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Del tutto inascoltate dalle gerarchie della Chiesa le obiezioni alla canonizzazione di Giovanni Paolo II di NoiSiamoChiesa

NOI  SIAMO CHIESA
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Comunicato stampa  –  Del tutto inascoltate dalle gerarchie della Chiesa le obiezioni alla canonizzazione  di Giovanni Paolo II annunciata  da Francesco nel Concistoro

Dopo solo otto anni dalla  morte, papa Wojtyla sarà proclamato santo il  27 aprile, come ha annunciato  questa mattina   papa Francesco  nel corso del   Concistoro. In nessuna considerazione sono state tenute le forti obiezioni alla canonizzazione che, dall’inizio, sono state fatte all’interno della Chiesa sia per quanto riguarda i tempi troppo ravvicinati sia per essere stato Giovanni Paolo II scarsamente impegnato nell’attuazione del Concilio Vaticano II e, per questo motivo, elemento di divisione tra i credenti.

Primo e più importante portavoce di queste riflessioni critiche è stato Giovanni Franzoni, già abate di S. Paolo fuori le mura e Padre conciliare. Egli fu promotore nel dicembre 2006 di un “Appello alla chiarezza” (vedi Allegato), che fu firmato  da teologi ed esponenti di base della Chiesa in tutto il mondo e da movimenti ed associazioni (si allega quello dell’International Movement  We Are Church). In esso si argomenta  in senso contrario al processo di beatificazione ricordando in particolare :

1° – La repressione e l’emarginazione esercitate su teologi, teologhe, religiose e religiosi, mediante interventi autoritari della Congregazione per la dottrina della fede.

2° –  La tenace opposizione a riconsiderare – alla luce dell’Evangelo, delle scienze e della storia – alcune normative di etica sessuale che, durante un pontificato di oltre 26 anni, hanno manifestato tutta la loro contraddittorietà, limitatezza e insostenibilità.

3° –  La dura riconferma della disciplina del celibato ecclesiastico obbligatorio nella Chiesa latina, ignorando il diffondersi del concubinato fra il clero di molte regioni e celando, fino a che non è esplosa pubblicamente, la devastante piaga dell’abuso di ecclesiastici su minori.

4° –  Il mancato controllo su manovre torbide compiute in campo finanziario da istituzioni della Santa Sede, e l’impedimento a che le Autorità italiane potessero fare piena luce sulle oscure implicazioni dell’Istituto per le opere di Religione (Ior, la banca vaticana) con il crack del Banco Ambrosiano.

5° –  La riaffermata indisponibilità del pontefice, e della Curia da lui guidata, ad aprire un serio e reale dibattito sulla condizione della donna nella Chiesa.

6° – Il rinvio continuo dell’attuazione dei princìpi di collegialità nel governo della Chiesa romana, pur così solennemente enunciati dal Concilio Vaticano II.

7° – L’isolamento ecclesiale e fattuale in cui la diplomazia pontificia e la Santa Sede hanno tenuto mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, e l’improvvida politica di debolezza verso governi – dal Salvador all’Argentina, dal Guatemala al Cile, da Haiti al Brasile – che in America latina hanno perseguitato, emarginato e fatto morire laici, uomini e donne, religiose e religiosi, sacerdoti e vescovi che coraggiosamente denunciavano le «strutture di peccato» dei regimi politici dominanti e dei poteri economici loro alleati.

Queste obiezioni contenute nell’ “Appello alla chiarezza” non vogliono naturalmente negare gli aspetti positivi della sua personalità ed il suo impegno per la pace nel mondo e il coraggio  di ammettere le colpe storiche dei figli e delle figlie della Chiesa nel passato.

Queste posizioni venivano formalizzate (vedi Allegato)  da   Giovanni Franzoni, a nome di tutti i firmatari dell’appello, il 7 marzo 2007 davanti al Tribunale competente del vicariato di Roma. Con il nuovo pontificato, ritenendo che la situazione si sarebbe  potuta modificare, Giovanni Franzoni si rivolgeva direttamente l’11 luglio a papa Francesco con una lettera che è stata  in seguito pubblicata dall’agenzia di stampa Adista  (vedi Allegato). In essa egli aggiungeva alle argomentazioni precedenti, l’occultamento di casi di abuso di minori da parte del clero, la cui responsabilità ha pesato e  pesa non solo su tanti vescovi diocesani o superiori di ordini religiosi ma, fatto ben più grave,  su gli stessi  vertici della gerarchia (sullo stesso romano pontefice e sulla Congregazione per la dottrina della fede). Questa lettera non ha avuto risposta.

I dubbi e le perplessità  su questa decisione sono state aumentate dall’orientamento, che è ormai prevalso a Roma in questo caso e in passato, di voler cercare di canonizzare  tutti, o quasi tutti, i papi, quasi a santificare il ruolo stesso del vescovo di Roma. E’ una posizione del tutto discutibile dal punto di vista teologico. Né vale sostenere che si santifica l’uomo, con la sua fede e la sua passione per la Chiesa. La moralità e la santità di un papa sono strettamente intrecciati con le caratteristiche del suo magistero o, almeno,  così vengono  sicuramente  percepite da gran parte del popolo di Dio. Perlomeno sarebbe stato saggio lasciare scorrere il tempo per poi giudicare con maggiore serenità ecclesiale e storica. I fautori del “Santo subito!” sono riusciti a travolgere le più elementari obiezioni e lo stesso buon senso.

