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Il femminismo della “Differenza” è morto?

Paola Zaretti
www.womenews.net

A leggere un testo – sottoscritto da nove donne e tre uomini – intitolato “Un invito per il Laboratorio che si occuperà di educazione/ scuola/ formazione”, recentemente pubblicato nel blog di Paestum, pare sia proprio così.

Pare che il “pensiero della differenza” sia trapassato a vita migliore e non nascondo che nel leggere quanto di seguito verrà riportato, ho faticato a credere ai miei occhi non tanto per la “notizia” in sé che, a ben vedere, non desta grande sorpresa, ma per il canale d’informazione scelto per darne diffusione: “Scegliamo e invitiamo a utilizzare un linguaggio diverso, più semplice, smettendo le forme “differenza sessuale” e “differenza di genere”, usando al loro posto “uomini e donne” per rimanere più aderenti a ciò che sta capitando, a chi agisce e lo fa capitare, coltivando maggiore fiducia nella nostra capacità di dare lingua all’esperienza, di abbattere steccati e di condividere sempre più ciò che ci sta a cuore”.

Ne segue – quale risarcimento per l’abbandono della formula “differenza sessuale” di cui, a partire da Irigary l’intera storia del femminismo si è abbondantemente nutrita – la promessa di realizzazione di un desiderio “in grande”:

“Le iniziative centrate sulla discriminazione femminile e sugli stereotipi rischiano di trattenerci nel passato e distoglierci dal riconoscere e agire il cambiamento, dal desiderare in grande”.

Si passa così dal rifiuto di un desiderio troppo modesto per elevarsi ad altezze non prive di sfumature, a dire il vero, un po’ megalomaniche, a disegnare uno scenario abitato dalla presenza di nuove “soggettività in fermento” mescolate e confuse in un’ unica ricetta politica e programmatica:

“Ci chiediamo: quali soggetti con quali esperienze sono nel frattempo entrati nella scena? Quali sono le soggettività in fermento? Non solo le/gli insegnanti, ma anche bambine/bambini, madri e padri, gruppi di uomini, ragazze e ragazzi, territori e comunità…”.

Siamo di fronte, a quanto pare, a una rivoluzione epocale – la scomparsa della parola Differenza” – che ci viene annunciata come se di un evento qualunque si trattasse, nello spazio risicato delle ultime cinque righe del post citato.

Dove sta andando il femminismo italiano del “pensiero della differenza”? Siamo di fronte a una svolta “rivoluzionaria” o a un dichiarato fallimento della rivoluzione femminista ispirata a tale pensiero? Siamo di fronte all’abbandono di quella “conversione” delle donne “al femminile” teorizzata da Irigaray e a una loro stabile e definitiva conversione al maschile?

Eppure a guardar bene nel fondo del barile in cui si sono depositati – nel tempo e da tempo – indizi di ambiguità, controsensi, imbarazzi taciuti o semidetti, si vede bene che la morte annunciata della “differenza sessuale” – una categoria fondante del femminismo italiano indegna, oggi, di essere persino nominata – non giunge affatto imprevista.

Di positivo c’è, tuttavia, in questa notizia data quasi in sordina in un contesto imprevisto, il riconoscimento di una verità: la consapevolezza e la conseguente presa d’atto di una “Differenza” (dal maschile) che non c’è, che non c’è mai stata se non nella forma binaria, fuorviante e distorta di un’opposizione duale, di un’antitesi uomo-donna per troppo tempo confusa – con buona pace di Lonzi – con la Differenza:

La donna non è in rapporto dialettico col mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi, ma un muoversi su un altro piano. Questo è il punto su cui più difficilmente saremo capite ma è necessario insistervi. (Lonzi, Sputiamo su Hegel).

Del resto che un certo femminismo abbia svoltato “verso un’idea di politica costruita in analogia col pensiero maschile”, come una sorta di “rivalsa nel simbolico” – l’“ordine simbolico della madre”, le “genealogie femminili”, la priorità della lingua materna, ecc.” – non è una novità.

Nella Rivista “Lapis”, infatti, in “Percorsi della riflessione femminile” di Lea Melandri “le posizioni assunte dalla Libreria delle donne di Milano a partire dagli anni ’80, note come “il pensiero della differenza sessuale”, vengono riconosciute e criticate. Matura già in quegli anni, infatti, “la tentazione di fondare un soggetto forte”, una “tradizione di donne” che, come tale, ha bisogno di un’“autorità”, di un linguaggio e di un ordine simbolico su cui fondarsi ed è attraverso “la costruzione identitaria di una “differenza femminile” con cui affrontare la vita pubblica, che sparisce l’attenzione al corpo, al sé, al vissuto personale…”.

