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Terra dei fuochi, la strage dei bambini

Antonio Castaldo
www.corriere.it

Gaetano Rivezzi muove l’indice su e giù seguendo la tendenza di istogrammi che rappresentano la sintesi di un olocausto. Il neonatologo in servizio all’ospedale di Caserta è il coordinatore dei medici per l’ambiente campani. La prima fila scientifica di un fronte di protesta molto vasto, che, urlando nel deserto dell’indifferenza di politica e istituzioni, da anni denuncia il massacro continuo provocato dal pesante inquinamento a nord di Napoli, da Nola a Villa Literno. «Nell’Asl Napoli tre, quella di San Giorgio a Cremano, Pomigliano, Nola – spiega Rivezzi – nel 2009 le esenzioni 048, quelle per i pazienti affetti da tumori, erano 111. Nel 2012 sono diventate 266. Nel solo distretto di Frattamaggiore, che conta oltre centomila abitanti, si va dai 136 di 4 anni fa ai 420 dell’anno scorso». È la terra dei fuochi, oltre 3500 roghi di scarti industriali e rifiuti tossici nel solo 2012. Ma è anche la terra dei rifiuti tossici smaltiti illegalmente dalla camorra e da società finite sotto processo e condannate per traffico di scorie pericolose: oltre 300 mila tonnellate di scarti tossici provenienti dalle aziende del Nord «interrati» nel solo 2002 secondo le indagini della Procura di Napoli. Ed è infine la terra dei tumori.

L’ALLARME DI ACERRA – Domenica scorsa ad Aversa 3.500 persone hanno sfilato in silenzio, e tutte vestite a lutto, per denunciare l’avvelenamento della propria terra. Le campane delle chiese hanno suonato a morto durante tutto il corteo, guidato dal vescovo. Ad Acerra, città di 55 mila abitanti a ridosso dei monti Lattani, nell’ultimo mese ha destato sconcerto e paura nella popolazione la circostanza che quattro bambini hanno contratto la medesima terribile malattia, il medulo blastoma, una forma di tumore al cervello che per quanto molto diffusa, ha comunque un incidenza di 2 casi ogni 100 mila bambini. Una prima manifestazione si è tenuta lo scorso 7 settembre. La prossima è fissata il 21, una fiaccolata. «I tumori cerebrali sono le più comuni neoplasie solide dell’infanzia – spiega ancora Rivezzi – e sono la prima causa di morte per cancro nei bambini. Di solito si attribuisce “al destino” l’insorgere di questa patologia. Eppure in un recente studio scientifico internazionale pubblicato su Current Neurology and Neuroscience le cause vengono riportate ad alterazioni epigenetiche. Che come è noto sono molto sensibili agli stress ambientali».

LA STRADA DEI VELENI – Il Pcb, policlorobifenile, è una sostanza oliosa a grande stabilità chimica utilizzato per le condutture elettriche dell’alta tensione. Nel 1983 è stata dichiarata sostanza illegale in Italia perché altamente tossica. È un cancerogeno certo, ovvero la semplice esposizione diretta è causa primaria di neoplasia. Anche per questo motivo smaltirla costa parecchio. Ed è per questo motivo che la criminalità organizzata si è subito buttata sull’affare. Il pentito di camorra Gaetano Vassallo ha raccontato di aver spalmato come ammendante nelle campagne migliaia di tonnellate di Pcb. I camion di Gomorra Spa percorrevano la statale 162 che attraversa tutta la regione da Acerra (appunto) al litorale domizio. Ad ogni svincolo «libero» da testimoni scomodi, uscivano e sversavano. «Guarda caso oggi – spiega Antonio Marfella, a sua volta uno dei medici per l’ambiente – lungo il tragitto di questa strada si concentra il maggior numero di discariche abusive e i più alti picchi di incidenza tumorale e mortalità».