Roma, 30 settembre 2013
NOI SIAMO CHIESA

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Allegato 1: Appello alla chiarezza” del 6 dicembre 2006

Per l’Ufficio di postulazione della causa, Vicariato di Roma

L’apertura ufficiale, il 28 giugno 2005, della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, sollecita tutti i cattolici, uomini e donne, che si sentono partecipi e responsabili della vita della loro Chiesa, ad inviare le loro testimonianze sulle opere del Romano pontefice scomparso il 2 aprile

Come è stato correttamente annunziato, possono essere inviate, all’ufficio competente del Vicariato di Roma, sia testimonianze a favore che testimonianze contrarie alla glorificazione di Karol Wojtyla, purché tutte siano fondate su dati obiettivi.

Tenendo peraltro conto della sovraesposizione mediatica che si è verificata, non sempre per motivi spirituali, durante gli ultimi giorni della malattia del papa e in occasione del suo decesso, ci sembra opportuno proporre dei riferimenti a quelle donne e uomini cattolici che – senza voler ignorare naturalmente gli aspetti positivi del suo pontificato, come l’impegno per la pace o il tentativo di ammettere le colpe storiche dei figli e figlie della Chiesa nel passato; senza negare aspetti virtuosi della sua persona; e senza volerne giudicare l’intima coscienza – danno però una valutazione per molti aspetti negativa del suo operato come papa. Perciò, con questo appello invitiamo tali persone a superare la ritrosia e la timidezza, e ad esprimere formalmente, con libertà evangelica, fatti che, secondo le loro conoscenze e i loro convincimenti, dovrebbero essere d’ostacolo alla beatificazione.

Le/i firmatari del presente appello ritengono che, rispetto al pontificato di Giovanni Paolo II, si debbano criticamente valutare, in particolare, i seguenti punti:

1° – La repressione e l’emarginazione esercitate su teologi, teologhe, religiose e religiosi, mediante interventi autoritari della Congregazione per la dottrina della fede.

2° –  La tenace opposizione a riconsiderare – alla luce dell’Evangelo, delle scienze e della storia – alcune normative di etica sessuale che, durante un pontificato di oltre 26 anni, hanno manifestato tutta la loro contraddittorietà, limitatezza e insostenibilità.

3° –  La dura riconferma della disciplina del celibato ecclesiastico obbligatorio nella Chiesa latina, ignorando il diffondersi del concubinato fra il clero di molte regioni e celando, fino a che non è esplosa pubblicamente, la devastante piaga dell’abuso di ecclesiastici su minori.

4° –  Il mancato controllo su manovre torbide compiute in campo finanziario da istituzioni della Santa Sede, e l’impedimento a che le Autorità italiane potessero fare piena luce sulle oscure implicazioni dell’Istituto per le opere di Religione (Ior, la banca vaticana) con il crack del Banco Ambrosiano.

5° –  La riaffermata indisponibilità del pontefice, e della Curia da lui guidata, ad aprire un serio e reale dibattito sulla condizione della donna nella Chiesa cattolica romana.

6° – Il rinvio continuo dell’attuazione dei princìpi di collegialità nel governo della Chiesa romana, pur così solennemente enunciati dal Concilio Vaticano II.

7° – L’isolamento ecclesiale e fattuale in cui la diplomazia pontificia e la Santa Sede hanno tenuto mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, e l’improvvida politica di debolezza verso governi – dal Salvador all’Argentina, dal Guatemala al Cile – che in America latina hanno perseguitato, emarginato e fatto morire laici, uomini e donne, religiose e religiosi, sacerdoti e vescovi che coraggiosamente denunciavano le «strutture di peccato» dei regimi politici dominanti e dei poteri economici loro alleati.

Con spirito ecclesiale,

Jaume Botey, teologo e storico, Barcellona; José María Castillo, teologo, San Salvador; Giancarla Codrignani, saggista, Bologna; Rosa Cursach, teologa, Palma de Mallorca; Casiano Floristán, teologo, Salamanca; Giovanni Franzoni, teologo, Roma; Filippo Gentiloni, giornalista e scrittore, Roma; Giulio Girardi, teologo, Roma; Martha Heizer, teologa, Innsbruck; Casimir Martí, teologo e storico, Barcellona; Ramon Maria Nogués, teologo, Barcellona; José Ramos Regidor, teologo, Roma; Juan José Tamayo, teologo, Madrid, Adriana Zarri, teologa, Ivrea, Vittorio Bellavite (per “Noi Siamo Chiesa”) Roma

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Allegato 2: Deposizione-testimonianza di Giovanni Franzoni del 7 marzo 2007

L’apertura ufficiale, il 28 giugno 2005, della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, ha sollecitato tutti i cattolici, uomini e donne, che si sentono partecipi e responsabili della vita della loro Chiesa, ad inviare le loro testimonianze sulle opere del romano pontefice scomparso il 2 aprile precedente.

Come era stato correttamente annunziato, potevano essere inviate, all’ufficio competente del Vicariato di Roma, sia testimonianze a favore che testimonianze contrarie alla glorificazione di Karol Wojtyla, purché tutte fondate su dati obiettivi.

Valutando, in tutta scienza e coscienza, il pontificato di Giovanni Paolo II, un gruppo di cattolici (teologi, teologhe, storici), al quale mi sono unito, ritenne che le dichiarazioni pubbliche sul pontefice scomparso, e le iniziative suscitate per favorire la sua causa di beatificazione, fossero spesso caratterizzate da una valutazione superficiale ed acritica del suo operato. E perciò, nel rispetto – ovviamente – di altri e differenti pareri, lo stesso gruppo a dicembre 2005 pubblicò un appello, confermato e firmato anche da altri esattamente un anno dopo e quindi inviato al Vicariato di Roma, nel quale metteva brevemente in luce quelli che, a parere dei sottoscrittori, erano dei pesanti limiti del pontificato. Limiti così grandi da ostare alla beatificazione.

