di Sicurezza stanno esercitando un ruolo positivo per garantire che non regga alcun pretesto per un intervento militare contro di noi”.

Sabato scorso il regime siriano aveva consegnato gli ultimi dettagli riguardo al suo arsenale chimico all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche come previsto dall’accordo elaborato da Stati Uniti e Russia in queste settimane che prevede la distruzione dell’arsenale. I cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stanno ancora negoziando il testo della risoluzione che dovrebbe sancire il patto. Francia, Gran Bretagna e USA – contrariamente alla Russia – vorrebbero permettere l’uso della forza nel caso in cui Damasco non dovesse rispettare gli accordi. Nel frattempo il ministro degli Esteri siriano Walid Mu’allem si prepara a guidare la delegazione siriana che parteciperà all’Assemblea generale annuale delle Nazioni Unite che si aprirà martedì.

In queste ore si registra però politicamente una prima timida apertura dell’Opposizione siriana alla conferenza di Ginevra. In una lettera al Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, ottenuta dalla Reuters e datata 19 settembre, il presidente della Coalizione nazionale siriana, Ahmad Jarba, ha espresso la sua volontà di partecipare alla conferenza di Ginevra che abbia come obiettivo la fine al conflitto siriano. Jarba, che ha raggiunto New York in anticipo, ha ribadito però che la condizione necessaria ad una eventuale partecipazione è la garanzia che l’incontro di Ginevra miri a stabilire un governo di transizione con pieni poteri.

“Califfato islamico”?

Ma se una parte minoritaria dell’Opposizione formata dai jihadisti rappresenta un pericolo per la confinante Turchia e per i paesi occidentali, c’è chi continua ed esprimere forti dubbi sul carattere “moderato” della Coalizione siriana. Ieri a Mosca il Ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, intervistato dal Primo canale russo, ha ammonito l’occidente affermando che “se Bashar al-Asad dovesse cadere, al potere in Siria arriveranno gli islamisti”. “Il risultato dell’uso della forza in Siria sarà a favore dei ribelli che andranno al potere. Lo stato laico non sopravviverà” ha aggiunto sostenendo che i jihadisti rappresentano i due terzi dell’opposizione e vogliono proclamare il califfato islamico in Siria e nei territori limitrofi.

Scenario che non differisce molto da quello tracciato da Salih Muslim leader curdo siriano del Partito dell’Unione Democratica curda (PYD). In un’intervista telefonica con l’agenzia tedesca dpa, riportata dal quotidiana arabo Al-Quds al-Arabi, Muslim ha detto che l’80 per centro degli elementi che compongono l’Esercito libero siriano (ESL) dell’opposizione al regime di Damasco sono “estremisti islamici” aggiungendo che “tra di loro tutti parlano della necessità di ripristinare il califfato islamico”.

Esagerata o meno la cifra, le parole di Muslim suggeriscono una riflessione: chiunque vincerà (ma davvero si può vincere?) l’elemento islamico non potrà essere “nascosto” o semplicemente represso come ha fatto il regime ba’athista per quarant’anni. L’islam politico è una forza politica con cui bisognerà confrontarsi.

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