I ROGHI – Chiuso il traffico di rifiuti, di cui da ultimo ha parlato il pentito Carmine Schiavone in un’intervista a SkyTg24, sono cominciati i roghi. Cumuli di rifiuti urbani, ma molto spesso anche di residui industriali, dati alle fiamme perché in larga parte provengono da aziende illegali. Il cui fumo si spande l’atmosfera avvelenandola con la diossina nelle periferie delle città, ai bordi delle strade meno trafficate o addirittura in aperta campagna. Di giorno e di notte, dai palazzi più alti, ma anche dalla strada, è possibile osservare le colonne di fumo che si alzano sulla terra avvelenata. Angelo Ferillo, blogger e ambientalista, da anni cura un sito per segnalare gli «avvistamenti». Un lavoro simile, ma messo in atto in particolare nel Nolano, lo portano avanti i ragazzi di Rifiutarsi. È da qualche anno attivo anche un coordinamento dei comitati civici, ispirato dall’instancabile opera di sensibilizzazione del parroco di Caivano don Maurizio Patriciello. E anche in questo caso è stato attivato un servizio online di segnalazione dei roghi. Alla fine si è mosso anche il ministero dell’Interno. Dallo scorso dicembre un prefetto è stato incaricato di coordinare le operazioni. Si chiama Donato Cafagna. Da quando si è insediato i roghi sono calati quasi del 50%: Nei primi sei mesi del 2012 erano 2110, nello stesso periodo del 2013 sono 1142. «Non ci siamo limitati a spegnere gli incendi – spiega Cafagna -. Gran parte dei roghi sono alimentati da rifiuti speciali e industriali, provenienti da industrie illegali. E allora facciamo prevenzione in questo senso: gli interventi ad oggi sono oltre 3100». I roghi possono essere catalogati per materiale bruciato. Nella zona vesuviana, nota per le sue camicerie e per i contoterzisti della moda, abbondano i falò di tessuti e pellami; nell’hinterland di Napoli danno alle fiamme prevalentemente pneumatici o residui edili; nell’aversano e sul litorale le plastiche e i polistiroli delle aziende agricole.

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Giancarlo Siani, ucciso il 23 settembre 1985. Aveva osato raccontare le logiche di potere dei clan. E’ un filo spezzato che si riannoda. E’ una storia che riparte da dove è stata brutalmente interrotta con la violenza e l’arroganza assassina della camorra

Arnaldo Capezzuto
www.liberainformazione.org

E’ un filo spezzato che si riannoda. E’ una storia che riparte da dove è stata brutalmente interrotta con la violenza e l’arroganza assassina della camorra. Sono trascorsi 28 anni dalla sua uccisione. Era il 23 settembre 1985, quando un commando di killer lo trucidò a colpi di pistola sotto casa mentre era a bordo della sua Mehari. Aveva osato raccontare, descrivere, svelare i meccanismi e le logiche di potere dei clan. Ne aveva capito, intuito e descritto la loro filigrana. Quei pezzi di verità da soli erano insignificanti ma incastrati, messi insieme con altri più lontani diventavano trama aberrante. Camorra, economia, colletti bianchi,politici, amministratori e codardi costituivano e costituiscono un unico blocco dalle mille, indecifrabili sfaccettature: affari, potere per il potere e patti segreti. Prima di tutti con lungimiranza, Giancarlo, ha descritto, raccontato, denunciato un nuovo e inquietante orizzonte criminale di una mala che si “mafizzava” e abbracciava la nascente Cosa nostra stragista di Totò Riina, quella degli omicidi eccellenti e, in seguito, delle autobombe di Capaci, di via D’Amelio e della trattativa con lo Stato.

Giancarlo Siani al “Il Mattino” era un abusivo, un “biondino” – adesso si direbbe un precario – uno senza diritti. Doveva solo faticare e stare zitto, muto. E’ la regola non scritta per imparare il mestieraccio. E’ nelle cose. Le commemorazioni e l’odore della naftalina c’entrano davvero poco con la breve vita di Giancarlo, uno normalissimo forse che neppure scriveva tanto bene ma che faceva domande e voleva capire. Lui era in prima linea, si è detto: un giornalista-giornalista. Non aveva scheletri nell’armadio, non aveva padrini, né padroni. Insomma in via Chiatamone sede de “Il Mattino” non doveva fare genuflessioni e inchini. Non aveva ancora un contratto di praticantato, forse non l’avrebbe mai avuto. La storia a volte si riscrive e si corregge.

Il senso di colpa è pesante anche a distanza di anni. Giancarlo suscita emozioni, accende passioni, mette le lacrime agli occhi. La sua è una storia che continua ad essere – nonostante tutto – generosa anche con i tanti professionisti dell’anticamorra, protagonisti di una continua appropriazione indebita di un nome, di un cognome e di un vissuto. Questa la sua grandezza. Sarebbe davvero bello leggere nella gerenza de “Il Mattino”: “Questo è il giornale di Giancarlo Siani”. Il mio è un ricordo nitido, ripescato nel retrobottega della giovinezza. Età acerba. Non c’era la consapevolezza, la sensibilità di oggi sui temi delle mafie.