Quell’Appello si limitava ad indicare alcuni punti critici del pontificato. I firmatari, comunque, confidavano, e confidano, che l’apposito Tribunale del Vicariato approfondirà adeguatamente le piste segnalate per fare maggior chiarezza.

E’ naturale che, un pontificato durato quasi 27 anni, sia carico di eventi, variamente valutabili. Se, in quell’Appello, erano sottolineati quelli, a giudizio dei firmatari, “negativi”, non si presumeva certo, con questo, ignorare gli aspetti “positivi” del pontificato, e perciò, en passant, si ricordava in particolare l’impegno di Wojtyla contro la guerra.

Nello stesso spirito dell’Appello, e lasciandolo sullo sfondo, in questa deposizione, e come testimonianza personale, vorrei precisare le ragioni delle mie fondate riserve alla beatificazione di papa Wojtyla, il che naturalmente non mi fa dimenticare gli aspetti a mio parere luminosi dell’azione del pontefice (ad esempio, già a suo tempo lo lodai con una lettera pubblica per il suo impegno contro la guerra in Iraq nel 2003).

Ho detto “papa Wojtyla”: la mia attenzione, dunque, è rivolta unicamente e solamente a come questa persona ha vissuto il suo pontificato, e in essa ha operato. Nulla io so, direttamente, della sua vita precedente in Polonia, e su di essa nessun giudizio posso esprimere. Parlo, dunque, del pontefice eletto il 16 ottobre 1978, e deceduto il 2 aprile 2005.

Sempre in rapporto alla beatificazione, questa, a mio parere, è la questione previa che si pone: è possibile, in un papa, distinguere la persona dal suo ruolo, le virtù private dalle decisioni pubbliche?

E’ bene evidente che su questa terra nessuno può giudicare la coscienza dell’altro; solo il Signore può farlo. Dunque, sotto questo aspetto, nulla io avrei da dire su Giovanni Paolo II. Se intervengo è perché mi domando se alcune sue scelte – così come valutabili dall’esterno – siano state una trasparente e cristallina testimonianza di quello spirito evangelico, e di quelle virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) che debbono rifulgere in grado altissimo in un “candidato” alla gloria del Bernini.

Il caso Ior-Banco Ambrosiano

Sul pontificato di Giovanni Paolo II incombe un’ombra nera che, a mio parere, mostra come quel pontefice violò gravemente le virtù della prudenza e della fortezza: mi riferisco a come egli gestì la vicenda dell’Istituto per le opere di religione (Ior) in connessione con il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Non è, questo, il luogo per esaminare in lungo e in largo la complessa vicenda; mi limito a rilevare che giudici italiani erano giunti alla conclusione che mons. Paul Marcinkus, presidente dello Ior, aveva avuto gravissime responsabilità per il crack dell’Ambrosiano e, dunque, dalla Città del Vaticano doveva essere estradato in Italia per essere arrestato e interrogato. Del resto, questa era anche la possibilità, per lui, di dimostrare limpidamente la sua innocenza e l’infondatezza delle accuse addebitategli.

La linea difensiva della Santa Sede, in tale vicenda, non fu quella di accertare se le accuse a Marcinkus fossero fondate, ma solamente quella di respingere, in quanto a suo parere contrastanti con i Patti Lateranensi, le richieste della magistratura italiana, perché queste avrebbero interferito in un àmbito, e in uno Stato (Vaticano) in cui l’Italia non poteva entrare. In effetti, dopo una lunga schermaglia giuridica e diplomatica, la stessa Corte di Cassazione nel luglio 1987 diede ragione alle tesi vaticane.

Senza entrare in questioni giuridiche, la domanda da porsi è la seguente: Giovanni Paolo II favorì l’accertamento della verità sul caso Ior? La risposta, mi pare, è negativa. Infatti, il papa decise, o lasciò che decidessero, di impedire, con pretesti giuridici, l’accertamento della verità. Infatti, ammesso e non concesso che i giudici italiani non avessero titolo a chiedere l’estradizione di Marcinkus, nessun processo pubblico si è tenuto nella Città del Vaticano per accertare i fatti. Wojtyla diede allora, e offre anche oggi, motivi fondatissimi per dubitare dell’innocenza di Marcinkus e, anche, della trasparenza della gestione economica della Santa Sede.

Pochi mesi dopo i fatti sopra citati (l’appello ai Patti lateranensi per evitare l’estradizione di mons. Marcinkus), Wojtyla, il 26 novembre 1982, così affermava alla conclusione di una plenaria del Collegio cardinalizio che aveva discusso anche dello Ior: “Desidero poi ringraziarvi in modo particolare per l’attenzione che avete dato alla questione dell’Istituto per le Opere di Religione. Una riunione di 15 Cardinali, com’è noto, ha previamente studiato la cosa prima che il Collegio Cardinalizio si radunasse qui, in questi giorni. Si tratta di questione delicata, complessa, che è stata soppesata in tutti i particolari: voi ne avete avuto una esposizione adeguata, e avete potuto rendervene conto per quei suggerimenti che siano necessari. La Santa Sede è disposta a compiere ancora tutti i passi che siano richiesti per un’intesa da entrambe le parti perché sia posta in luce l’intera verità. Anche in questo, essa vuole solo servire la causa dell’amore”.

Mai parole tanto impegnative (quelle che ho segnato in corsivo) sono state altrettanto contraddette: infatti, pubblicamente, nulla ha fatto Wojtyla per fare accertare la verità. E’ vero, ha poi riformato lo Ior e allontanato Marcinkus: ma la verità sui rapporti tra il prelato e Calvi, e il crack dell’Ambrosiano, non si è potuta sapere, da parte vaticana. E il fatto che la Santa Sede, pur dicendosi estranea al crack dell’Ambrosiano, abbia dato, a titolo di buona volontà, un sostanzioso contributo per aiutare chi da quel crack aveva subito ingenti danni economici, non risolve affatto, ma rende più aspro, il problema di fondo.