Inutile dire che sull’Evento della morte annunciata del pensiero della Differenza sarà necessario e doveroso aprire nel femminismo italiano un dibattito all’altezza di tale Evento e poiché la notizia di questa morte è stata data all’interno del blog di Paestum è proprio all’incontro di Paestum 2013 che un tema di questa portata dovrebbe essere affrontato.

Ma una domanda, intanto, una fra le tante, la possiamo fare: Che ne è, che ne sarà della teoria dell’ordine simbolico della madre, nato in opposizione all’ordine paterno, una volta dichiarata “smessa” la parola “Differenza”, sostituita da “uomini e donne”?

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Brandiamo le nostre spade?

Paola Zaretti
www.womenews.net

Ma…- mi chiedo – un po’ d’ Autocoscienza… la vogliamo fare? desidero dissociarmi radicalmente, come femminista, da un “genere” di femminismo (?) che non mi appartiene, non mi rappresenta e che si sta diffondendo in Italia.

Leggo con crescente preoccupazione, nel blog di Paestum, uno scritto di Laura Colombo e Sara Gandini intitolato “La politica delle donne è politica per tutti”. E NO, mi dico che NO, che se la politica “per tutti” voluta dalle donne dovesse corrispondere davvero a quella lì divulgata in alcuni infelici passaggi a dir poco inquietanti, sarebbe saggio tenersene lontane.

Perché è lì, proprio in quel contesto, che le donne vengono incitate – tramite l’uso di un linguaggio fallocratico scandito da tonalità oscillanti fra il maniacale e l’autocelebrativo – a superare le paure attraverso inviti alla violenza da tempo teorizzati da alcune femministe del “pensiero delle differenza” che per le metafore di stampo fallico hanno mostrato di nutrire, anche in passato, una certa predilezione:

“Perché Paestum possa essere “uno spazio transizionale”, in cui “il possibile che preme con il desiderio e il reale che frena con la paura” urtandosi si incontrino, bisogna avere fiducia che la politica delle donne è politica per tutti, come scrive Luisa Muraro su Via Dogana n. 106.

E la forza delle relazioni tra donne ridisegna un nuovo ordine, diciamo noi. Il timore che la presenza maschile possa togliere spazio alla libera espressione femminile è sintomo di una mancanza di fiducia che non ci possiamo permettere.
La nostra scommessa è alta, lo sappiamo, perché dobbiamo fare i conti con fantasmi e paure che vengono da lontano, ma non si può rimandare ad altre date e altri luoghi. È necessario giocarsela qui e ora, brandendo le nostre spade come incita Muraro, se necessario. Non è più tempo per pensare che le donne non sono pronte. Il sapere e le pratiche delle donne vengono da lontano e da qui uomini e donne possono ripensare il buon governo del mondo”.

Un Nuovo ordine? Il buon governo del mondo?

La predilezione per le spade è del resto, a ben vedere, piuttosto antica e quelle, sempre metaforicamente “piantate nello stomaco”, sono segno dell’Amore per la madre e della madre e della “libertà femminile”. Ne troviamo già traccia in un testo piuttosto datato al quale Angela Putino pensò di replicare con il suo – purtroppo poco conosciuto – “ Amiche mie isteriche ”:

(…). Fuori non c’è rete di protezione. Io vado nel luogo separato delle donne perché lì si può sfrenare qualcosa in una misura più potente. Qualcuno sa bene che quando viene in un luogo in cui sono anch’io rischia di essere ammazzata, mentre se va al consiglio di Facoltà in Università, è sicura che nessuno farà nulla di terribile nei suoi confronti, e se dirà una cosa sbagliata chi se ne importa? (…). Resta vero il sentimento profondo di sentirsi al sicuro nel gruppo, ma questo perché nel gruppo c’è amore per la libertà femminile, c’è la ricerca di qualcosa che non ti taglierà mai fuori (…). Nel gruppo non corri mai questo rischio, magari trovi una che ti pianta una spada nello stomaco, ma non sarai ignorata (…) e questo ti restituisce il senso del tuo valore. (L. Muraro, La posizione isterica e la necessità della mediazione).

Sarebbe saggio, per le donne, meditare su una teoria e su una pratica ammiccante a simboli fallici e a scenari fantasmatici violenti, per seguire, invece, la via indicata da Rosy Braidotti:

A meno che entrambe i sessi non si uniscano nel tentativo di realizzare una sessualità non fallica, di riscrivere il copione della sessualità prendendo le distanze dalla violenza del Fallo, nulla cambierà. (Braidotti, In Metamorfosi)

E’ questa violenza del Fallo, – la violenza di un ordine simbolico che contempla un unico simbolo (il Fallo) per rappresentare DUE sessi – che farà dire a Freud che nessuna analisi, nessuna cura può “guarire” uomini e donne dal “rifiuto della femminilità” indotto dalla struttura di un tale ordine. Il che significa, detto altrimenti, che l’ordine simbolico materno non differisce in nulla da quell’ordine patriarcale paterno che si dice di voler combattere.

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