Si viveva un po’ così: alla buona. Mi è tornato in mente, in bianco e nero. Il giorno dopo c’era un mazzo di fiori adagiato in strada. L’autobus era zeppo di persone, come adesso, non c’era spazio. Tutti stipati e traballanti. Dicevano che la sera prima avevano ammazzato un giovane: faceva il giornalista. Era un parlottare, un chiacchiericcio, uno strano brusio. “Non si ammazza così. Era troppo giovane”. “Vabbuò forse qualcosa aveva fatto”. “Ma siete sicuri che scriveva solo??”. Uno scetticismo che per oltre dieci anni ha inseguito e assediato la famiglia di Giancarlo, isolandola. Un sospetto odioso, anticamera di chissà quale verità segreta, inconfessabile. La calunnia è un venticello. Addirittura gli stessi giornalisti, gli stessi colleghi ne diffidavano, aggiungevano una velenosa parola sospesa a chiusura “Staremo a vedere!!”. Solo i giovani, i ragazzi, le nuove generazioni avevano capito tutto: “Giancarlo Vive”.

Frequentavo il secondo anno delle scuole superiori, avevo solo 15 anni. Non sapevo di camorra, clan, boss, affiliati, logiche di morte. Entrai in aula, c’era la mia professoressa d’italiano, Starace, un vero Pit Bull. Era rivolta con le spalle alla classe. Nessuno fiatava. Avevamo il terrore che interrogasse. Esitava. Si voltò. Piangeva. Gli occhi pieni di lacrime. Depose la maschera di professoressa arcigna e dura d’animo. Con un filo di voce, stringendo la mazzetta dei giornali tra le mani, ci parlò con il cuore in mano di quel giovane cronista. Lo conosceva. Lo seguiva. Ne apprezzava il candore, la spontaneità, la semplicità e l’immediatezza della scrittura. Nessuna oggettivazione eccessiva, sensazionalismo ma l’elasticità e sintesi: fatti e ragionamento. Conteneva la rabbia inspirando aria e trattenendo il fiato. In meno di un’ora, raccontò cos’era per lei un giornale. Spiegò cosa significasse raccogliere e scrivere le notizie. L’importanza di leggere e conoscere. L’essere informati per esercitare i diritti. Una lezione bellissima, appassionata, diretta. Restai ipnotizzato.

Per la prima volta nella mia: imparavo, assorbivo. Alla fine la Starace era un fiume in piena e forzò se stessa: “Quest’anno non seguirò il programma, voglio che impariate ad amare i giornali”. Ci supplicò di aprire gli occhi e guardare vedendo dentro i fatti. Per me studente svogliato con un giudizio di licenza media – poco lusinghiero – che consigliava l’allontanamento dai libri e l’uso della braccia per tutt’altra carriera fu come una scintilla. Un mondo si apriva.

Anni dopo. Forse in una vita inaspettata, mi giunse in redazione una lettera di minacce: “Smettila, altrimenti farai la fine di Siani”. Ne seguirono altre di intimidazioni. Neppure immaginavo che avrei fatto condannare chi voleva strapparmi con la violenza il taccuino dalle mani. Ecco quelle sentenze le ho dedicate – lo scrivo in punta di tastiera – al mio amico Giancarlo. E’ vero, Vive. La sua Mehari – lunedì mattina riaccende il motore – riparte da dove la violenza e la mano assassina la fermò. E’ un modo simbolico di far ripartire una storia, un modo concreto di riconciliazione di Giancarlo con la sua città, un atto forte per “fare memorie” in una coscienza collettiva che a volte sembra smarrita. Sulla Mehari con Giancarlo ci saranno i tanti cronisti, fotoreporter, operatori dell’informazione uccisi; le tante vittime innocenti della criminalità organizzata e del terrorismo. Questo viaggio comincia proprio da Napoli dove a volte anche il sole come la speranza scompare “bell e buono”, ingoiato nei vicoli bui. E quando meno te l’aspetti, senti un sussurro, segui un’impronta, raccogli le mollichine. Vedi guardando quell’auto dimenticata, dalla forma strana addirittura senza sportelli né tetto e pensi all’inconsapevolezza, di quel giornalista-ragazzino di 25 anni che sfidò a petto nudo, a volto scoperto i clan, esortando con i suoi scritti e parole a reagire perché la speranza si costruisce giorno per giorno. Giancarlo Vive!

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