Beatificare un papa che, su tema tanto scottante, non ha fatto  luce, mi sembrerebbe assai grave. L’impressione – dall’esterno – che molti hanno è che, al dunque, Wojtyla abbia sacrificato l’accertamento della verità per non compromettere l’istituzione ecclesiastica che avrebbe subito danni rilevantissimi se il mondo intero avesse scoperto trame incredibili e imbrogli economici inimmaginabili. Per non parlare dello sbigottimento di milioni di semplici fedeli cattolici nel mondo intero.

Dal punto di vista religioso, a me pare che, nel caso citato, Wojtyla sia venuto meno, in modo obiettivamente gravissimo, alle virtù della prudenza e della fortezza: la prudenza che avrebbe dovuto imporgli, come capo della Chiesa cattolica romana, di salvaguardare il buon nome di tale Chiesa, e dunque di fare ogni cosa per accertare la verità; la fortezza, che avrebbe dovuto spingerlo ad opporsi alle prevedibili resistenze dell’apparato ecclesiastico della Curia romana restìa a “scoprire gli altarini”. Quali che siano state le motivazioni soggettive per cui il papa agì come agì (motivazioni che io non so), il risultato pubblico di tale decisione è aver obiettivamente impedito l’accertamento della verità. Come persona il papa forse non ha fatto nulla di male o, soggettivamente, ha creduto di non farlo; ma come pontefice ha compiuto un gesto gravido di conseguenze.

La beatificazione di Pio IX

Quando, a fine 1999, fu annunciato che, di lì a pochi mesi (sarebbe effettivamente accaduto il 3 settembre del 2000), il papa avrebbe beatificato insieme Pio IX e Giovanni XXIII, da molte parti emersero fortissime perplessità. Perché? Non solo per l’”abbinamento” voluto da Wojtyla – dall’evidente significato di accontentare, da una parte, i “tradizionalisti”, e, dall’altra, i “progressisti” – ma per due motivi ben precisi, legati alla pena di morte e alla vicenda di Edgardo Mortara.

Mastai Ferretti, come re dello Stato pontificio, aveva rifiutato la grazia a due patrioti, Giuseppe  Monti e Gaetano Tognetti, che avevano compiuto un attentato, e nel 1868 i due, a Roma, erano stati messi a morte.

Protetto da Pio IX, l’inquisitore di Bologna nel 1858 aveva fatto rapire alla famiglia Mortara – un’illustre famiglia ebraica – il piccolo Edgardo in quanto nascostamente battezzato da una domestica. Perché il piccolo, ormai cristiano, fosse educato nella “vera religione”, era inevitabile – secondo Pio IX – che esso fosse sottratto con la forza alla famiglia di origine: “I diritti del Padre celeste vengono prima di quelli del padre terreno”, sostenne sempre il pontefice per giustificare la sua decisione.

Mi si chiederà che cosa c’entri tutto questo con Wojtyla. C’entra, invece. In questione non è infatti l’intima coscienza di Pio IX, che fece le sue scelte – nel suo contesto storico e culturale – ritenendo di fare il meglio possibile. In questione è il fatto che un “beato”, molti anni o anche secoli dopo la sua morte, e dunque in un altro contesto storico, culturale ed ecclesiale, viene proposto a tutti i fedeli come esempio da imitare.

Ora, all’alba del Duemila, e quattro decenni dopo il Concilio Vaticano II, all’interno della Chiesa cattolica romana si era enormemente accresciuta la sensibilità (pastorale e teologica) su due temi: la pena di morte e il rapporto Chiesa/popolo d’Israele. Perciò, elevare agli onori degli altari un papa che aveva permesso esecuzioni capitali, e aveva fatto rapire un bambino ebreo battezzato era una provocazione impressionante. Infatti, la domanda non era, e non è, se Pio IX fosse in buona fede (lo diamo per accertato), ma quale significato assumesse oggi proclamare beato un papa che fece l’opposto di quanto oggi i buoni cattolici pensano.

Dopo i gesti coraggiosi (basti citare la sua visita alla grande Sinagoga di Roma, del 1986, e al Muro del pianto di Gerusalemme, nel marzo del 2000) da lui compiuti verso il popolo ebraico, l’annunciata beatificazione di Pio IX appariva contraddittoria ed incomprensibile.

In effetti, nei mesi precedenti l’annunciata beatificazione, personalmente ebbi modo di constatare l’amarezza e lo sconcerto della comunità ebraica romana per la decisione di Wojtyla. E analoghi furono i sentimenti in molti cattolici.

Non essendoci nessuna ragione cogente che obbligasse il papa a beatificare Pio IX, è necessario domandarsi perché egli così decise. La mia forte impressione è che, in realtà, Wojtyla volesse proclamare l’inattaccabilità e la supremazia del pontificato romano. E cioè: esaltare Pio IX, a prescindere dalle sue contraddizioni, era un passo necessario per esaltare l’istituzione ecclesiastica. A costo di smentire, indirettamente, il “nuovo corso” avviato dal Vaticano II.

Mi domando se, in questo caso, Wojtyla abbia osservato le virtù della prudenza e della temperanza (l’invito ad avere, nell’agire, il senso della misura)

I diritti umani violati

Il pontificato di Giovanni Paolo II è costellato di decisioni sue, o di organi ufficiali della Curia romana (in particolare della Congregazione per la dottrina della fede), che in sostanza hanno in vario modo punito la libertà di ricerca teologica: teologi, teologhe, studiosi non “in linea” sono stati allontanati dalle loro cattedre, o impediti di proseguire le loro ricerche. Non voglio qui fare il lungo elenco dei castigati: mi permetto di rinviare alla lista, non esaustivo, compilata dall’agenzia Adista

Nella maggior parte dei casi le procedure adottate da Roma per punire gli indiziati non soddisfano lo standard che nei Paesi occidentali si esige perché un processo sia considerato giusto, e comunque i provvedimenti punitivi non hanno dato all’imputato il modo di difendersi adeguatamente.

Questa situazione è particolarmente stridente in un papa che è andato pellegrino in tutto il mondo a proclamare le esigenze della giustizia e l’intangibilità dei diritti umani.

Eppure, la ricerca della giustizia – nella Chiesa, anzitutto! – è, appunto, una delle virtù cardinali che dovrebbero rifulgere in un “beato”. Tanto più se papa.

Aggiungo che, di norma, Wojtyla non volle mai ricevere pubblicamente in udienza i “dissenzienti” (ma, un “padre”, non dovrebbe infine avere un dialogo a quattr’occhi con il figlio che, a suo parere, sbaglia?), o compiere verso di essi un gesto di amicizia. Un tale atteggiamento era il corollario inevitabile dell’intransigente “difesa della verità”? Non necessariamente; e a smentire Giovanni Paolo II è stato lo stesso suo successore che, pochi mesi dopo la sua elezione, ricevette in udienza Hans Küng.

Quale che sia stato l’intimo convincimento della persona Wojtyla, è un fatto che le scelte del papa Wojtyla hanno mostrato alla Chiesa un comportamento che indicava come “nemici” quanti e quante avessero opinioni teologiche diverse dalle sue.

D’altra parte, la storia della Chiesa e delle Chiese dimostra che condanne affrettate hanno soffocato idee che, con il passare del tempo, si sono invece rivelate più giuste di quelle ufficiali. Anche per questo, mi pare, Wojtyla è stato assai imprudente.

L’emergenza della questione femminile

Risolvere d’autorità i problemi acuti ed aspri può, all’apparenza, sciogliere i nodi ma, in realtà, essi si aggrovigliano rendendo tutto più difficile. E’ quanto – a mio parere – è accaduto, sotto Wojtyla, con la “questione-donna”.

Le crescenti e diffuse richieste di piena partecipazione della donna alla vita della Chiesa sono state da Wojtyla soffocate. Senza entrare qui nelle problematiche teologiche dei ministeri femminili o della donna-prete, si deve rilevare che il pontefice ha accuratamente evitato di permettere, in proposito, un ampio dibattito, ad esempio in un Sinodo dei vescovi ad hoc, o ascoltando pubblicamente un’ampia e variegata rappresentanza delle donne.

Ma è prudente un pastore che deliberatamente evita di ascoltare che cosa dice l’”altra metà del cielo”? Pur avendo esaltato più volte il “genio femminile”, ed avendo dedicato alla “dignità della donna” una lettera apostolica (la Mulieris dignitatem, del 1988), in realtà Wojtyla non ha ascoltato le richieste delle donne; le ha solo interpretate a modo suo per conservare lo status quo dell’istituzione ecclesiastica.

Avendo negato, a livello istituzionale, un reale dibattito sulla “questione donna”, Wojtyla si è assunto la responsabilità di impedire che varie posizioni emergessero, si confrontassero, si arricchissero nel reciproco ascolto e nella comune ricerca della volontà di Dio.

La vicenda di Oscar Romero

E’ in atto il tentativo – così a me sembra, leggendo i più recenti libri su mons. Oscar Romero scritti da persone “sensibili” ai desiderata della Curia romana – di descrivere come idilliaci i rapporti tra l’arcivescovo di San Salvador e il papa. Credo che tale descrizione non corrisponda alla realtà, e che, al contrario, essa sottenda il forte desiderio di proporre, sulla vicenda, un Wojtyla “comprensivo” che non è esistito.

Varie testimonianze, tutte basate su affermazioni di mons. Romero, concordano nel dire che il papa accolse con freddezza Romero quando (1979) a Roma lo ricevette in udienza. In proposito posso portare anche un’esperienza personale.

Nel febbraio 1989 ho incontrato a Managua una religiosa – suor Vigil – che lavorava presso il Centro ecumenico Valdivieso. Essa mi confermò di aver incontrato a Madrid mons. Romero di ritorno da Roma (siamo sempre nella primavera del 1979) e di averlo trovato “costernato” per la freddezza con cui il papa, durante l’udienza, aveva valutato l’ampia documentazione, da lui stesso fatta pervenire in Vaticano, circa la violazione dei diritti umani e della vita di quanti si erano opposti, anche fra i suoi diretti collaboratori, all’oppressione esercitata dal governo salvadoregno sulla popolazione. Oscar Romero avrebbe ricevuto dal papa una secca esortazione ad andar “più d’accordo” con il governo.

A commento di quell’udienza – mi riferì ancora suor Vigil –  Romero disse alla religiosa: “Non mi sono mai sentito così solo, come a Roma”.

Il “clima” di quella famosa udienza non appare nella sua drammaticità dal diario di Romero, che di essa pure fa cenno. Ma trarre da tale silenzio prova per smentire la successiva, e ben più realistica, “confessione” dall’arcivescovo, mi sembrerebbe un’operazione apologetica per salvare Wojtyla. E’ evidente, infatti, che nella difficilissima situazione in cui si trovava, Romero, “non poteva” condannarsi da solo, dicendo che il papa lo aveva rimproverato di “fare politica”. Tanto meno poteva dirlo dal pulpito della cattedrale del Salvador. E, tuttavia, perché la verità si sapesse, e quasi a futura memoria, agli amici più intimi raccontò quanto disse anche a suor Vigil.

Al di là della vicenda dell’udienza, è un fatto che Wojtyla non fece gesti pubblici e inequivocabili per mostrare di essere dalla parte di Romero, e di sostenerlo. Del resto, se avesse voluto dire al mondo, con un gesto riconoscibile anche dai più umili, di essere dalla parte di Romero, Wojtyla lo avrebbe pur potuto creare cardinale nel suo primo concistoro (giugno 1979). Il che non fece.

Del resto, in oltre 26 anni di pontificato – e, cioè, sia prima che dopo la caduta del muro di Berlino – Wojtyla ha mostrato, mi pare, un’incapacità radicale di cogliere la sensibilità di quei milioni di persone che vedevano in Romero un martire della giustizia, e la fondatezza pastorale ed evangelica di quei cristiani – religiose, preti, vescovi, laici, uomini e donne – che si ispiravano alla “Teologia della liberazione”. Una teologia dalla quale, agli inizi, lo stesso Romero riteneva di non essere in sintonia, e della quale poi finì per incarnarne in modo esemplare lo spirito.

Nessun vescovo dell’America latina apertamente schierato con la “Teologia della liberazione” è stato creato da Wojtyla cardinale: non che essi cercassero tale onore, ma, nell’attuale sistema ecclesiastico, sarebbe pur stato importante che il papa mostrasse apertamente la sua stima dando all’uno o all’altro la porpora. Non solo: ma Wojtyla ha portato nella Curia romana prelati latinoamericani apertamente ostili a Romero, accaniti avversari della “Teologia della liberazione” e, anche, talora, non troppo coperti amici di dittatori.

Se, in tutte queste vicende, Wojtyla si sia segnalato per la virtù della prudenza è tema che, ritengo, meriti approfondita riflessione. Molti dubbi, comunque, sono leciti. In particolare, non vi sono segni che egli si sia chinato per cercare di capire una “pastorale” e una “teologia” diversissime dalle sue.

Il concubinato del clero

Non intendo esaminare tutta l’ampia problematica del celibato sacerdotale, cioè l’insieme delle ragioni storiche, bibliche, ecclesiali che oggi ne consigliano, o meno, il mantenimento nella Chiesa latina. Voglio solo affrontare uno spicchio di tale realtà: il concubinato del clero. Con ciò non intendo affatto dire che tutto il clero sia oggi concubinario: assolutamente no! Tutti conosciamo preti lieti e fedeli al loro celibato, e carichi di umanità. Ma certo, per una parte, sia pure limitata, del clero, il problema esiste.

Ricordo un episodio: quando, come “padre” conciliare, ero al Vaticano II, avevo come vicino di banco un vescovo dell’America latina. Questi rimase molto male quando Paolo VI avocò a sé la questione della legge del celibato nella Chiesa latina, impedendo dunque al Concilio di discuterne liberamente. In tale situazione, mi disse: “Caro padre abate, e adesso come faccio, dato che nella mia diocesi tutti i preti sono concubinari? Ero venuto in Concilio proprio per favorire l’abolizione della legge del celibato!”.

Già incombente ai tempi di Paolo VI, la questione del celibato si è fatta ancor più grave sotto Giovanni Paolo II. A questo papa imputo come scelta assai temeraria quella di avere impedito, in proposito, un reale dibattito ai vari livelli della Chiesa.

Wojtyla ha talmente insistito sulla “saldatura” tra ministero presbiterale e celibato da rendere di serie B i sacerdoti delle Chiese cattoliche orientali, spesso sposati. Ma, soprattutto, la sua esasperata difesa della legge in atto ha dimenticato un particolare decisivo, che un pastore saggio in alcun modo potrebbe ignorare: il problema dei figli dei preti, e delle donne dei preti.

Obbligando i preti latini che, in relazioni clandestine, avessero avuto dei figli, ad assumersi apertamente le loro responsabilità, e dunque a sposarsi per essere – coram populo – padri amorosi dei loro figli, e sposi affettuosi di donne non più tenute nascoste, si compirebbe un gesto di giustizia. Ribadendo invece la legge del celibato, di fatto si esimono questi presbiteri dall’assumersi le loro responsabilità, e si permette loro di continuare a trattare le madri dei loro figli come persone senza diritti.

Sono migliaia e migliaia, nel mondo – dalla Germania, al Brasile al Congo – i figli dei preti che non hanno diritto di avere una normale famiglia, essendo il loro padre “inesistente”. Una tale situazione lede molti diritti umani, e stringe il cuore. E’ impressionante che Wojtyla non abbia mai voluto affrontare pubblicamente questo “tabù”, preferendo le certezze dell’istituzione alle dolorose conseguenze derivanti dall’addentrarsi con realismo nelle problematiche concrete della vita, spesso assai complicate.

Tema differente, ma sempre legato al clero, è quello delle violenze sessuali di preti contro minori. La sgradevole impressione che si ha, in proposito, è che Wojtyla abbia affrontato questa piaga tremenda solo quando essa esplose negli Stati Uniti d’America, sul finire degli anni Novanta.

Le dimissioni dal pontificato

Una delle conseguenze più corpose, perché più incidenti nella realtà, del Vaticano II è stata la norma, infine stabilita dal nuovo Codice di diritto canonico, che chiede ai vescovi che compiono 75 anni di presentare le loro dimissioni al papa, che valuterà caso per caso.

Non so se si sia riflettuto sino in fondo sulla “teologia” che sottostà a tale norma: una volta, infatti, si diceva che il vescovo è lo “sposo” della sua Chiesa, cioè della sua diocesi, e perciò l’ama fino alla fine, cioè – in linea di principio – ne resta titolare fino alla morte. Perché mai, infatti, uno sposo non sarebbe più tale quando è avanti con gli anni?

Ad ogni modo, ammesso il principio non solo della legittimità, ma anche dell’opportunità delle dimissioni dei vescovi diocesani a 75 anni, non si comprende perché a tale normativa si sottragga il vescovo di Roma. Anche se non giuridicamente, ma di sicuro moralmente, egli dovrebbe essere il primo ad applicare una tale legge. Perché è il re il primo servo delle leggi di tutti.

Invece, quando Wojtyla compì i 75 anni, e ancor più quando, più tardi, andò aggravandosi in modo irreversibile la sua malattia, impedendogli un reale controllo della Curia romana, a chi direttamente o indirettamente gli suggeriva di rassegnare le dimissioni, egli rispondeva che “Cristo non si dimise dalla croce”.

Vi è una contraddizione teologica grande nel ragionamento di Wojtyla: perché mai sarebbe normale che, a 75 anni, un vescovo (che magari sta ancora bene in salute) si dimetta dalla sua diocesi, e sarebbe inaudito invece che nella stessa situazione si dimettesse il vescovo di Roma?

A me pare che da tale ragionamento emerga un substrato che considera il papa un “super vescovo”: ma questo è del tutto contrario alla Lumen gentium. La mistica della sofferenza connessa con il papa che, in quanto tale, “non può” dimettersi senza tradire il Cristo sofferente, confligge con la decisione giuridica e pastorale adombrata dal Vaticano II che chiede al vescovo “normale” di… discendere dalla croce e lasciare in altre mani la diocesi.

A parte una tale questione di fondo, vi è poi un problema concreto: è stato prudente, Wojtyla, a voler rimanere in carica quando era evidente da tanti mesi la sua impossibilità di governare? Non ha forse, così facendo, favorito maneggi che permettevano all’una o all’altra “cordata” curiale di far prevalere la propria linea, e dunque imporre scelte, nomine, decisioni, tutte formalmente del pontefice, ma in effetti tutte forse non sue?

Se la “resistenza” di Wojtyla fino alla fine è, per alcuni, un segno di particolare fedeltà al proprio dovere, a me suscita invece molta perplessità, e mi induce appunto a domandarmi dove, in tale dolorosa vicenda, lui abbia dimostrato in modo forte le virtù dell’umiltà e delle prudenza.

Lasciamo Wojtyla nella sua complessità

Esaminando i pochi fatti elencati appare evidente come sia difficile, per non dire impossibile, distinguere tra le scelte dell’uomo Wojtyla e di Wojtyla papa. Ora, è vero che, qualora lo si proclamasse “beato”, si preciserebbe che ciò avverrebbe per aver accertato che egli visse le virtù in modo eroico, ma non si intenderebbe con questo “santificare” tutte le sue scelte come pontefice. In teoria, la distinzione corre; ed infatti – per rispondere in qualche modo alle critiche per sua incredibile decisione – la propose lo stesso Wojtyla nel discorso in cui spiegò perché beatificava Pio IX. Nei fatti, però, essa è zoppa, come dimostrò appunto la vicenda di Pio IX.

Immagino bene che la “macchina” del processo per la causa di beatificazione di Giovanni Paolo II procederà inarrestabilmente verso il traguardo atteso. Per parte mia, ritenevo mio dovere elencare i gravi dubbi che ho via via sollevato. Ho detto in altra sede, e ci tengo qui a ribadirlo, che le mie riflessioni non derivano da alcun interesse personale, o da alcun fazioso pre-giudizio, ma solo da un’onesta valutazione di fatti e circostanze che, secondo la mia scienza e coscienza, non si dovrebbero sottacere. Sono consapevole di essere solo una piccola voce, e naturalmente rispetto le molte voci di altro tono. Ho parlato, e parlo, per amore della nostra Chiesa romana. Mi rendo conto che, in un clima prevalentemente apologetico rispetto a Wojtyla, alcune mie affermazioni sembreranno quasi inaudite. Eppure, molte persone, soprattutto (ma non solo) in America latina, si ritroverebbero in esse.

Non ho potuto e voluto fare un’analisi esaustiva del pontificato di Wojtyla, delle sue (secondo me) luci e delle sue (secondo me) ombre. Ad altri l’arduo còmpito! Ma, ritengo, le pur poche cose dette potrebbero dare un aiuto per evitare sia critiche aprioristiche che applausi scontati al pontificato wojtyliano.

Se potessi esprimere un sogno, sarebbe questo: che Wojtyla sia lasciato al giudizio della storia, abbandonando dunque l’idea di elevarlo agli onori degli altari. Sono infatti così complesse, e contraddittorie, le scelte del suo pontificato, che è difficile separare luci e ombre, le personali convinzioni dell’uomo Wojtyla, la sua pietà privata, dalle sue decisioni pubbliche. Credo che, lasciare Wojtyla nella sua complessità, e come tale affidarlo alla storia, oltre che alla memoria della Chiesa, sarebbe la scelta migliore per onorarlo nella sua sfaccettata verità. L’insistenza e l’ansia con cui, molti ambienti, lavorano per la beatificazione di Wojtyla, a me pare un atteggiamento che poco sa di evangelico, e molto di voglia di esaltare il pontificato romano come istituzione.

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Allegato 3: “Dovere di obiezione”, lettera aperta di Giovanni Franzoni a papa Francesco dell’11 luglio 2013

A Papa Francesco, vescovo di Roma,

Chiesa cui dalle origini è attribuito il titolo di una principalità nella carità e nella predicazione dell’Evangelo.

Mosso dall’amore per la Chiesa e per la chiarezza della sua immagine nel mondo che non può essere offuscata da interessi umani, politici o di potere, incoraggiato dalla  manifestazione di disponibilità da Lei espressa nei confronti non solo di voci autorevoli per il loro ruolo gerarchico e istituzionale ma anche di voci provenienti dalla periferia e dalla base, avendo deposto presso il tribunale del Vicariato il 7 marzo 2007, nella fase processuale prevista per la beatificazione di Karol Wojtyla, romano pontefice col titolo di Giovanni Paolo II, come testimone a sfavore,

sento il dovere di manifestare la mia obiezione alla prevista canonizzazione di Giovanni Paolo II, anche se le procedure canoniche a tal fine previste non prevedono ulteriori acquisizioni di testimonianze.

La mia testimonianza (poi fatta propria anche da teologi, teologhe e altre persone alle quali è cara la causa dell’immagine della Chiesa nel mondo moderno), benché fosse stata accolta con rispetto dal tribunale e annessa alla documentazione della causa, non ha avuto alcuna risposta né alcuna soddisfazione alle obiezioni opposte.

Ritengo, dunque, importante riproporre le stesse obiezioni, che allego, perché ritenute da me ancora del tutto valide. Nel frattempo sono costretto ad aggiungere un’altra obiezione: in questi ultimi anni non solo si è manifestata con crescente peso la piaga dell’abuso di minori da parte del clero, secolare o religioso, ma anche lo scandalo dell’occultamento di questi casi da parte di molti nella gerarchia ecclesiastica.

La pratica dell’occultamento – oggi superata con una sommaria definizione di “tolleranza zero”, ma eccessivamente indulgente verso le responsabilità dello stesso romano pontefice, Giovanni Paolo II, e della Congregazione per la Dottrina della Fede presieduta in quegli anni dal cardinal Joseph Ratzinger – pesa come responsabilità non solo su alcuni vescovi diocesani ma anche sui vertici della gerarchia stessa.

In modo particolare, nella pratica dell’occultamento delle responsabilità pare coinvolto il papa allora regnante soprattutto nel caso del cardinal Groër, fatto arcivescovo di Vienna nonostante perplessità ed opposizioni dell’episcopato austriaco.

Pur riconoscendo doti di generosità pastorale e di coraggio in Giovanni Paolo II, nel suo esercizio del ministero petrino, penso che non si possa spendere, per lui, l’aureola della santità, ma ci si debba limitare, con rigorosi criteri storici, ad una obiettiva valutazione del lungo percorso del suo pontificato.

La riabilitazione di teologhe e teologi emarginati o puniti per la loro ricerca e la denuncia della corresponsabilità di certi prelati nell’occultamento di casi di pedofilia del clero potrebbero rappresentare un più forte atto di coraggio della Chiesa romana per proporre un volto evangelico al mondo di oggi bisognoso di chiarezza ed onestà.

Devotissimo in Cristo,
Giovanni Franzoni

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Allegato 4: Statement of the International Movement We Are Church del 16 gennaio 2011

International Movement We Are Church – IMWAC
Movimiento internacional Somos-Iglesia
Movimento Internacional Nós somos Igreja
Movimento Internazionale Noi siamo Chiesa
Mouvement international Nous sommes Eglise
Internationale Bewegung Wir sind Kirche
www.we-are-church.org  www.somos-iglesia.org

FOR IMMEDIATE RELEASE
We Are Church: Beatification of a controversial, contradictory Pope

Pope John Paul II, whose beatification will be celebrated on 1 May 2011, was a pope of great contradiction. His tragedy lies in the discrepancy between his commitment to reform and dialogue in the world and his return to authoritarianism within the church.

It was his penchant for spiritual authoritarianism that contributed to the greatest tragedy of his tenure as pope: the sexual abuse of thousands of children globally. By holding church hierarchy paramount above the needs of the people, John Paul II perpetuated a toxic environment in which priests were permitted, often repeatedly, to sexually abuse children as long as the criminal behaviour was kept secret, preserving the public image of untarnished leadership.

Perhaps one of the best reflections of this is seen in John Paul II’s strong relationship with the Legion of Christ and its founder Marcial Maciel. Maciel is accused of decades of serious abuse against women and youth, much of which was allowed to percolate due in part to the 1983 bylaws John Paul II approved for Maciel’s religious order that demanded secrecy and prohibited criticism of its founder.

It was John Paul II’s same need for hierarchical control that also lead to the constriction of theology with scarring impact on people’s lives. His attempt to discredit liberation theology left thousands working for liberation without the full theological and ecclesial support they deserved while suffering under brutal political regimes.

Spiritual authoritarianism was also seen in John Paul II’s attempt to suppress discourse on gender equality which, in turn, deprived the Catholic world of the gifts women would bring to church leadership. His stance against lesbian, gay, bisexual and transgender (LGBT) people places him in complicity with local churches and governments who continue to deny the civil and moral equality of LGBT persons. Additionally, his repeated denouncements of condom use complicated the moral choice of millions around the world attempting to prevent the spread of HIV/AIDS and promote sexual health.

The International Movement We Are Church believes that beatification and ultimately sainthood should not be measured by whether a “miracle” can be attributed to a particular person, but rather, whether someone’s life truly embodies the values of Christ who sought, not power, but the well being of God’s people.

Background Information:   The International Movement We Are Church, founded in Rome in 1996, is represented in more than twenty countries on all continents and is networking world-wide with similar-minded reform groups. We Are Church is an international movement within the Roman Catholic Church and aims at renewal on the basis of the Second Vatican Council (1962-1965). We Are Church was started in Austria in 1995 with a church referendum, answering the paedophile scandal of the former Cardinal of Vienna/Austria, Hans-Hermann Groer.

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